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Che problema risolve la tua startup?

Tutta l’innovazione è buona e tutta l’innovazione è benvenuta. Ogni singola startup che incontro, ogni singolo aspirante startupper che viene a raccontarmi la sua idea per avere qualche dritta, qualche conferma della bontà della stessa, ogni singolo progetto imprenditoriale ha valenza e valore anche se non andrà in porto, anche se si schianterà contro difficoltà impreviste. Ogni innovazione porta nuova linfa, nuovi stimoli, porta esperienza per chi la fa, impegno e cultura d’impresa.

Ci sono però innovazioni più profonde e che più incidono nel migliorare la vita delle persone di altre. È giusto che sia così ma è importante che vi sia consapevolezza di ciò per meglio comprenderne la portata e le possibilità di successo.

Recentemente Business insider Uk ha ripreso un articolo scritto da Riva-Melissa Tez su Medium la quale ha messo in luce come molte delle idee di business nella Silicon Valley benché si presentino come risoluzione di problemi, ciò che in realtà fanno non è veramente risolvere problemi effettivi, ma migliorare l’efficienza della vita delle persone, quasi estendendo a un numero più ampio di persone l’accesso a un livello di servizio normalmente riservato ai più privilegiati (vedi per esempio l'italiana BidTrip).

Insomma startup che rendono più semplice accedere a servizi di alto profilo o in modo più economico, rapido, efficace come ordinare del cibo, muoversi nelle città, condividere informazioni sui locali notturni in quali trascorrere la serata, non sono innovazione che risolvono problemi. Sono innovazioni che migliorano la vita di quella parte di popolazione che vive in contesti già piuttosto agiati e che aspira ad avere una sempre migliore qualità della vita stessa. Il che naturalmente non è una cosa negativa, ma non si tratta di problemi. E così alla domanda che spesso gli startupper si sentono rivolgere: “quale problema risolve la tua idea di business”, la risposta a volte potrebbe essere: “non risolve problemi, ma punta a migliorare la vita di chi già vive in contesti poco problematici”.

Così le tante startup che propongono servizi che hanno senso per quella parte di utenti che vivono principalmente nelle città dei Paesi avanzati e che cercano di portare a un livello superiore la gestione di servizi di varia natura online e offline continuano, giustamente, a essere considerate a pieno titolo startup che fanno innovazione e la fanno utilizzando al meglio le tecnologie digitali disponibili rinnovando modelli di business di settori che parevano consolidati e che invece oggi sono soggetti a forti impulsi di cambiamento. Ciò è un bene perché questo processo scardina sistemi consolidati e non più adeguati, perché accelera il processo di cambiamento del mindset dei consumatori, perché porta alla luce inefficienze e sprechi che spesso poi ricadono anche nel regno dell’efficienza energetica, della riduzione dell’inquinamento, del miglioramento della salute, e quindi nel regno che più si avvicina a quelli che possiamo considerare veri problemi.

Poi ci sono le startup che vanno dritte alla soluzione dei problemi. Si pensi per esempio a quelle del settore delle life science, dell’energia, dell’agroalimentare intesa come produzione di cibo e non come delivery o social eating. Queste sono le startup che innovano non solo applicando in modo intelligente ed efficace tecnologie esistenti, ma anche e soprattutto sviluppandone di nuove: nuove generazioni di protesi, nuovi dispositivi per la diagnosi medica, nuovi sistemi per la produzione e l’accumulo di energia, sistemi per il miglioramento della qualità dell’aria e del cibo, ausili di nuova concezione per chi ha disabilità, sviluppo di impianti energetici e idrici in zone del mondo dove ancora non ci sono, tecnologie a supporto dei rifugiati e dell’integrazione, modelli capaci di cambiare profondamente strutture organizzative grazie alla disponibilità delle tecnologie.

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Le riflessioni dell’articolo di Business insider Uk non sono errate se si parte dall’idea del significato più pieno e profondo del concetto di problema, ma non bisogna perdere di vista che esiste un filo conduttore che unisce ogni forma di innovazione, che anche l’innovazione apparentemente più leggera e poco tecnologica, destinata soprattutto a quella minoranza di persone più agiata e che già tutto ha, contribuisce, seppur in modo meno diretto e meno di impatto, ad alimentare l’opportunità del cambiamento di paradigmi. Solo attraverso il cambiamento paradigmatico così pervasivo e profondo possiamo sperare di risolvere i grandi problemi che da sempre affliggono l’umanità come la fame nel mondo, e anche quelli che verranno perché quando avremo le automobili autonome avremo sì risolto, o almeno altamente attenuato, il problema dell’inquinamento nelle città riducendo dell’80% il traffico, avremo sì risolto, o almeno attenuato significativamente, il numero dei morti causati da incidenti stradali, ma ci troveremo con il dover trovare un modo per produrre organi artificiali perché se ridurremo a quasi zero il numero di morti per incidenti stradali non avremo più donatori per chi ha bisogno di organi di ricambio e quindi dovremo trovare il modo di realizzarli artificialmente e questa è una opportunità, e c’è già chi ci sta lavorando. Ogni nuova opportunità genera nuovi filoni di innovazione come per esempio quello di cui presto parleremo qui su Startupbusiness del genome editing.

 

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Pubblicato il:

23 luglio 2016

Categorie:

Editoriali, Inspiration


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