Le startup in Italia, i numeri che contano

Si avvicina la fine dell’anno e anche il momento dei numeri, delle ricerche, delle analisi. Iniziano a spuntare dossier di ogni tipo a proposito delle startup: quelli che dicono quanto sono belle le startup iscritte al registro di Stato, quelle che dicono che ci sono migliaia di imprese che investono nelle startup ma senza dire quanto investono o perché investono o con quali risultati investono. Ci sono quelle che spiegano perché i giovani vedono nelle startup una opportunità e che, giustamente, enfatizzano come fare startup significa fare impresa e quindi è qualcosa che non è per tutti, anche se le barriere all’ingresso sono basse rispetto al passato, e che quindi le startup non sono una sorta di ammortizzatore sociale per creare finti posti di lavoro tra i giovani come vorrebbero farci credere da certi ambienti governativi.

Ci sono quindi numerose ricerche  sul mondo delle startup ma poche, anzi quasi nessuna rileva i numeri veri quelli degli investimenti, della raccolta di denari da parte dei fondi, delle exit, del valore dei fatturati delle startup e delle loro versioni più cresciute, le scaleup.

Ciò è sintomatico di un ecosistema che ha paura di analizzare la realtà, che è spinto per buona parte dei suoi attori a essere qualcosa in cui va tutto bene, in cui tutto è bello, in cui si cresce. Questo è l’atteggiamento peggiore perché non solo nasconde la realtà e quindi impedisce di comprendere i problemi e quindi di impostare azioni per risolverli, ma anche perché crea il cosiddetto rumore di fondo (aka fuffa) che non fa altro che accrescere l’effetto illusorio, cosa che se può avere qualche bizzarro tornaconto a breve termine per chi tali analisi propone, porta invece a far storcere il naso a coloro che invece in questo ecosistema lavorano per creare vero valore.

Certo ci sono i dati del ministero dello Sviluppo economico che periodicamente conta le startup iscritte ai suoi registri e ne analizza la capacità di fare business (la più recente risale al 25 ottobre, come riporta Il Sole 24 Ore ) , ci sono poi le semestrali dell’Aifi, l’Associazione italiana del private equity e del venture capital che analizzano l’andamento degli investimenti, ma in entrambi i casi si tratta di punti di vista parziali: nel primo caso perché lascia fuori tutte le aziende innovative che non si iscrivono al registro, e sono tante e tra loro ci sono anche dei veri e propri campioni, nel secondo caso perché, giustamente, Aifi analizza i dati dei fondi e degli altri strumenti di investimento che sono appunto membri dell’associazione, lasciando così fuori alcuni pezzi come gli investitori informali, il crowdfunding for equity per esempio.

Il puzzle delle ricerche e delle analisi sull’ecosistema delle startup italiano è quindi piuttosto articolato e ulteriore sintomo di come tale ecosistema sia ancora piuttosto incapace di fare veramente sistema e sia ancora, e questo è l’elemento forse più preoccupante, eccessivamente autoreferenziale.

Se da un lato è importante conoscere l’andamento dei valori economici relativi alle startup italiane, quantomeno per comprendere se le azioni messe in campo sono efficaci o meno e per avere qualche parametro di confronto con le economie europee simili alla nostra, confronti che al momento ci fanno apparire decisamente periferici, dall’altro lato è anche fondamentale avere una contestualizzazione globale.

Le startup sono globali e se non lo sono stanno sbagliando qualcosa. Perfino il ministero nei suoi report generati dai numeri delle startup iscritte al registro enfatizza come la internazionalizzazione sia un problema. Non può esserlo, se lo è significa che si sta andando nella direzione sbagliata. Una startup non può non essere globale altrimenti è un’azienda di nuova costituzione con ambizioni limitate, una cosiddetta lifestyle company e gli investitori non mettono i loro soldi nelle lifestyle company.

Inoltre se in Italia i soldi sono pochi, e purtroppo sono veramente pochi e anche se nel 2016 dovessimo raddoppiare i 130 milioni di euro del 2015 saremmo sempre di gran lunga indietro rispetto ai 600 milioni della Spagna e ai quasi 2 miliardi della Francia e fino a che in Italia non si investirà almeno un miliardo di euro l’anno sulle startup potremmo pure riempirci la bocca di entusiasmi legati alla crescita del 100% anno su anno ma resteremo sempre un sistema periferico e povero, le startup devono andare a cercarli all’estero e agli investitori stranieri interessa se sei un’azienda interessante, scalabile, potenzialmente globale, sei hai un team forte e convinto, gli frega zero assoluto se sei iscritto a qualche registro il cui valore autoreferenziale si perde del tutto appena si superano in confini.

Così come le startup che diventano globali presto si accorgono che non possono permettersi di perdere tempo con leggi e lacciuoli burocratici che ne frenano la crescita e che solo marginalmente sono compensati da qualche misura di incentivo e quindi muovono verso lidi più organizzati ed efficaci, e qui entra in gioco la capacità del sistema Paese di essere competitivo, cosa che oggi non è perché per sostenere le imprese serve uno stato imprenditoriale, come racconta bene questo articolo della Harvard Business Review.

Globale deve essere quindi anche l’analisi dei numeri così come fa per esempio Dealroom che recentemente ha pubblicato un report confrontando le diverse città europee, e si badi bene che il ruolo delle città sta diventando sempre più importante anche rispetto a quello degli stati nazione e quindi un Paese che decide di preferire modelli basati sulla centralizzazione del governo va in direzione opposta rispetto al futuro, sia in termini di capacità di raccogliere capitali da parte dei venture capital, sia in termini di investimenti in startup nei diversi settori, report che si può leggere qui.

Per avere una fotografia aggiornata sullo scenario italiano dobbiamo attendere il 28 novembre quando gli Osservatori del Politecnico di Milano presenteranno la nuova edizione dell’Osservatorio Startup Hi-Tech  che analizza i dati di investimento, fatturati, exit, con una visione il più ampia possibile quindi non badando ai recinti del registro di Stato e dialogando con ogni tipo di investitore.

 

Emil Abirascid

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direttore
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Pubblicato il:

05 novembre 2016

Categorie:

Editoriali, Must Read


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