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Stato e startup, quando la questione sono i metri quadri

Il problema non è se i metri quadrati degli incubatori devono essere cento o mille, se le startup devono avere i requisiti per iscriversi all’apposito registro di Stato o meno, se gli investitori devono strutturarsi sotto forma di complesse organizzazioni ad alto costo burocratico ed economico o meno. Il problema è l’ansia si accanirsi legislativamente contro cose che non si conoscono, il problema è voler gestire il futuro con i medesimi meccanismi con i quali si è gestito il passato, il problema è non comprendere che a fronte di una disoccupazione giovanile che supera il 40% e a fronte dell’infelice confronto con ciò che accade negli altri Paesi (per esempio con la Francia che in pochi anni ha raggiunto un livello in investimenti in imprese innovative che è oltre dieci volte quello dell’Italia : 2,7 miliardi di euro contro poco meno di 200 milioni di euro), serve agire con maggiore efficacia.

Per avere efficacia serve però conoscere, serve avere coraggio e serve soprattutto abbandonare le logiche degli investimenti a pioggia, dei contributi a fondo perduto, delle certificazioni, dell’essere più attenti a salvaguardare le rendite di posizione che a sostenere efficacemente lo sviluppo. E poi serve un’altra cosa fondamentale: andare a verificare se le misure prese stanno producendo gli effetti desiderati e in caso contrario correggerle anche profondamente.

Tutto ciò non accade in Italia. Le polemiche che hanno animato il web del mondo startupparo nostrano (si vedano i post su Facebook di Francesco Inguscio, fondatore del venture accelerator Nuvolab e Peter Kruger, fondatore di StartupbootCamp FoodTech Italia,  per esempio) nella scorsa settimana a seguito della bizzarra decisione del Mise di innalzare la superficie minima per consentire a un incubatore di ottenere la certificazione di Stato da 400 a 500 metri quadrati, stanno a dimostrare sia la visione miope di chi fa le norme perché un incubatore è molto altro rispetto al numero dei metri quadrati che occupa, sia il fatto che tali norme sono del tutto disallineate con quanto invece servirebbe. La questione dei metri quadrati degli incubatori non è ovviamente la sola, il registro delle startup innovative è l’altro grande errore strutturale sul quale abbiamo abbondantemente scritto, ma anche episodi più recenti come il programma ‘Selfiemployment’ che ha distribuito in un anno solo 2,5 milioni di euro a fronte dei 124 stanziati per via di regole alquanto bizzarre come scrive Eleonora Voltolina su Linkiesta o l’altrettanto bizzarro caso dell’hard disk che un ente di ricerca ha dovuto acquistare ricorrendo alla colletta , ci danno la sensazione di come il problema sia molto più profondo rispetto alle questioni tecniche o alle minute decisioni.

Ciò che appare in modo sempre più netto e distinto è che le pubbliche istituzioni e il governo sono abissalmente lontani da ciò che effettivamente accade, e questa lontananza, sempre più profonda e sempre più problematica si traduce nel fatto che tutte le norme fino a qui fatte e varate non solo non producono i risultati attesi ma rischiano anche di diventare, in un numero crescente di casi, perfino dannose.

Sarebbe sufficiente andare a vedere se i risultati attesi si producono e comprendere che non serve avere migliaia di startup iscritte al registro se poi gli investimenti in imprese innovative restano al palo, che non serve avere più o meno metri quadrati se poi un incubatore non produce risultati che il mercato apprezza.

Alla luce di ciò vi sono due soluzioni possibili. La prima prevede che le decisioni vengano prese in modo più accurato, che vi siano persone che conoscono a fondo il tema e i suoi problemi e che si facciano periodiche verifiche per definire se le decisioni prese producono i risultati voluti, questa sarebbe certamente una soluzione felice ma per essere implementata richiede un cambio di mentalità da parte delle istituzioni che può avvenire solo in un lasso di tempo non certo breve. E di tempo non ne abbiamo più, quindi resta la seconda soluzione: che le istituzioni non si occupino più di startup (o di qualsiasi altro tema che non conoscono) ma che si facciano semmai portavoce del fatto che il Paese vuole andare in una determinata direzione lasciando a chi ha le competenze, quindi ai privati che operano nel mercato, la possibilità di avere le mani più libere possibili ed eventualmente di gestire, qualora si desideri stanziarli, fondi pubblici con l’obbligo di generare dei ritorni ma potendosi confrontare in modo trasparente sulla base delle sole regole del mercato anche a livello internazionale.

È fondamentale che questo accada perché altrimenti l’Italia delle startup e dell’innovazione, della ricerca e del futuro, continuerà a perdere terreno nei confronti del resto del mondo, continuerà a essere sempre meno competitiva sullo scenario internazionale.

Certo non è tutta colpa delle leggi, del governo, delle istituzioni pubbliche se l’ecosistema delle startup italiano è ancora così piccolo, c’è per esempio bisogno di concentrarsi sempre di più sulla creazione del valore invece che sulla retorica comunicativa, c’è bisogno di attirare maggiori capitali verso le startup, c’è bisogno di accelerare nel mettere il nostro Paese nella mappa internazionale degli ecosistemi, ma è facile comprendere come togliendo le regole bizzarre e inefficaci, eliminando macchinazioni burocratiche, liberando gli attori da lacci e lacciuoli e abbandonando la inefficace strategia delle certificazioni basate su parametri che non sono quelli meritocratici, si otterrebbe uno scenario più competitivo dove a contare veramente sarebbero sempre più i risultati e sempre meno i metri quadrati.

@emilabirascid

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direttore
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Pubblicato il:

04 febbraio 2017

Categorie:

Editoriali, Inspiration


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