La burocrazia tricefala, il bug e l’algoritmo dell’esclusione

Immaginate di dover installare tre sistemi operativi diversi, tra loro incompatibili e ridondanti, per far girare un unico software su una macchina che dovrebbe invece produrre valore immediato per la vostra azienda, ma la realtà che affrontano migliaia di talenti ogni giorno in Italia è esattamente questa, poiché il nostro ordinamento pretende di sezionare l’identità di una persona con disabilità in tre compartimenti stagni che non comunicano mai tra loro.

Esiste l’invalidità civile che guarda alla capacità di guadagno, esiste la condizione di handicap legata alla tutela sociale e infine esiste la disabilità lavorativa che dovrebbe occuparsi del collocamento mirato, ma questo frazionamento non è una semplice complessità amministrativa che rallenta le pratiche, bensì rappresenta un vero e proprio sabotaggio del capitale umano che impedisce alle imprese di accedere rapidamente a competenze specializzate.

Un imprenditore che cerca efficienza non può permettersi di navigare nell’incertezza di un sistema dove chi è considerato idoneo al supporto economico non risulta magari immediatamente spendibile per il mercato del lavoro a causa di criteri di valutazione incoerenti, e questo cortocircuito genera un attrito operativo che trasforma quello che dovrebbe essere un investimento in una risorsa in un calvario legale che brucia tempo e opportunità di business.

Questa frammentazione produce una forma di esclusione programmata che colpisce al cuore la produttività, perché costringe il lavoratore a vivere in un costante stato di “processo di riconoscimento” che lo distoglie dalla sua crescita professionale e lo relega al ruolo di eterno utente dei servizi sociali, ma la verità cruda è che ogni ora passata in una sala d’attesa per l’ennesima visita di accertamento è un’ora sottratta alla creazione di valore all’interno di un workflow aziendale.

Non possiamo più accettare che il talento venga messo in standby da una macchina burocratica che sembra progettata per contare le mancanze invece di abilitare le potenzialità, e proprio su questo punto mi sento di dire, in veste di vicepresidente di Libera Associazione Disabili Imprenditori, che la frammentazione normativa non è un incidente di percorso, ma una scelta politica di chi preferisce gestire sussidi invece di liberare competenze, e finché non tratteremo la disabilità come un layer professionale univoco e certificato con un’unica procedura rapida, continueremo a perdere i migliori talenti del Paese in un labirinto di moduli fotocopiati e commissioni mediche che non hanno la minima idea di cosa serva davvero a un’azienda oggi.

Il mercato del “profitto” corre a una velocità che la burocrazia attuale non riesce nemmeno a concepire, e per questo motivo continuare a difendere un sistema che separa la salute dal lavoro e il diritto dalla produttività significa condannare l’Italia a un’obsolescenza sociale ed economica evitabile, perché un’azienda moderna non ha bisogno di pietismo o di sgravi fiscali per “gestire” un costo, ma ha bisogno di strumenti fluidi per integrare risorse che sappiano risolvere problemi complessi.

È necessario pretendere una riforma che porti a una certificazione unica, digitale e immediatamente leggibile dai dipartimenti HR, eliminando una volta per tutte questa schizofrenia normativa che impedisce a una risorsa di essere semplicemente se stessa, ovvero un lavoratore pronto a produrre risultati, senza dover dimostrare la propria condizione tre volte a tre uffici diversi che spesso non si parlano nemmeno. (foto di Yomex Owo su Unsplash)

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