Venture Capital Italia, per le startup ancora briciole

Le percentuali di crescita sono incoraggianti ma i numeri in termini di investimenti early stage restano appena sopra la soglia della citabilità. Aifi, l’Associazione italiana del private equity e del venture capital, ha presentato ieri, 16 marzo 2016, i dati relativi all’andamento del mercato degli investimenti in Italia nel 2015. Alla voce early stage, vale a dire investimenti seed e startup, il valore registrato è pari a 74 milioni di euro spalmato su 122 operazioni, vale a dire una media di poco più di 600mila euro a operazione. Dato che, se confrontato con quello del 2014 quando si investirono 43 milioni di euro in 106 operazioni , fa bella figura  quanto a crescita percentuale (+ 74,3% e 15,1% rispettivamente) ma che in termini assoluti, se paragonato alla portata dell’economia italiana rispetto agli altri Paesi europei simili come Francia, Regno Unito, Germania e Spagna, e all’impatto che avrebbe dovuto avere la legge sulle startup varata nel 2012 (legge che anche il suo promotore Corrado Passera oggi vorrebbe profondamente rivista) , appare assai pallido e denota tutta l’arretratezza del sistema italiano a sostegno delle startup.

Il Venture Capital Italia

Si possono fare mille considerazioni diverse, ci si può raccontare che l’ecosistema è cresciuto e che ci sono le exit (badate bene alcune delle exit annunciate negli ultimi mesi non superano i 50mila euro di valore), ci si può illudere che bastino convegni, fiere, proclami dell’apparato governativo centrale o di qualche gruppo industriale che usa le startup solo per sostenere il suo marketing. Ma poi, quando arrivano i numeri, beh c’è poco da illudersi se i numeri sono questi e i proclami entusiastici e utopistici come quello che a settembre dello scorso anno l’associazione Italia Startup affidò a un comunicato in cui si auspicava che entro il 2018 in Italia si arrivasse a una capacità di investimento di un miliardo di euro,  rischiano di suonare come una boutade.

Nei dati illustrati da Anna Gervasoni, direttore generali di Aifi, associazione che compie i 30 anni di vita e che, come sottolinea Gervasoni, si è confrontata in questo periodo con 22 diversi governi, appaiono in modo lampante le differenze tra ciò che avviene in Italia rispetto alle altre grandi economie europee quando si tratta di investimenti in venture capital. Gervasoni sottolinea inoltre come oggi cinque delle prime dieci società per capitalizzazione quotate in Borsa in Usa sono venture backed, quindi nate con il sostegno dei venture capital (Apple, Alphabet, Microsoft, Facebook, Amazon). Tra il 2012 e il 2014 nel Regno Unito i venture capital hanno investito 1.863 milioni di euro, in Francia 1.711 milioni di euro, in Germania 1.954 milioni di euro, in Italia ci si è fermati a 259 milioni di euro. Ampliando l’analisi storica e considerando il periodo tra il 2000 e il 2015 in Italia sono stati investiti 1,8 miliardi di euro (quindi quanto nel triennio prima considerato nel solo Regno Unito) in 1.372 startup.

Claudio Giuliano di Innogest Sgr in veste di presidente della Commissione venture capital di Aifi ha così commentato i dati nel corso del suo intervento: “oggi in Italia ci sono nuove imprese, nuovi modelli, per esempio la sharing economy, che offrono risposte nuove a bisogni di servizio. Si pensi all’industria dell’alimentare o a quella della finanza in cui si stanno affermando nuovi modelli di business che possono stravolgere intere categorie con meccanismi nemmeno pensabili solo pochi anni fa. L’innovazione è base dei sistemi produttivi sani, nelle economie avanzate la net job creation è attribuibile quasi esclusivamente alle startup e tale tendenza è stabile nel tempo, le imprese mature distruggono posti di lavoro nei periodi di crisi più di quanti ne creano quando l’economia va bene. I sistemi innovativi crescono molto in fretta, in Italia una certa effervescenza c’è, i numeri sono in crescita come abbiamo visto e c’è anche effervescenza particolare che per esempio ha visto i provvedimenti del governo portare sensibilità verso filiera investimento startup e i dati dei closing sono interessanti. Gli operatori sono sempre più focalizzati e specializzazione significa maturazione del settore con crescita in termini di capacità di individuare meglio le startup target e fornire migliore supporto agli imprenditori. Dietro ai numeri 2015 ci sono segnali di qualità come per esempio i round investimento sostanziosi sopra i 10 milioni di dollari che nel 2015 sono stati sei e in un caso ci si è avvicinanti a 30 milioni grazie anche alle significative presenze di fondi stranieri, nel 2014 nessuna operazione così grande fu realizzata. Siamo però ancora indietro rispetto ad altri Paesi, dobbiamo recuperare tempo perduto rispetto e ci dobbiamo porre come obiettivo minimo per il prossimo triennio di arrivare almeno al 30% dei numeri registrati in Francia (abbiamo scritto dell’ecosistema vc francese la scorsa settimana, in Francia si sono investiti nel 2015 1,8 miliardi di euro, ciò significa che se in Italia fossimo al 30% registreremmo investimenti per circa 540 milioni invece dei 74 milioni rilevati, ndr). Per fare ciò servono fondi di fondi che facciano da anchor investor e poi mancano investitori istituzionali (e corporate, ndr) che iniettano capitali nei vc come avviene in Francia e nel Regno Unito. Inoltre bisogna semplificare le norme che è operazione che costa nulla, ma può avere grande impatto tenendo presente che se un vc investe in una startup è quella la prova della innovatività della startup stessa e questo deve essere il criterio unico applicato. Poi servono efficaci incentivi per le imprese che innovano attraverso acquisizioni in questo modo si aiuta la creazione del mercato delle exit che porta ulteriore liquidità nel vc e si innesca un effetto domino che porta altri investitori privati e industriali a investire in startup, questa strategia contribuirebbe ad accelerare il tasso innovatività delle nostre imprese e a tenere in Italia cervelli e tecnologie che altrimenti vanno all’estero. Occorre quindi non abbassare la guardia per fare in modo che l’Italia non sia più Paese che rincorre, ma diventi Paese leader” (vedi anche la video intervista rilasciata da Claudio Giuliano a EconomyUp) .

