Le diaspore scientifiche, un ruolo nuovo per i ‘cervelli in fuga’

La fuga dei cervelli è un concetto relativo. I cervelli non fuggono, circolano.  Perché non solo hanno il diritto, ma anche il dovere di andare ove possono esprimersi al meglio. Ovviamente se questa circolazione è osservata da un punto di vista, o meglio da un luogo, da cui i cervelli tendono a partire, come purtroppo è il caso dell’Italia, si tende a definire il fenomeno come una fuga. La realtà è però quella di un Paese incapace non solo di trattenere i suoi cervelli, sui quali ha investito moltissimo per tutti gli anni di formazione, ma anche di attrarre cervelli dall’estero e ciò inevitabilmente si traduce in un processo di desertificazione progressiva che impoverisce la società e l’economia.

Ma i cervelli, dicevamo, circolano e circolando tendono a fermarsi in quei territori dove trovano maggiori opportunità: ci sono poi territori più adatti a cervelli scientifici e altri più adatti a cervelli creativi e questi poli di attrazione si specializzano e tendono a raccogliere attorno a sé le migliori menti e le eccellenze. E’ così che si creano le diaspore, in questo caso le diaspore scientifiche che sono un fenomeno assai articolato e complesso che chiunque ha la responsabilità di definire strategie e politiche volte alla creazione di opportunità per i cervelli (quindi tornando al punto di vista italiano significa fermarne la fuga) dovrebbe studiare a fondo prima di normare e legiferare.

Un’ottima occasione per conoscere a fondo il fenomeno si è svolta lo scorso 19 novembre a Washington DC presso lo Spain Arts and Culture Center, ne scriviamo oggi perché il rapporto dell’incontro è stato rilasciato pochi giorni fa.

Si è trattato del primo meeting delle diaspore scientifiche europee in nord America e ha visto la partecipazione delle organizzazioni che raccolgono scienziati e ricercatori che operano in Usa e Canada e che provengono da Austria, Belgio, Francia (fr@nih, French fellows at the National institute of health), Germania (Gain, German acedemic international network) , Grecia (Hba, Hellenic bioscientific association in the Usa) , Ungheria, Irlanda (Wgnis, Wild geese network of Irish scientists), Italia (Issnaf, Italian scientists and scholars of Noth America foundation) , Polonia, Portogallo, Slovacchia (Vision, Virtual Slovak incubator) , Slovenia, Spagna (Ecusa, Spanish scientists in Usa) e Turchia (Tassa, Turkish American scientists and scholars association). L’evento è stato organizzato da Euraxess, organizzazione fondata dalla Commissione europea per promuovere il vecchio continente come luogo attrattivo e aperto per ricercatori e innovatori di tutto il mondo e dalla delegazione dell’Unione europea negli Stati Uniti.

A raccontare le esperienze delle diaspore scientifiche si sono confrontati Viktoria Bodnarova in rappresentanza di Euraxess, James Gavigan della delegazione Ue negli Usa, Deborah Brosnan del Brosnan center, María José López Barragán di Microbiology reviewer, Alexia Daoust di Nih, Dietrich Haubenberger, neurologo clinico, Andrzej S. Nowak, docente alla Auburn University, Katarzyna Placek di Nih, Dorottya Nagy-Szakal del Columbia Univeristy Medical Center, Edgar-John Vogt di Gain, Monica Veronesi di Issnaf, Elisavert Serti di Hba, Handan Uslu di Tassa, Boro Dropulic di Lentigen Technology, Steven Pavletic di Nih, Canan Dagdeviren della Harvard University, Frédéric Badey di Sanofi, Teresa Gonzalo di Ambiox Biotech, Sharon Milgram di Nih, Giulio Busulini, scientific attaché dell’Ambasciata d’Italia in Usa, Peter Kolesar, trade and innovtion counselor dell’Ambasciata di Slovacchia in Usa, Minh-Hà Pham, counselor for science and technology dell’Ambasciata di Francia in Usa, Ana Elorza, science coordinator presso l’Ambasciata di Spagna in Usa. L’incontro ha quindi visto insieme ricercatori e scienziati, associazioni e aziende, istituzioni nazionali ed europee.

