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Food startup: Buslin salverà l’Africa dalla malnutrizione

Si chiama Burundi Smallholders’s Livestock Network (Buslin) ed è stata premiata come startup vincitrice di Dr. Start-upper 2015, un programma dell’Università Cattolica, legato allo sviluppo di idee imprenditoriali di studenti che seguono percorsi post laurea (Master, Dottorati, Specializzazioni) dell’ateneo. In giuria erano presenti Federica Ortalli (Camera di Commercio), Roberto Brambilla (Università Cattolica) e Claudio Stefani (Banca Popolare di Milano).

Burundi Smallholders’s Livestock Network (Buslin) vede alla guida André Ndereyimana, 35enne, dottorando, originario del Burundi.

“Vogliamo costruire una catena agroalimentare specializzata nella produzione e commercializzazione di prodotti alimentari di originale animale, lavorando a stretto contatto con le famiglie rurali – spiega André – L’obiettivo principale è quello di ridurre le carenze proteiche che colpiscono l’Africa sub-sahariana soprattutto per le mamme e i bambini e azzerare nelle famiglie allevatrici  la povertà assoluta.”

La consapevolezza di una problematica importante e l’impegno di dare il proprio contributo per provare a risolvere la situazione: come è nata l’idea di dare vita a Burundi Smallholders’s Livestock Network?

L’idea è nata dalla percezione di un problema e dall’analisi dei bisogni del territorio in cui ho vissuto per tanti anni. Infatti, quando ero uno studente universitario a Viterbo e tornavo in Burundi per il periodo delle vacanze, alcune famiglie mi chiedevano di dare in prestito o in credito degli animali da allevare (suini, capre) e iniziavo a capire che c’era possibilità di creare una vera e propria rete partendo da questa situazione, per poter migliorare le condizioni di vita della popolazione.

Parlando di numeri, il 90% della popolazione burundese (come quella di molti paesi dell’Africa sub-sahariana) vive dell’agricoltura familiare condotta su piccoli terreni e le persone vivono sotto la linea di povertà assoluta (<1,25$/persona/giorno). Inoltre, il 70% della popolazione soffre la sottoalimentazione (e di queste l’85% soffre il deficit di proteine facilmente assimilabili, ovvero quelle d’origine animale) e il 46% della mortalità infantile è causata proprio dalla malnutrizione. Siamo di fronte a un problema da non sottovalutare e che deve essere risolto il prima possibile. Noi siamo qui per dare il nostro contributo concreto.”

In che modo, concretamente, sarà costruita questa catena agroalimentare?

In primo luogo, ogni famiglia ottiene uno o più animali da allevare proporzionalmente alle sue capacità e alle proprie risorse (superficie del terreno, accesso agli alimenti per la specie  e il numero di animali scelti). La famiglia partner firma un contratto con la nostra società dove si impegna ad allevare gli animali ricevuti seguendo le prassi tecniche suggerite dalla startup ed altri adempimenti prestabiliti. A nostra volta, noi forniamo gli animali rispettando le richieste della famiglia allevatrice.

Partiremo con la specie suina in quanto possiede un alto valore finanziario aggiunto e ha un’alta richiesta di mercato nonché un rapido ciclo produttivo. Inoltre, è stato stimato che bastano tre scrofe per azzerare la povertà assoluta per una famiglia media del Burundi. Valuteremo poi in seconda analisi la possibilità di introdurre gradualmente altre specie (razze migliorate di galline ovaiole, le api, ovi-caprini, bovini) in funzione delle richieste delle famiglie produttrici e della crescita dell’impresa stessa.

André Ndereyimana, fondatore di Buslin

André Ndereyimana, fondatore di Buslin, al momento della premiazione seguita al percorso Dr. Start-upper 2015

Facendo qualche passo indietro, raccontaci qual è stato il percorso formativo e professionale che ti ha portato a sviluppare questo progetto

Il mio percorso formativo inizia con il liceo scientifico in Burundi e prosegue con l’iscrizione alla facoltà di Tecnologie Alimentari. Nello specifico, mentre frequentavo il secondo anno di università in Burundi, sono entrato in contatto con una Fondazione Italiana che sosteneva gli studenti dei Paesi in via di sviluppo e così sono partito per andare a studiare a Viterbo, dove mi sono laureato in Agraria e Tecnologie Agroalimentari nel 2010.