Ampliando lo sguardo sui dati comunicati da Aifi e andando oltre a quelli del venture capital e degli investimenti early stage, si registra che complessivamente in Italia nel 2015 sono stati investiti 4,6 miliardi di euro in 342 operazioni con una crescita del 31% rispetto al 2014. Il dato significativo – ha sottolineato Gervasoni – è anche quello della raccolta pari a quasi 2,5 miliardi di euro di cui il 48% da investitori internazionali. Considerando il quadro complessivo un dato significativo emerge ed è quello relativo alle operazioni di investimento verso le aziende high tech dove, tenendo presente tutte le tipologie di investimento, quindi non solo venture capital, si registrano operazioni per un valore complessivo di 544 milioni di euro, cifra che denota l’interesse verso le tecnologie avanzate da parte degli investitori anche se vi è una contrazione del 23% rispetto al 2014.

Tornando all’analisi dei dati early stage Aifi rileva che la gran parte degli investimenti, il 37%, è fatto da operatori specializzati in questa tipologia di investimenti, il 26% è fatto dalle Sgr generaliste, il 25% da operatori regionali e pubblici, il 10% da investment company e il 2% da operatori internazionali. Interessante anche il tasso di concentrazione degli investimenti in relazione agli operatori che decresce e vede i primi cinque investitori essere titolari del 48% dei 122 investimenti, questa percentuale era del 65% lo scorso anno, tendenza confermata anche guardando l’ammontare dove i primi cinque operatori pesano per il 55% rispetto al 75% del 2014.

La crescita quindi c’è, la consapevolezza che bisogna accelerare per recuperare terreno anche, l’analisi di ciò che bisognerebbe fare per raggiungere risultati migliori pure, c’è anche la creazione di nuovi strumenti a sostegno della cultura dell’ecosistema startup come è VentureUp che Aifi ha creato insieme a Cdp, Fondo Italiano d’investimento o come il Club degli investitori che sempre l’associazione ha voluto per promuovere il fundraising nel Paese.

Innocenzo Cipolletta, presidente di Aifi riassume indicando come elementi positivi gli interventi fatti a sostegno del venture capital e delle startup, l’avvicinamento alle prassi internazionali con il recepimento della direttiva Aifmd e il credito di imposta per i fondi previdenziali che investono in attività reali, mentre giudica ancora problematici l’aumento dell’imposizione sul rendimenti dei risparmi previdenziali, l’approccio eccessivamente burocratico nella regolamentazione (tema questo che diventa drammatico quando una nuova Sgr per iniziare a operare deve aspettare oltre nove mesi il via libera dai regolatori, Bankitalia e Consob, con il rischio di vedersi scadere le lettere di impegno dei limited partner o vedersi sfuggire i potenziali deal, ndr) e la onerosità della regolamentazione per gli operatori più piccoli (che ha reso praticamente impossibile l’operatività da parte delle investment company meno strutturate ma che nel comparto early stage giocano un ruolo importante, ndr). Sempre Cipolletta ha affermato come per accelerare è importante che tutti facciano la loro parte nel rafforzare il sostegno agli investitori istituzionali che vogliono sostenere l’economia reale, nel creare un quadro fiscale e regolamentare chiaro, stabile e incentivante per gli operatori e per attrarre gli investitori internazionali, nel rafforzare l’allineamento della regolamentazione a quella degli altri Paesi europei principali e stimolare l’attività del venture capital.

Emil Abirascid

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direttore
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Pubblicato il:

17 marzo 2016


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