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Reportage da Mosca/4: GEC, Global Entrepreneurship Congress o Global Entrepreneurial Education Congress?

Dopo quattro giorni di GEC 2014 la sensazione emergente per chi si occupa come me di startup a 360 gradi e le respira tutti i giorni col proprio lavoro e i propri soldi, è che il tema del convegno più che le imprese fosse l’educazione imprenditoriale globale. Alle startup di fatto era riservato uno spazio molto limitato nella zona lounge del congresso e nonostante l’ottimo lavoro svolto dai ragazzi di LaunchGurus.ru per cercare di presentarle al meglio agli investitori, la platea molto spesso durante la giornata era composta da me e pochissimi altri russi addentro al settore, per lo più gestori di incubatori e acceleratori.

Il vero tema emergente dal congresso è stato a mio avviso l’educazione imprenditoriale a livello globale. Il tema è di fondamentale importanza, perché emergono vari filoni di sviluppo, con nazioni molto più avanti delle altre nel processo di educazione imprenditoriale. A mio avviso esistono quattro gruppi di nazioni. Il primo è quello dove l’educazione imprenditoriale è lasciata completamente all’impresa individuale. Il secondo quello dove l’educazione imprenditoriale è prevalentemente post universitaria. Il terzo quello dove si è capita l’importanza di cominciare il processo educativo a livello universitario e pre-universitario diffuso (ovvero non solo nelle business school). Infine esistono nazioni, tipo Israele, dove l’insegnamento della cultura imprenditoriale è così avanzato che gli imprenditori non solo vengono formati al perseguimento del successo, ma anche alla gestione del fallimento.

Il passaggio dal secondo al terzo gruppo è significativamente complesso, perché richiede un cambio di passo mentale che porti a cambiare l’identificazione dell’imprenditorialità da concetto verticale a orizzontale. Ovvero, passare da insegnare arte, sport, ingegneria, letteratura, ecc. e business, al considerare che ognuno dei verticali richieda delle competenze imprenditoriali/manageriali per poter diventare un’attività economicamente sostenibile sia per il singolo sia per la collettività. Come le capacità comunicative, anche quelle imprenditoriali sono degli strumenti per la realizzazione dell’individuo nel suo settore di attività privilegiata. A rischio di ripetermi ricordo che non è la stessa cosa insegnare microeconomia, management o imprenditoria. Imprenditore e manager sono due animali diversi.

In Italia, come in Russia, ci troviamo proprio in questa fase di passaggio e di cambiamento del paradigma da posto fisso a quello del lavoro che valorizza le proprie capacità. Diventa quindi un imperativo riuscire a fornire strumenti di emancipazione del singolo tramite l’attività economicamente sostenibile. Uno dei segnali positivi al GEC è stato la presenza di Lorenzo Zanni dell’Università di Siena, alla ricerca di metodologie di implementazione orizzontale dell’educazione imprenditoriale nella sua università e di Miriam Cresta, che con l’organizzazione Junior Achievement (JA, organizzazione internazionale nata negli Stati Uniti) porta educazione imprenditoriale ai ragazzi dai 6 ai 19 anni (il servizio è erogato grazie a opera di volontariato ed è fruibile da tutte le scuole che ne facciano richiesta).

Il governo Italiano (tramite MIUR e MISE) al momento sta promuovendo un progetto di sviluppo della cultura imprenditoriale tramite dei Contamination Lab (luoghi di contaminazione imprenditoriale). Dal sito del MIUR si evince che ”i beneficiari dell’intervento sono le università italiane delle Regioni Convergenza (Campania, Puglia, Calabria, Sicilia) e i partecipanti ai Contamination Lab (CLab) sono principalmente gli studenti universitari e i dottorandi di ricerca. I Contamination Lab devono essere un luogo connesso, accessibile e formato da spazi adeguati sia informali (co-working space) sia formali (aule per corsi/seminari)….che la contaminazione è l’elemento portante del progetto, e avviene in diverse direzioni: (1) tra studenti provenienti da corsi/facoltà/università diversi; (2) tra studenti e docenti/dipartimenti (3) con attori terzi – del mondo produttivo (imprese, startup, investitori, camere di commercio, associazioni imprenditoriali ecc.), delle istituzioni e del terzo settore; (4) con attori internazionali, costruendo partenariati e collaborazioni per acquisire le migliori prassi di innovazione e avviare partenariati che facilitino la mobilità degli studenti/partecipanti.”

Per la costituzione dei Contamination Lab è stato messo a disposizione un budget totale di un milione di euro (con un massimo di 200mila euro a progetto).

Il progetto, benché assolutamente lodevole e di tipologia “tutto fa brodo”, a mio avviso non può rappresentare una soluzione efficace, perché strutturalmente limitata dal budget a disposizione e dal numero di persone che può coinvolgere, oltre al fatto di intervenire solo a livello universitario o post universitario. E’ sintomatica la dichiarazione di Alessandro Fusacchia (allora al MISE) e Mario Calderini del marzo 2013: “Ci auguriamo pure che sia possibile in un futuro prossimo estenderlo a tutto il territorio nazionale (il progetto Contamination Lab, ndr). Così come ci auguriamo che altri atenei italiani riescano a fare proprio il progetto anche in mancanza di un contributo pubblico immediato da parte dello Stato centrale.”

Come al solito lodevole impegno. Ma fatto cento facciamo centouno. Qua servono modifiche a livello di sistema intero.

Difatti un’attività di educazione imprenditoriale all’interno dei programmi pre-universitari e universitari è fondamentale per una diffusione massiva della cultura imprenditoriale, perché la fornitura di questi servizi a pagamento da parte di privati si scontra con la strutturale carenza di fondi degli aspiranti imprenditori. Questi, in genere, si trovano a dover comunque destinare quelli che hanno ai primi costi di funzionamento della società (ricordiamo che in Italia nei primi due anni di funzionamento, senza includere le attività operative, l’esborso di cassa di una Srl/Srls è di oltre 10mila euro).

Probabilmente nel breve periodo a meno che il MIUR non riesca a fare il salto da un progetto speciale come quello dei Contamination Lab a quello dell’educazione imprenditoriale appunto di massa, la strada che ci troveremo a dover percorrere è quella dell’adozione di sistemi educativi imprenditoriali no profit o poco profit di origine internazionale (per lo più made in USA) tipo quello precedentemente citato (JA) o come l’Ice House Entrepreneurship Program (ora Mindset Project) di Gary Schoeninger che appoggiandosi alla Kauffman Foundation cerca di cambiare le mentalità dei cittadini di mezzo mondo. Purché avvenga.

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Pubblicato il:

03 aprile 2014

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