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Startup in Europa: record d’investimenti, Francia campione

Facciamo la fotografia dell’ecosistema europeo delle startup. O meglio leggiamo i contorni della fotografia scattata da Dealroom che ha presentato il suo European Venture Capital Report 2016. Diciamo subito che l’Italia resta del tutto marginale e periferica anche rispetto a Paesi come Francia e Spagna e che si distingue solo per essere il Paese che in percentuale maggiore (66%) ricorre a fonti di finanziamento interne, vale a dire la sua attrattività verso gli investitori internazionali è la più bassa d’Europa (un po’ meglio si posiziona verso i fondi Usa che in Italia pesano per il 18%, 2 punti in più rispetto alla Francia ma 2 in meno rispetto al Portogallo).

Andiamo con ordine: le aziende europee hanno raccolto in totale nel 2016 16,2 miliardi di euro, un record. Il confronto rispetto all’anno precedente dice crescita del 12% in termini di capitale e del 32% in termini di numero di deal. I principali round sono stati quelli di Spotify (909 milioni di euro), Global Fashion Group (330 milioni), Jumia (300), Gett (273), Deliveroo (250), OVH (250), Payoneer (164), Skyscanner (154).

Questo dato generale è certamente positivo, anche se Regno Unito e Germania hanno vissuto un anno di rallentamento: in UK la flessione è stata del 16% con un ammontare complessivo che si è attestato a 3,2 miliardi di euro e un numero di deal pari a 520, in Germania invece gli investimenti si sono fermati a 2 miliardi di euro contro i 2,9 miliardi del 2015 ma ciò è dovuto – precisa Dealroom – dal rallentamento delle attività di Rocket Internet che nel 2016 ha compiuto poche operazioni , ma giusto in questi giorni, esattamente il 19 gennaio 2017, ha annunciato di avere chiuso il suo nuovo fondo, chiamato Rocket Internet Capital Partners, per un valore complessivo di un miliardo di dollari che lo rende al momento il principale fondo di investimento vc europeo per dimensioni.   Il numero dei deal in Germania nel 2016 si è fermato a quota 380.

startup in europaÈ però la Francia il grande campione del 2016: è il Paese che ha registrato il maggiore numero dei deal in assoluto a quota 590 ed è il Paese che ha visto la più consistente crescita in termini di capitale investito passando da 1,5 miliardi di euro del 2016 a 2,7 miliardi di euro del 2016. E a Parigi aprirà il prossimo 1 aprile il più grande campus per startup del mondo che si chiama Station F  e che è stato realizzato da Xavier Niel e che vede anche Facebook tra i founding partner. Nella classifica dei Paesi europei ci sono poi Israele con 2,7 miliardi di euro di investimenti e 231 deal, Svezia con 1,6 miliardi di investimenti e 366 deal, Svizzera con 812 milioni di investimenti e 98 dea, Spagna con 611 milioni in 185 deal, Paesi Bassi con 403 milioni in 154 deal, Finlandia con 324 milioni e 96 deal, Irlanda con 367 milioni e 62 deal, Russia con 295 milioni e 113 deal e poi Belgio con 244 milioni e finalmente Italia con 162 milioni e 95 deal (benché i numeri rilevati dall’Osservatorio delle School of Management del Politenico di Milano siano leggermente superiori come abbiamo scritto qui). Il resto dei 16,2 miliardi di euro complessivi è diviso tra gli altri Paesi tra cui Norvegia (156 milioni), Austria (81 milioni), Portogallo (44 milioni).

In termini di tipologia di investimenti Dealroom rileva un significativo rallentamento verso le imprese di tipo B2C soprattutto in Germania e Regno Unito, mentre cresce il B2B, si registra una crescita maggiore nei deal early stage fino alla fase di series B e C, mentre ci è una contrazione sui deal da series D in poi e ciò si traduce anche in una riduzione del numero di startup che, ma ciò è piuttosto naturale, raggiunge la fase di round successivo. Stesso andamento anche per i valori medi degli investimenti che cresce leggermente nei seed e series A round e si contrae nei series B e C. Dealroom propone anche un approfondimento sia per settore, sia per hub cittadino (analizzando Londra, Parigi, Tel Aviv, Berlino, Stoccolma, Amsterdam, Barcellona, Madrid, Dublino, Helsinki, Mosca, Zurigo e Ginevra) ed enfatizza che sempre nel 2016 i vc europei hanno raccolto ulteriori 8,4 miliardi di euro con una crescita del 33% rispetto all’anno precedente, valore che naturalmente è assai positivo in prospettiva per gli investimenti che saranno fatti nel 2017 e negli anni successivi. Crescono anche gli investimenti di origine corporate che sono alla base di oltre il 16% dei round complessivi chiusi in Europa e valgono il 30% degli investimenti complessivi. Si nota anche che circa il 25% dei capitali arrivano da fondi vc basati negli Usa con particolare attenzione ai round più avanzati.

