L’importanza di sostenere innovazione e sviluppo in tempi di crisi

Quarto giorno di gennaio 2026 , l’anno nuovo è iniziato da poco più di 72 ore e già sembra una eternità. I fatti si susseguono con intensità repentina: la Svizzera si scopre vulnerabile a ciò che avrebbe dovuto essere prevedibile, gli USA bombardano il Venezuela e prelevano il presidente in carica, bombardano anche la Nigeria e minacciano pesantemente l’Iran dove nel frattempo la profonda crisi economica ha innescato proteste feroci minando le basi sociali del Paese dall’interno, la Russia continua a bombardare l’Ucraina con quotidiane perdite tra i civili, Israele prende a calci le ONG di tutto il mondo e le butta fuori dalla Palestina che è sull’orlo della catastrofe umanitaria senza giustificazione alcuna e nel quasi silenzio internazionale, la Cina ha mandato la sua flotta militare a farsi un giro attorno all’isola di Formosa costringendo la presidente del governo di Taipei a sottolineare che in nessun caso il suo Paese alimenterà qualsivoglia escalation, e perfino Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti si sono messi a litigare tra loro scambiandosi cannonate per via dello Yemen riportando a galla questioni tribali riemerse direttamente dalle pieghe della storia di quelle zone, di un tempo che fu prima delle ricchezze e della conquista della ribalta internazionale. 

A voler essere stridentemente ironici si potrebbe direi che si è partiti con il botto, o richiamare in chiave altrettanto stridente un vecchio proverbio che recita come chi bene incomincia è già alla metà dell’opera, ma qui c’è invece da richiamare alla calma e all’attenzione. Difficilmente il mondo riuscirà a sostenere un tale ritmo, già è al limite ed è quasi un miracolo come riesca a tollerare despoti e leader più o meno democratici che fanno di tutto per accendere focolai invece che spegnerli, la speranza di un’America impegnata per la pace che sembrava essersi accesa con la mediazione per il raggiungimento degli accordi tra Ruanda e Repubblica Democratica del Congo del giugno 2025, tra Armenia e Azerbaijan dell’agosto 2025, tra Tailandia e Cambogia, con anche la mediazione della Malesia, dell’ottobre 2025 anche se si sono presi a pistolettate fino al dicembre 2025, sembra ora lontana. Le grandi potenze del globo non sono in grado di pesare quanto dovrebbero e se lo fanno è in chiave distruttiva ed egoistica, le Nazioni Unite sembrano ormai finite nella spirale di un’anacronismo stantio, il ritorno alla corsa agli investimenti in armi ha preso il posto delle politiche a sostegno delle azioni per contrastare il cambiamento climatico col risultato che rischiamo di perdere la battaglia sociale e quella ambientale in un solo colpo. Insomma un vero casino. 

La questione è strutturale, se il Pontefice prova a richiamare il mondo all’ordine dichiarando che la pace non si fa affilando le spade, l’umanità pare essere sorda e questa sordità va curata in modo radicale e profondo, serve una nuova presa di coscienza. Possiamo anche lasciare da parte per il momento la retorica del fatto che viviamo tutti sul medesimo pianeta, che siamo tutti sempre più connessi, interconnessi, collegati, ma non possiamo ignorare che siamo di fronte a cambiamenti che richiedono risposte, che dobbiamo pensare alle nuove generazioni delle quali, pare proprio si curi proprio nessuno, nemmeno nella civile e super democratica Europa, la quale, baluardo di libertà, collaborazione, unione, tolleranza, deve fare essa stessa un salto di maturità e diventare a pieno titolo una potenza globale uscendo dal limbo in cui è attualmente, anche se gli allarmi non mancano come ha affermato nel suo discorso di fine anno il Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella. 

