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Nuova bolla per le startup? Forse, ma questa volta prima della quotazione in Borsa

In molti ultimamente mi chiedono se c’è il rischio che il fenomeno delle startup rischi di diventare una bolla e quindi di implodere. La risposta non è semplice soprattutto perché bisogna intanto definire che cosa si intende per bolla. Se si parla di bolla finanziaria di certo siamo ben lontani visto che l’ecosistema in Italia è ancora oggi finanziato con pochissimi soldi rispetto a quelli che sarebbero necessari e si tratta ormai di una condizione quasi cronica che nessun intervento di tipo istituzionale è riuscito a cambiare, almeno fino a oggi. Se invece parliamo di bolla di comunicazione e di fenomeno socio-mediatico si può azzardare che effettivamente esiste da un lato un rumore di fondo cacofonico, molto concentrato sullo storytelling infarcito di retorica a badilate, e poco sulla creazione di valore; e dall’altro lato il perseverare di strategie comunicative che gridano al miracolo e inneggiano al ‘va tutto bene’ quando ciò non solo non è vero ma è anche deleterio perché il primo passo per risolvere un problema è acquisire consapevolezza della sua esistenza e quindi agire, e non solo chiacchierare, di conseguenza.

La bolla, intesa dal punto di vista finanziario, almeno in Italia, ma nemmeno in Europa benché i numeri siano in crescita, è ben lontana da essere uno scenario possibile, anche perché prima di implodere la bolla andrebbe fatta crescere, o meglio gonfiare, e da noi in questo siamo ancora molto, molto indietro.

Diversa la situazione nei mercati più maturi, soprattutto gli Stati Uniti e la Cina dove invece una sorta di bolla speculativa di tipo finanziario attorno alle startup e alle loro versioni più mature, le scaleup e le unicorn, potrebbe verificarsi. È almeno questa la tesi di un rapporto appena pubblicato da McKinsey Quarterly dal titolo ‘The ‘tech bubble’ puzzle’ .

È una tesi articolata che parte dalla constatazione che diversi investitori, tipicamente quelli pubblici (nel senso di coloro che operano sul mercato delle quotazioni) e privati (nel senso dei venture capital soprattutto) si trovano a dare una diversa valutazione delle aziende. Inoltre la tesi di McKinsey esamina in modo piuttosto dettagliato le differenze che ci sono tra quanto avvenne con l’altra bolla, quella del 2000, e lo scenario attuale rilevando alcuni elementi come per esempio, il ruolo della Cina che oggi è molto forte e nel 2000 quasi non c’era, la presenza dei cosiddetti unicorni che nel 2000 non c’erano e oggi ci sono, il primo è nato solo sette anni fa, e il fatto che nel 2000 le super valutazioni furono fatte sulle aziende quotate, quindi dal mercato azionario, mentre oggi sono fatte sulle aziende prima della quotazione, quindi dal mercato degli investitori in equity.

Ciò avviene – sempre secondo il report curato da David Cogman e Alan Lau che guidano l’ufficio di McKinsey a Hong Kong – perché i venture capital hanno oggi un’altissima disponibilità di liquidità di capitale che i limited partner hanno impegnato, ma che non è ancora stato investito, si parlava di circa 150 miliardi di dollari nel 2015, e siccome diversamente dagli altri fondi di investimento quelli che si occupano di aziende tech tendono più o meno tutti a rivolgersi alle poche aziende interessanti e spesso solo a quelle all’interno della loro zona geografica di azione, appare chiaro che vi è meno flessibilità rispetto ad altre forme di investimento e ciò porta a creare un volano di sovra valutazione delle aziende tech che avviene, diversamente dalla bolla del 2000, prima della quotazione in Borsa. La conseguenza è che le tech company restano private più a lungo e poi che la quotazione rischia di rivelarsi deludente perché le Borse, che hanno bene imparato la lezione del 2000, non si lanciano più in investimenti sconsiderati nemmeno quando si tratta di tech unicorn.

Nel report gli autori riportano altri dati che aiutano a comprendere come, benché vi sia il rischio di una nuova spinta all’eccesso di valutazione delle aziende tecnologiche, lo scenario è molto diverso da quello che registrò la bolla e la sua implosione al cambio del millennio.

Ciò che emerge inoltre è lo strapotere che Usa e Cina hanno nei confronti del resto del mondo. Le unicorn di questi due Paesi che sono oggi quotate fanno oltre il 90% del valore globale che vale circa 1,5 trillioni di dollari, e tra queste aziende c’è un crescente avvicinamento: in Cina quelle di maggiore successo sono quelle che non sono sotto il controllo diretto dello Stato, la gran parte delle unicorn cinesi sono quotate in Usa e recentemente si è anche registrato un importante investimento, da un miliardo di dollari, da parte di un’azienda Usa, la Apple, in una unicorn cinese, Didi Chuxing, che è di fatto concorrente di Uber.

Il report di McKinsey conclude che, benché lo scenario vada tenuto sotto controllo e benché ci siano già i primi segnali di rallentamento (di cui abbiamo parlato anche nell'articolo Il Billion Dollar Club sempre più esclusivo, è finita la bolla), nel solo gennaio di quest’anno la capitalizzazione dei mercati equity di Cina e Usa si è ridotta di circa 2,5 trillioni di dollari, si può affermare che anche con una riduzione di una valorizzazione complessiva di mezzo trillione sul valore di tutte le unicorn rispetto al loro ultimo round di finanziamento si avrebbe un effetto sì di rallentamento ma comunque più dolce rispetto alle correzioni che ci furono dopo l’ultima bolla, quella del 2000 legata alle tech company.

Emil Abirascid

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direttore
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Pubblicato il:

14 maggio 2016

Categorie:

Editoriali, Must Read, Report


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