Brexit o ‘Bremain’: gli scenari per la tech industry europea

Should I stay or should I go’ cantavano The Clash e il loro ritornello suonerà molto probabilmente nella testa dei tanti elettori britannici il prossimo 23 giugno quando dovranno esprimere il loro voto per il referendum con il quale sceglieranno se abbandonare o restare nell’Unione Europea.
La questione della cosiddetta ‘Brexit’ è assai delicata sotto ogni punto di vista: storico, economico, sociale. E siccome la Gran Bretagna è anche diventato il Paese dove in Europa si sviluppa con maggiore slancio, dinamismo, risorse, il fenomeno delle startup tecnologiche, essa è anche una questione che potenzialmente potrebbe avere effetti strutturali su questa parte, la più nuova e in crescita, dell’economia sia di Albione (antico nome della Gran Bretagna), sia del resto del continente.

Qualsiasi analisi si voglia fare è puramente congetturale non solo perché al referendum mancano ancora alcune settimane ma anche perché questa è la classica situazione in cui le conseguenze sono tutt’altro che prevedibili.

Ci sono però alcune considerazioni che si possono fare, almeno a livello di esercizio, per prepararsi un minimo alla sciagurata possibilità che gli elettori britannici decidano di risolvere ogni legame con la Unione Europea e, in buona parte, con la loro stessa storia. La prima di queste considerazioni riguarda il profilo degli elettori che sono a favore o contro la permanenza della Gran Bretagna nella UE e secondo quanto rilevato da The Telegraph i più giovani e i meglio istruiti sono tra coloro che vogliono restare, mentre sono quelli più anziani e con una scolarità più bassa i più forti sostenitori della Brexit, come mostra questa animazione .

I più giovani, i meglio istruiti, insomma quelli che guardano al futuro, sono anche i più inclusivi, quelli che ritengono che la Gran Bretagna non debba isolarsi ma continuare a essere parte fondamentale di un quadro più ampio e continuare a portare il suo contributo affinché la Ue possa crescere e a migliorarsi. Sono gli elettori che lavorano nelle aziende e organizzazioni più dinamiche e nelle startup. Sono proprio i pilastri dell’economia britannica altra voce a favore della ‘Bremain’: la City of London Corporation che di fatto è un po’ la voce di tutta l’industria finanziaria britannica si è già espressa a favore della permanenza nella Ue chiamando i membri del suo policy and resources committee a esprimersi in un voto che si è tenuto lo scorso 25 febbraio e ha visto prevalere i pro-UE 17 a 3 (come riporta City A.M.). Sono oltre 200 le imprese che lo scorso 23 febbraio hanno firmato la lettera inviata a The Times a supporto della ‘Bremain’ ), tra loro nomi come BP, Credit Suisse, British Telecon, Vodafone, Hsbc, Airbus, AstraZeneca, Ryanair, EasyJet, Unilever, Virgin Media (l’elenco completo lo ha pubblicato Business Insider).

E l’industria delle startup? I venture capital? Cosa ne pensano? A leggere l’articolo recentemente pubblicato da Politico,  sembra proprio che al momento o non se ne preoccupano molto,  oppure sono persuasi del fatto che la Brexit non ci sarà. Secondo quanto riporta Politico il settore tecnologico è oggi per il sistema britannico il secondo più grande contributore e oggi il Paese è di gran lunga il cuore dell’industria tecnologica europea nonché crocevia per tutti coloro che dall’Asia e dall’America cercano la via migliore per accedere al più grande mercato unico del mondo. In caso di uscita dalla Ue, prevede la London School of Economics, nel breve periodo l’economia britannica perderà circa 50 miliardi di sterline, vale a dire il 3,1% del Pil a causa dei costi regolatori dovuti al ripristino delle barriere tra Gran Bretagna e il Continente.

