Il modello italiano delle startup esiste (finché non va a Wall Street)

Nelle ultime 48 ore in rete si stanno muovendo diversi rumor sulla possibile quotazione in Borsa di Bending Spoons, dopo che il Corriere della Sera ne ha dato la notizia. La strategia attuata finora dal player italiano consisterebbe nell’essere una software house multiprodotto e multimercato, avendo acquisito finora giganti in settori del tutto diversi come le società Evernote, WeTransfer, Meetup, Vimeo e StreamYard. 

I fondamentali economici fino al primo semestre del 2025 sembrano tenere: i ricavi sono raddoppiati a 524 milioni di euro, con un Ebitda adjusted del 50,4%.

I rumor troverebbero un riscontro reale, giustificato dal debito contratto tramite le M&A (tra capitale di rischio e prestiti, la società ha raccolto finora quasi 5 miliardi di dollari), e dalle pressioni degli investitori che si aspettano il loro ritorno dell’investimento. Ecco allora che l’IPO sarebbe il viatico perfetto per l’azienda italiana.

Se questi rumor prima o poi dovessero diventare reali, l’eventuale valutazione, che si dice potrebbe attestarsi tra i 10 e i 30 miliardi di dollari, le permetterebbe l’ingresso nell’indice S&P 500 di Wall Street. Per tutti vorrebbe dire non essere più il fiore all’occhiello italiano, ma americano.

La reazione sulla rete ovviamente continua ad essere polarizzante tra i soliti apocalittici e integrati, ovvero tra chi ancora mette in dubbio il suo modello di business perché privo di una chiara visione etica  – portando l’esempio del numero di licenziamenti nei confronti del personale e di quelli possibili per ogni società finora acquisita (circa 1.300 quelli già avvenuti e, notizia di poche ore, il 100% di Vimeo) – e chi invece difende l’autority e seniority di cinque ragazzi, i fondatori, che alla fine ce l’hanno fatta e sono riusciti finalmente a cavalcare il sogno dei primi wannabe della Silicon Valley: anzi, nella polarizzazione alcuni sostengono che Bending Spoons sia il nuovo modello imprenditoriale cui molti giovani italiani potranno ispirarsi e seguire lo stesso sogno, percorso, così da dar vita a nuove aziende tech italiane in grado di scalare finalmente i mercati europei e internazionali.

Finora molti attori del panorama tech italiano si sono domandati quale fosse o se ci fosse un modello italiano, simile o diverso da quello americano, da promuovere in un Paese che sembra essere più un’economia che insegue con fatica che una nazione del G7. Qualche anno fa, nel suo saggio “Eppur si innova” anche Luca De Biase tentò di tracciare un contesto: sul mosaico storico, culturale, politico ed economico del nostro Paese, dichiarava che “per chi cerchi le ragioni dell’innovazione italiana è importante notare che laddove gli italiani riescono a fare sistema”, citando alcune regioni, “si osserva una sorta di trasmissione del sapere acquisito dalle imprese più virtuose e una loro capacità di restituire ai loro territori”. Questo pattern potrebbe controbilanciare tutti quelli che hanno la stessa visione del CEO di Klarna, che qualche tempo fa aveva elogiato la sua intelligenza artificiale affermando: «Può sostituire 700 persone», che è lo stesso numero di dipendenti che ha licenziato. Davvero a queste aziende tech importerebbe solo del business, perché giustificate dall’essere aziende private in un mercato capitalista, trovando difficile fare impresa in Paesi o continente troppo regolamentato e tassato? Oppure è semplicemente un abbandono delle implicazioni sociali del concetto di Impresa, così bene rappresentate da Adriano Olivetti nella storia italiana, per puntare al mero soddisfacimento di ritorni finanziari?

Oggi c’è una iniziativa del tutto europea partita dal basso, Eu Inc, che si prefigge proprio di abbattere queste barriere politiche e burocratiche, per innovare e competere in maniera più veloce e libera. È notizia di poche ore che la presidente europea Ursula Von Der Leyen ha proposto a Davos durante il World Economic Forum un “28esimo regime” per scalare la competitività europea.

Ma alla fine, perché ispirarsi a modelli americani, quando da quest’ultimi si stanno rivelando alcune fallacie: finora non c’è una big tech che non sia coinvolta in uno scandalo o procedimento giudiziario. L’ultimo riguarderebbe xAI di Grok di Elon Musk, che avrebbe contribuito agli abusi sui minori. A tal riguardo è notizia di poche ore che la Commissione Europea stia valutando la possibilità di vietare le app AI che consentono agli utenti di “spogliare” le persone a loro insaputa, violandone così la privacy e la sicurezza.