Il documento che riporta i contenuti dei lavori, consultabile a questo link contiene non solo i contenuti dei panel di discussioni, ma anche i commenti di alcuni dei presenti che hanno voluto condividere il loro pensiero a valle della giornata, tra questi ci sono anche quelli di Monica Veronesi (ISSNAF Executive Director) e di Giulio Busulini (Scientific Attache’ at the Embassy of Italy – Washington). Monica ha messo l’accento proprio sulla differenza di percezione tra il considerare i cervelli in fuga o in circolo, enfatizzando come resta prioritario mettere in condizione i ricercatori e gli scienziati di poter operare dove effettivamente possono fare la differenza: “Quando si parla di carriera dei ricercatori si parla spesso del concetto di brain drain. Noi auspichiamo fortemente un cambio di pensiero: i cervelli non “drenano”, si muovono. Gli scienziati vanno dove trovano opportunità di lavorare sulla ricerca che credono possa portare una differenza nel mondo. Il capitale umano italiano all’estero è un asset di primaria importanza per l’Italia che deve essere utilizzato meglio come opportunità per il Paese. Viaggiando si creano legami e network che sono alla base della scienza globale del nostro tempo. Come per noi di Issnaf è importante lavorare insieme alle altre diaspore europee, per imparare dalle best practice di altre organizzazione e confrontarsi. Il valore aggiunto di questo dialogo è cruciale per meglio supportare i nostri scienziati, network e, alla fine, i nostri Paesi” dice a Startupbusiness l’executive director di Issnaf che aggiunge: “Le diaspore inoltre hanno affrontato un altro tema importante, della sostenibilità delle proprie fondazioni, organizzazioni e come sia importante essere messi, anche tramite grant e fondi europei o nazionali, in grado di lavorare per supportare il nostro capitale umano all’estero”.

Busulini ha invece messo in evidenza come il ruolo delle diaspore scientifiche non sia solo quello di costruire una comunità di ricercatori più unita, solida e capace di crescere ma anche come esse possono diventare veicolo per il rafforzamento dei rapporti tra i Paesi, in questo caso tra Usa e Italia.

Il report dell’evento illustra in modo esaustivo i temi trattati come quello legato alle azioni per migliorare ulteriormente il valore della community e dei suoi membri, come avvicinare le diaspore scientifiche al mondo del business e delle imprese al fine di creare nuove e internazionali opportunità di crescita e innovazione, e come fare in modo che i membri delle diaspore siano sempre aggiornati sulle informazioni e le opportunità di lavoro, di finanziamento e di carriera che si presentano.

Ciò che emerge è quindi da un lato la necessità di favorire maggiore coesione all’interno delle diaspore e tra le diaspore nazionali che sempre più devono muoversi come europei e dall’altro l’importanza del valore di scienziati e ricercatori sia verso il ruolo istituzionale per migliorare i rapporti internazionali, sia verso il ruolo professionale per diventare risorsa di imprese che intendono crescere, internazionalizzarsi, sviluppare innovazione.

In quest’ottica sarebbe quindi opportuno che anche le politiche pensate per gli italiani che lavorano all’estero come scienziati e ricercatori cambino passo e non si occupino solo di cercare di fare rientrare i cervelli, cosa che fino a oggi ha funzionato ben poco perché se non si crea prima un terreno veramente fertile i cervelli non rimpatriano, ma anche di valorizzare maggiormente i cervelli che sono all’estero, considerarli una risorsa per accrescere le relazioni internazionali e per aiutare le imprese italiane a espandersi all’estero. Non solo incentivarli a rientrare ma soprattutto incentivarli a giocare un ruolo di maggiore rappresentanza e valorizzazione nei loro Paesi adottivi di ciò che proviene dal loro Paese d’origine.

Emil Abirascid

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direttore
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Pubblicato il:

20 maggio 2016

Categorie:

Editoriali, Must Read


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