Biocarburanti, il caso POME e il limite della certificazione

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C’è un dato che, da solo, dovrebbe bastare a orientare il dibattito: in Italia oltre il 40% dei biocarburanti deriva da scarti e residui. Non materie prime agricole, ma sottoprodotti. È il modello su cui si regge una parte rilevante della transizione nei trasporti. Il numero arriva dal GSE ed è considerato, da anni, una buona notizia.

Lo è, almeno in teoria.

Perché nella pratica, quando uno scarto diventa così centrale e così remunerativo, la domanda più semplice diventa anche la più scomoda: quanto di quello che chiamiamo “scarto” lo è davvero?

L’inchiesta di SourceMaterial sul POME — il liquido di risulta della lavorazione dell’olio di palma — non accusa direttamente le grandi aziende europee. Fa qualcosa di più rilevante: mostra quanto sia facile, lungo una filiera globale, perdere il controllo su ciò che si sta comprando. E suggerisce che il problema non sia episodico, ma sistemico.

Una filiera globale costruita sulla fiducia

Il POME nasce nei frantoi del sud-est asiatico. È un residuo liquido, difficile da stoccare e da trasportare, con un valore intrinsecamente basso. Per anni è stato un problema ambientale più che una risorsa.

L’equilibrio cambia quando entra nella filiera dei biocarburanti europei. Qui il POME diventa “advanced feedstock”, beneficia di incentivi regolatori e contribuisce agli obiettivi climatici. In alcuni casi, vale quasi quanto — o più — del prodotto principale da cui deriva.

È questo salto di valore a trasformare la filiera.

Tra origine e destinazione si inseriscono trader, intermediari, operatori logistici, certificatori. Il prodotto attraversa confini e sistemi normativi diversi, accompagnato da documentazione che ne attesta natura e sostenibilità. A ogni passaggio, il controllo è formale: si verifica che i documenti siano corretti, non che il contenuto sia effettivamente quello dichiarato.

Il sistema che rende possibile tutto questo è quello della certificazione, in particolare lo standard ISCC. È una struttura complessa, basata su audit e verifiche periodiche, che ha permesso al mercato dei biocarburanti avanzati di crescere rapidamente.

Ma è anche un sistema progettato per gestire la conformità, non l’incertezza.

Quando i volumi sono coerenti e la domanda è stabile, funziona. Quando la domanda cresce rapidamente — come è accaduto negli ultimi anni — emergono le tensioni. Il motivo è semplice: la disponibilità reale di residui è limitata, mentre gli incentivi spingono ad aumentare il loro utilizzo.

Uno studio di Transport & Environment ha evidenziato che in Europa il consumo di POME potrebbe essere quasi doppio rispetto alla disponibilità globale stimata. Non è una prova di frode diffusa, ma è un indicatore di squilibrio. E negli squilibri, in mercati globali, si aprono sempre zone grigie.

Il rischio nascosto nei modelli di business

Questa dinamica non resta confinata alla filiera agricola. Si trasferisce direttamente nei modelli industriali dei grandi operatori energetici.

Aziende come Eni e Neste hanno investito in modo significativo nei biocarburanti avanzati, riconvertendo raffinerie e costruendo catene di approvvigionamento globali. Il presupposto è chiaro: utilizzare scarti e residui per produrre carburanti a basse emissioni, in linea con le politiche europee.

È una strategia coerente e, fino a oggi, efficace.

Ma si basa su un elemento che le aziende non controllano completamente: la qualità dell’informazione a monte. In una filiera come quella del POME, il produttore finale dipende da una lunga catena di attori e da un sistema di certificazione che, per sua natura, lavora su base documentale.

Questo crea un tipo di rischio diverso da quelli tradizionali.

Non è il rischio operativo, né quello tecnologico. È un rischio informativo. Se i dati su cui si basa la certificazione sono incompleti o imprecisi, l’intero sistema di compliance diventa meno solido. E con esso, anche gli incentivi economici e il posizionamento ESG delle aziende.

Il tema è particolarmente rilevante perché i biocarburanti da residui sono fortemente sostenuti dalle politiche pubbliche. La European Commission, attraverso la direttiva RED II, ha costruito un sistema di incentivi che premia queste soluzioni. In alcuni casi, il contributo ai target di energia rinnovabile viene conteggiato più volte, aumentando il valore economico del feedstock.

Quando incentivi, regolazione e domanda convergono, il mercato si espande rapidamente. Ma se la base informativa non è altrettanto solida, il rischio è che la crescita sia più fragile di quanto appaia.

E questo ha implicazioni dirette: reputazione, compliance, valore degli asset.

Dalla certificazione alla verifica, dove nasce la nuova opportunità

Il caso POME evidenzia una contraddizione più ampia, che riguarda il modo in cui la sostenibilità viene gestita nei mercati globali.

Negli ultimi anni, il sistema si è basato su un principio semplice: se è certificato, è sostenibile. Ma questo approccio presuppone che la certificazione sia in grado di rappresentare fedelmente la realtà fisica delle filiere.

Quando questa corrispondenza si indebolisce, emerge un problema strutturale.

Lo stesso fenomeno si sta osservando in altri ambiti. Nel mercato dei crediti di carbonio, diverse inchieste e studi accademici hanno mostrato come una parte dei progetti certificati non generi le riduzioni di emissioni dichiarate. Anche lì, il problema non è l’idea di fondo, ma la distanza tra dichiarazione e verifica.

Nel caso dei biocarburanti, questa distanza è amplificata dalla complessità delle supply chain globali. Studi accademici pubblicati su piattaforme come ScienceDirect sottolineano come il POME presenti una variabilità significativa e sia difficile da standardizzare, rendendo ancora più complesso il monitoraggio lungo la filiera.

Tutto questo porta a una conclusione operativa: la sostenibilità non può più essere gestita solo come un sistema di certificazione. Deve diventare un sistema di dati.

Questo significa passare da controlli periodici a monitoraggi continui, da documenti statici a informazioni dinamiche, da fiducia delegata a verificabilità diretta. Tecnologie come blockchain, sensori IoT e piattaforme di integrazione dati sono spesso citate come possibili soluzioni, ma il punto non è la singola tecnologia. È l’infrastruttura complessiva.

Ed è qui che si apre uno spazio di mercato.

Le aziende che sapranno offrire tracciabilità reale — non solo certificata — potranno differenziarsi in modo significativo. Allo stesso tempo, startup e nuovi operatori possono costruire soluzioni per colmare il gap informativo che oggi caratterizza queste filiere.

Non si tratta solo di compliance. Si tratta di creare fiducia in mercati dove la fiducia è diventata un asset critico.

Il POME, in questo senso, è un caso emblematico. Mostra i limiti di un sistema che ha funzionato nella fase iniziale della transizione, ma che ora deve evolvere. E suggerisce che la prossima fase non sarà guidata solo da nuove tecnologie energetiche, ma da nuove capacità di gestione.

Perché nella prima fase ha vinto chi ha saputo produrre alternative ai combustibili fossili. Nella seconda, sempre più, vincerà chi saprà dimostrare che quelle alternative sono davvero sostenibili. (foto di IKRAM ULLAH su Unsplash)

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