Oggi Bending Spoons rappresenta esattamente quel cavallo di battaglia unico, al di fuori delle eventuali ipocrisie. Allora tutto il teatrino mediatico dei pro e contro i “campioni”, i “modelli”, riguarderebbe l’esistenza di un mosaico parallelo infranto da una “rottura etica” (cit. Paolo Benanti), continuamente rimodellato dal “figitale” (De Biase), e mosso da una continua paura dei “fantasmi” che si annidano sempre intorno alle nuove scoperte e rivoluzioni (Stefano Moriggi e Mario Pireddu – Intelligenza artificiale e i suoi fantasmi), di contro alla troppa importanza che staremmo dando alle nuove tecnologie, oramai che sono entrate nelle nostre case (Massimo Sideri e Andrea Principe -“Il Visconte cibernetico”)?

Perché abbiamo paura dei campioni? 

Lo abbiamo voluto chiedere ad uno degli attori del panorama italiano, molto attivo nella Capitale, nelle conferenze e online nel promuovere e spiegare l’imprenditoria tech e il venture capital: Gianmarco Carnovale.

Esiste un modello italiano o è meglio parlare di modelli italiani?

Secondo me non si deve parlare mai di modelli locali o nazionali, soprattutto nell’imprenditoria tech e digitale, ma solo di vantaggi competitivi e di evidenze operando in allineamento a quello che si aspettano le reti internazionali degli investitori. Si deve giocare in uno schema, all’interno di regole di gioco note e codificate, e soprattutto ampiamente condivise, altrimenti non si incontra la grande finanza e si resta piccoli. Per giocare nello schema, si deve partire dal conoscere lo schema, le regole, gli obiettivi del gioco, studiando.

Bisogna ancora ispirarsi ad un modello o a più modelli, oppure è il momento di riordinare le idee e sviluppare un metodo di fare startup e innovazione?

Bisogna innanzitutto capire di quale sport stiamo parlando: se si parla di imprese innovative, scalabili e con potenziale globale, si gioca all’interno di quella che è la rete globale degli ecosistemi startup, e in quel campionato si opera con un unico modello: le pratiche internazionali delle startup e del venture capital. Che, attenzione, non sono una religione scolpita nella pietra, e nemmeno leggi: sono semplicemente una applicazione pragmatica, un adeguamento darwiniano continuo, una rimodellazione evolutiva dei comportamenti intorno a quello che funziona meglio nell’unire capitale umano e capitale finanziario, intorno ad opportunità di ridefinire settori e modelli di consumo resi possibili dall’avanzamento della tecnologia, generando nuova ricchezza. Questo adeguamento, negli USA si è affinato per quasi sessant’anni; nel Regno Unito e nei paesi nordici per quasi trenta. Noi siamo i bambini nella stanza: abbiamo iniziato a guardare alle imprese innovative da quindici anni e a prenderle sul serio da cinque, e dobbiamo necessariamente studiare ed acquisire ancora moltissimi concetti che divergono radicalmente dalla dottrina che attiene all’imprenditoria e alla finanza tradizionali. La difficoltà italiana si radica nella convinzione nel voler chiamare “startup” qualsiasi nuova impresa, “scaleup” qualsiasi impresa che cresce, “unicorno” qualsiasi player che si appropria del termine perché raggiunge il miliardo di valore o addirittura lo annuncia e basta, come se poi questo fosse un punto di arrivo. E soprattutto si sbaglia, profondamente, a tentare di abbassare l’ambizione del venture business, che è un modello di investimento fondato su rapporti di rischio/rendimento molto chiari e scientifici, rendendolo troppo simile a del private equity di piccolo taglio semplicemente perchè rientra nella confort zone di investitori che arrivano dalla finanza tradizionale e rigettano i principi su cui il venture capital fonda il suo successo. Bambini nella stanza, che non studiano e sono anche presuntuosi e assertivi.

Cosa ne pensa di questa probabile IPO di Bending Spoons e del dibattito scaturito soprattutto sui tagli al personale finora pubblici?