E poi c’è la questione sociale: oggi oltre 250mila londinesi – riporta sempre Politico – lavorano nella tech industry e il loro numero crescerà di quasi 50mila unità nei prossimi otto anni. Per mantenere questo ritmo l’immigrazione di persone con alte competenze è fondamentale, e se UK uscisse dalla Ue diverrebbe tutto molto più complesso ed è per questo che tra coloro che lavorano per le startup prevale nettamente, per quattro di loro su cinque, il favore verso la ‘Bremain’ che garantisce accesso al mercato unico, la facile circolazione delle persone con alte competenze, e naturalmente la possibilità di continuare ad avere una voce autorevole per contribuire al futuro dell’Europa.

E’ anche vero che alcuni sostengono che però nel lungo termine, trascorso quindi il primo periodo di grande impatto con conseguenze perlopiù negative, la Gran Bretagna ritroverà la sua competitività perché aspetti come la facilità di fare business, molto superiore rispetto ad altri Paesi europei, continuerà ad attirare imprenditori e lavoratori anche se per loro sarà più difficile arrivare a causa delle nuove frontiere burocratiche che sorgeranno, del resto, alcuni sostengono, se si prende l’esempio della Svizzera che, pur non essendo parte della Ue è sempre ai primi posti in tutte le classifiche in cui si analizza la facilità di fare business, potrebbe diventare un modello anche per Londra.

Per le startup però l’attrattività della Gran Bretagna è dovuta sia all’easy of business, ma anche al fatto che è inserita in un contesto di mercato unico oltre a essere una delle piazze finanziarie globali: è improbabile quindi che la competitività britannica rimanga tale una volta uscita dalla Ue, così come è improbabile che il tasso degli investimenti delle imprese, sia startup sia multinazionali, destinato al Paese continui a crescere ai ritmi attuali. Per le imprese più grandi sarà più difficile spostare uffici o sedi operative, ma per le startup sarà più facile trovare alternative e già in molti pensano alla Germania e ai Paesi Bassi che già hanno attirato startup di ogni tipo comprese quelle statunitensi che si stanno espandendo anche in Europa (per esempio Uber ha il suo quartier generale europeo ad Amsterdam) perché garantiscono comunque un buon livello di facilità di business a costi che sono più competitivi rispetto a quelli britannici, in più usano l’euro e non vivono con la minaccia della uscita dall’Unione.

Benché l’articolo di Politico si chiuda con la battuta dell’investitore che molto pragmaticamente enfatizza come ‘se una startup ha le giuste metriche troverà i capitali sia che ci sia la Brexit sia che non ci sia’,  è assai improbabile che la Gran Bretagna slegatasi del tutto dall’Unione possa continuare a mantenere il ruolo di riferimento per tutta la tech industry europea come accade oggi perché i contraccolpi del breve periodo avranno effetti anche sul lungo periodo e molti degli sforzi che oggi stanno iniziando a produrre risultati significativi perderanno consistenza e ovviamente ciò sarà un danno non solo per la Gran Bretagna ma per l’Europa intera che perderà un fondamentale punto di riferimento, possibilità di crescita, gateway globale.

Certo si troverà una soluzione a tutto con inevitabili perdite di tempo e di denaro cosa che in uno scenario di evoluzione così rapida e di competitività così dinamica si traduce certamente in un danno, ma soprattutto si avrà un’Europa più incerta, più insicura di sé stessa, più fragile e soggetta a potenziali ulteriori smembramenti. Insomma un’Europa che a causa soprattutto degli elettori britannici più anziani e meno scolarizzati si troverà a fare i conti con una nuova fase, nella speranza che trovi comunque una nuova strada e possa reagire divenire ancora più forte, lasciando la Gran Bretagna fuori da quella porta alla quale poi inevitabilmente tornerà a bussare per il bene suo e di tutti, porta che sarà prontamente e nuovamente aperta.

Emil Abirascid

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direttore
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Pubblicato il:

01 aprile 2016


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