Concluso questo percorso, sono tornato poi in Burundi per lavorare in una ONG, con la quale ho continuato a collaborare anche durante il mio primo anno di dottorato in Italia, che attualmente si sta svolgendo presso la scuola di dottorato Agrisystem della sede di Piacenza dell’Università Cattolica. Ed è proprio qui che ho conosciuto il percorso Dr. Start-upper.

Un percorso concluso molto positivamente, con la vincita del primo premio, e che vi porterà alla costituzione della società…

Il premio vinto (2mila euro) è sufficiente per costituire la società ed effettuare tutte le operazioni basilari (tra cui la realizzazione del marchio, del logo) per iniziare a operare ufficialmente. Con il team (che vede presenti due economiste, un tecnologo alimentare e un elettricista industriale) abbiamo deciso di costituire la società in Burundi e di realizzare delle partnership con alcune associazioni italiane e con alcune realtà di questo Paese, sia per finanziamenti che per consulenze sulla parte tecnica. A livello amministrativo, infatti, è più facile, veloce ed economico costituire la società in Burundi, che oggi è un’economia in crescita: in due o tre giorni si effettua la registrazione e si è operativi, senza perdere troppo tempo e troppe risorse.

Analizzando il panorama nel quale vi inserite, quali sono i vostri competitor?

I nostri competitor principali sono rappresentati dalle associazioni locali degli allevatori, da allevamenti semi-intensivi e singoli commercianti.

Dobbiamo considerare che per il momento abbiamo preso in considerazione il mercato nazionale del Burundi, dove per l’allevamento degli animali ci sono più di 1.500.000 famiglie con le quali lavorare. Sono accessibili, inoltre, anche le famiglie della comunità Est Africana con più di 120millioni di abitanti in cui circa 90% vivono dall’agricoltura famigliare.

Pensi che il vostro progetto sia esportabile e replicabile in altre realtà in via di sviluppo?

Sì, e questo è possibile perché molte famiglie dell’Africa sub-sahariana sono produttori rurali (l’unità produttiva aziendale, infatti, è corrispondente alla famiglia). Il nostro modello è sicuramente esportabile in tutti quei Paesi in via di sviluppo in cui è presente una situazione simile. Inoltre, il nostro progetto gode di una ampia potenzialità di specializzazione e di diversificazione di prodotti e servizi (trasformazione,  assistenza igienico-sanitaria, etc.) per un numero ancora più crescente di realtà. Un altro vantaggio, ad esempio, riguarda la riduzione dell’inquinamento del suolo e dell’aria, in quanto le famiglie allevano un numero di animali proporzionale alla superficie del terreno.

Per quanto riguarda la sostenibilità economica, infine, è stato dimostrato che la domanda di mercato dei prodotti di origine animale è in grande crescita (più del 10% annuo) e di gran lunga superiore all’offerta in tutti paesi dell’Africa subsahariana a causa della crescente urbanizzazione e della differenza tra crescita della popolazione (2-3%) e delle produzioni alimentari (2%). Non appena avremo a disposizione delle risorse economiche maggiori, infatti, cercheremo di espanderci subito, perché siamo consci dei benefici che questa rete può portare.

Qual è il vostro modello di business?

La nostra società trae un guadagno seguendo tre modalità. In primo luogo ottiene 50% del valore economico aggiunto di ogni animale da macello venduto e sulla vendita della prole da riproduzione. Infine, non bisogna sottovalutare la parte relativa alla vendita del letame (anche qui corrisponde al 50% del valore totale, poiché l’altra metà spetta alla singola famiglia).

Per concludere, gli investimenti che state cercando in questo momento quali aree della vostra impresa riguarderanno?

Gli investimenti che cerchiamo servono per l’affitto e per l’allestimento dell’ufficio della sede sociale, acquisto e immissione degli animali nella rete, assistenza veterinaria e integrazione alimentare, assistenza alle famiglie per la costruzione de ricoveri e i salari del personale per un anno. Per ora abbiamo fatto una stima iniziale che oscilla tra i 20mila e i 30mila euro di investimento, che ci consentiranno di sviluppare il progetto al meglio per il primo anno.

di  Jessica Malfatto 

(featured image credits: We Are Awesome - Maria Salamanca) 

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Pubblicato il:

14 aprile 2015

Tag:

startup


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