La prima cosa di cui sono certo, riguardando a posteriori i loro passi e mettendoli in fila, è che Bending Spoons stia seguendo da anni un percorso tracciato per andare alla IPO: tutto quello che hanno fatto, a partire dalla strategia di visibilità che hanno cercato in pandemia quando hanno realizzato gratuitamente la app Immuni per il Governo, era parte di un piano fondato su acquisizioni e ottimizzazioni di old tech con nomi altisonanti ma ormai prive di crescita, e su una notorietà del brand basata su comunicati ufficiali, leak e rumor di stampa chiaramente voluti, e sulla costruzione di una immagine ispirazionale. Trovo tutto molto ben eseguito, direi da manuale e senza errori, con una sola nota stonata: cercano di caratterizzarsi come tech company usando la retorica delle startup, scaleup, e unicorni, perché genera maggiore buzz e migliori multipli in Borsa. Ma la realtà è che Bending Spoons non è né una scaleup né un unicorno, e non credo sia mai stata una startup nel senso inteso dal nostro settore: sono nati come una digital agency multiprodotto, che rilasciava molteplici app che sono stati bravi a far monetizzare, e che come tale non ha mai avuto le caratteristiche di una startup. Poi sono cresciuti con apporti di finanza che erano principalmente debito, usato per le acquisizioni, e una parte di capitale privato che è arrivato da family office, hedge fund, private equity, ma non dal venture capital. Il tipo di finanza che hanno canalizzato dice tutto sul fatto che non siano un unicorno, definizione che attiene esclusivamente alle imprese che raggiungono il miliardo di valutazione con investimenti di venture capital, e dice moltissimo su cosa siano in realtà: un grande veicolo di private equity specializzato nel digital business, che fa acquisizioni, ristrutturazioni, ottimizzazioni di costo per incrementare la profittabilità delle acquisizioni. Sono molto bravi in fare questo, è il motivo per cui attirano finanziamenti in modo crescente, e l’IPO è la destinazione naturale del loro percorso. Non vedo molto di strano nel farlo, e dato che il NYSE è il miglior mercato in cui quotarsi per generare il massimo profitto ai loro investitori, è abbastanza ovvio che “flippino”, come si dice in gergo, in una società USA. Non credo che questo produrrà alcun impatto di minor valore per l’Italia: già oggi, qui hanno un headquarter che è sostanzialmente la loro principale business unit di impiego di project manager, sviluppatori, marketer (nella foto la sede di Bending Spoons a Milano), e un flip negli USA creerà una entità legale soprastante da quotare che avrà in USA la compliance, la rendicontazione verso i mercati, e la tassazione degli eventuali dividendi. Ma dal punto di vista operativo penso che cambierà poco, continueranno ad operare dall’Italia e assumeranno in Italia. Se mi chiedi se quello di Bending Spoons sia un “modello” da seguire per l’Italia, ti direi che può esserlo nel filone del private equity dove ci sono numerosissime opportunità di turnaround e consolidamento di medie imprese. Ma non è certamente un modello per il venture business ed il tech italiano, dove si deve puntare a far nascere aziende nuove, che creino e facciano crescere soluzioni innovative di successo, tra le quali trovare auspicabilmente i campioni industriali ed i grandi datori di lavoro dei prossimi decenni.

    Cosa ci attende in questo 2026? 

    Nel 2026 non vedremo moltissimi cambiamenti, se parliamo di startup e venture capital: ci sarà una lenta crescita qualitativa e quantitativa degli investimenti, grazie alla migliore definizione del registro startup attuata con lo Scaleup Act dello scorso anno e alla spinta data al risparmio previdenziale perchè entri nel settore. Ma i risultati giungeranno soprattutto grazie alla crescita culturale indotta da nuovi fondatori e investitori, che hanno studiato e spesso sono rientrati dall’aver fatto pratica all’estero, e che diffondono il corretto approccio alla imprenditoria innovativa e al fundraising da un lato, e alle modalità giuste di valutare le opportunità nelle fasi pre-seed, seed, ed early stage dal lato degli investimenti. Stiamo affrontando una fase di maturazione che pone basi più solide per la crescita, che sarà importante alimentare per anni raggiungendo le exit prodotte dai primi investimenti di questi ultimi anni, senza preoccuparsi troppo dello stock di investimenti sbagliati che sono stati fatti nelle fasi di immaturità del settore. In Italia dovremmo riuscire a vedere alcuni affinamenti di carattere normativo che dovrebbero eliminare colli di bottiglia, e poi entro fine anno credo che avremo l’attuazione del 28mo regime societario europeo, che sarà il vero game changer: la standardizzazione del diritto societario nell’Unione Europea, se verrà affiancata da una borsa tecnologica continentale, potrebbe portare in alcuni anni ad avere una alternativa seria a fare IPO negli Stati Uniti. 

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