Tornando allo spaccato per Paese il rapporto di Dealroom analizza l’andamento in Gran Bretagna dove vi è stato un rallentamento del 16% ma afferma che benché la Brexit sia considerato motivo di incertezza non è da la ragione a cui imputare la contrazione registrata nel 2016 e Londra si conferma principale hub europeo soprattutto per le scale-up. La contrazione del 32% registrata in Germania è, come detto, imputabile soprattutto al rallentamento della attività di Rocket Internet che però con il nuovo fondo è assai probabile riprenderanno presto vigore, e allo spostamento tra il B2C al B2B. Come già detto la Francia ha fatto il pieno sia grazie ai grandi round come quelli di Jumia, Deezer e Sigfox sia grazie alla crescita, triplicata, dei seed round, e quella, raddoppiata, degli early stage round, attività che si sono sviluppate in tutto il Paese e che sono sostenute da strategie che si stanno dimostrano efficaci come abbiamo scritto qui. Nell’area del nord Europa è la Svezia a guidare la corsa anche se Danimarca, Finlandia, Norvegia e Islanda tengono il passo in termini di crescita che si è verificata soprattutto nel quarto trimestre con un balzo sia dei seed sia dei series A round.

Altri dati che il rapporto fornisce sono la classifica dei Paesi europei che maggiormente attraggono fondi dagli Stati Uniti che vede in cima Israele con il 43%, seguito da Austria (39), Svezia (36), Irlanda (31), Regno Unito (31), Turchia (28), Finlandia e Spagna (22), Paesi Bassi (21), Germania e Portogallo (20) e quindi come detto all’inizio Italia con il 18% che viene prima di Francia e Russia (16), Belgio (14), Danimarca (10) e Norvegia (6). L’Italia è il Paese che maggiormente si affida a fondi di provenienza interna con il 66% del totale, seguita da Russia (56), Francia (51), Regno Unito (47), Belgio (46) fino all’Austria con solo il 21%. Interessante anche il valore degli investimenti in vc pro capite, quindi la quantità di denaro che viene investito suddiviso per la popolazione del Paese, e qui ai primi posti ci sono Israele con 313 euro a testa, gli Usa con 231 euro a testa, la Svezia con 160 euro, l’Irlanda con 77 euro, la Finlandia con 59 euro, il Regno Unito con 49, la Francia con 41, Norvegia con 30, Danimarca con 25, Germania e Paesi Bassi con 24 euro pro capite, l’Italia è in coda con 2,7 euro di investimento in vc per ciascun abitante, fanno meglio di noi anche il Portogallo con 4,3 euro, l’Austria con 9,2 euro, la Spagna con 13 euro, il Belgio con 22 euro; peggio solo Russia con 2 euro e Turchia con 0,4 euro. Interessante infine il peso degli hub sui singoli Paesi di appartenenza: qui in termini di valore vince Londra con Edimburgo, poi Parigi, Tel-Aviv, Berlino con Monaco di Baviera, Stoccolma, Zurigo con Ginevra, Madrid con Barcellona, Amsterdam con Rotterdam, Dublino, Helsinki, Mosca, Bruxelles con Gent e poi Milano per l’Italia che ha un peso in percentuale dell’8,5% sul totale, mentre percentualmente è Stoccolma ad avere il peso relativo maggiore con 85,3% sul valore complessivo della Svezia, seguita da Dublino con 82,3%, Madrid e Barcellona che pesano rispettivamente 41% e 40,4%, Londra 68,3% con Edimburgo che pesa per il 5,8%, Parigi al 61,3%, scorrendo si arriva a Berlino e Monaco di Baviera che valgono rispettivamente il 44,2% e il 4,3% del valore complessivo della Germania, Tel Aviv il 40,9% di Israele, Zurigo e Ginevra che pesano per il 7,1% e il 11,1% rispettivamente sul valore complessivo della Svizzera, Lisbona il 18.1% sul totale del Portogallo.

L’intero rapporto di Dealroom è scaricabile a questo link,  e si può consultare anche sotto forma di mappa a questo link.

Sul perché l’Italia sia ancora in ritardo rispetto al resto d’Europa, sul perché l’Italia non riesce a recuperare terreno, anzi continua a perderne anno dopo anno in relazione alle economie simili, sui motivi per cui le startup italiane che diventano grandi vanno a cercare i fondi all’estero e su come andrebbero profondamente modificate le politiche attuali che sono miopi e inefficaci e basate su strategie, anche di investimento da parte degli enti pubblici, che si basano più sugli umori del governo che non sulle necessità del mercato, abbiamo già abbondantemente scritto. Il quadro offerto da Dealroom non fa altro che ribadire l’urgenza di mettere l’Italia a sostegno delle startup in condizione di essere competitiva e di crescere in modo sostanziale perché solo giocando nel quadro competitivo internazionale possiamo guadagnare credibilità e dare quel supporto strutturale, finanziario, culturale che serve ai tanti bravi imprenditori che abbiamo per crescere e creare aziende globali.

@emilabirascid

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Pubblicato il:

21 gennaio 2017

Categorie:

Editoriali, Must Read


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