Dove sta la risposta? Forse nelle ardite parole del nuovo sindaco di New York Zohran Mamdani che nel suo discorso di insediamento il primo giorno dell’anno in cui ha giurato sul Corano essendo lui musulmano di fronte al senatore indipendente del Vermont Bernie Sanders che è di origini ebraiche, in cui enfatizza la sua intenzione di “sostituire la freddezza dell’individualismo spietato con li calore del collettivismo (We will replace the frigidity of rugged individualism with the warmth of collectivism)”, frase che ha suscitato reazioni assai contrastanti e perfino una ridda di meme che richiamano i disastri del socialismo reale, ciò anche se il collettivismo può anche essere quello scevro da scelte politiche ma un tratto sociale che guarda più al valore della collettività piuttosto che a quello dell’individuo come accade già in alcuni Paesi, per esempio il Giappone, che tutto sono fuorché guidati da logiche bolsceviche. E’ quindi una nuova concezione di collettivismo una strada perseguibile? Potrebbe ma solo se la presa di coscienza di cui sopra di manifesta in modo chiaro. 

Cosa deve succedere? Deve accadere che l’umanità pensi a se stessa come tale, ciò non significa soffocare l’individualismo, il merito, le capacità e l’impegno dei singoli, ma significa definire in contorni della casa planetaria comune che non è più in grado di reggere le tensioni, le guerre, l’indifferenza, l’incapacità di fare progetti a lungo e lunghissimo termine. Non possiamo permetterci di lasciare noi stessi soli e dobbiamo oggi più che mai investire, impegnarci, rischiare, guardare oltre perché proprio nei momenti come quello attuale dove l’unica certezza pare essere l’incertezza, dove l’incognita del futuro è più forte che mai, serve alzare il livello di rischio, alzare il livello di fiducia nel futuro, investire e serve farlo nell’innovazione, nella ricerca, nella protezione dell’ambiente e nella individuazione di forme sociali nuove che possano rispondere ai cambiamenti del mondo che non sono solo quelli repentini o che popolano le cronache, ma son anche quelli lenti, sono gli spostamenti degli equilibri demografici che cambieranno in una o due generazioni l’intero equilibrio dell’umanità, sono le incognite negative della possibilità di ripetersi di eventi come la pandemia del 2020 ma anche quelle positive che risiedono nella possibilità di nuove scoperte scientifiche e tecnologiche capaci di cambiare le sorti dell’umanità per sempre, si pensi per esempio all’energia a fusione nucleare, o alla capacità di comprendere come funziona la mente umana, o ancora alla scoperta della materia oscura la cui esistenza è oggi solo ipotizzata ma che potrebbe cambiare profondamente la conoscenza dello spazio profondo. 

La materia oscura dell’universo è la passione di Fabiola Gianotti come lei stessa ha dichiarato lasciando, alla fine del 2025, il suo ruolo di direttrice del CERN dopo due mandati, ruolo che l’ha portata al centro delle principali scoperte degli ultimi dieci anni nell’ambito della fisica come, per esempio, il famosissimo bosone di Higgs. Il lavoro di persone come Gianotti testimonia come la strada della ricerca scientifica, dello sviluppo tecnologico e umano, della collaborazione tra nazioni e istituzioni sovranazionali, della visione a lungo termine sono le direzioni principali per dare una risposta al futuro dell’umanità ed è questa una responsabilità che deve diventare di tutti. Non possiamo rintanarci, isolarci, pensare solo al piccolo mondo che riguarda direttamente noi stessi, dobbiamo essere arditi e visionari, dobbiamo guardare all’umanità come a un’unico organismo interdipendente, connesso, che si auto influenza e che deve imparare ad auto proteggersi.

Bisogna fare sì che anche una ‘semplice’ dichiarazione di guerra di qualsiasi tipo sia considerata un crimine contro l’umanità, dobbiamo togliere il concetto di violenza e di conflitto dalle opzioni possibili per risolvere contrasti, dobbiamo costruire uno scopo comune e dobbiamo rischiare il tutto per tutto per il bene del mondo senza abbassare la guardia, senza risparmiarci. (foto di SIMON LEE su Unsplash)

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