Processo ai social, la sentenza USA che cambia le regole del gioco

Da quando sono nate, le piattaforme social hanno riscontrato diverse polemiche sulla loro natura, utilizzo e responsabilità, percezione, danni e abusi. Il mese di marzo 2026 si è concluso con una notizia che le potrebbe ridefinire del tutto in un’ottica giuridica, e forse, in futuro, legislativa, perché a essere sotto accusa non sono i loro utilizzatori, bensì i loro stessi creatori, ideatori, CEO, tecnici, filantropi, che le avrebbero sviluppate con l’intento di creare danni alle categorie più sensibili e indifese, i minori. E ciò non avverrebbe in Europa, bensì in America.

Nel giro di poche ore, il 25 marzo a Los Angeles, una giuria ha condannato Meta (Facebook, Instagram e Whatsapp) e Google (Youtube) a risarcire tre milioni di dollari a una ragazza di vent’anni per ansia e depressione causate dalla dipendenza dai social. K.G.M., le iniziali dell’utente, aveva iniziato a usare le due piattaforme tra i 6 e 9 anni, riscontrando poi problemi di salute mentale. Anche se per le due company si tratterebbe di cifre irrisorie rispetto alla loro capitalizzazione e investimenti annuali, tuttavia il valore simbolico appare enorme: si tratta della prima condanna significativa in un caso individuale, in cui una corte statunitense riconosce che la progettazione dei social media può costituire un rischio per i minori, aprendo in tal modo la strada a nuove responsabilità giuridiche.

Le accuse riguardano le funzioni dello scroll infinito, il sistema di raccomandazioni e i meccanismi di notifica continua, segnalati quali strumenti progettati per prolungarne l’utilizzo anche dei minori.

E mentre le due big tech hanno già fatto sapere di non condividere il verdetto e procedere con il ricorso, parallelamente diversi opinionisti e tecnici del settore, in merito all’utilizzo di tali piattaforme da parte di una bambina in così tenera età, hanno spostato la responsabilità verso i genitori. Eppure la stessa giuria chiamata in causa, alle stesse osservazioni poste dagli stessi legali delle due piattaforme, non si è lasciata convincere, alla luce di documenti interni presentati dagli avvocati della ragazza. Tali documenti mostrerebbero infatti come ambedue le company monitorassero il comportamento dei giovani utenti, studiando modi per renderli maggiormente attivi e fidelizzati. Tra i momenti più discussi del processo figura la testimonianza del CEO di Meta, Zuckerberg, chiamato a spiegare la decisione di rimuovere alcune limitazioni temporanee su filtri e funzioni considerate critiche per i teenager. Zuckerberg ha difeso la scelta in nome della “libertà di espressione degli utenti”.

Mentre negli USA il Congresso degli Stati Uniti non è ancora riuscito a licenziare una legislazione organica in materia, almeno 20 stati americani hanno introdotto diverse norme che regolano l’utilizzo dei social da parte dei minori, imponendo, tra le altre misure, limitazioni all’impiego degli smartphone nelle scuole e verifiche dell’età obbligatorie per la creazione degli account, contestate per la maggiore da associazioni quali NetChoice – associazione sostenuta anche da aziende come Meta e Google -, che le ritengono in contrasto con i diritti costituzionali alla privacy e alla libertà di espressione. 

Gli europei hanno fatto scuola in campo normativo, lanciando nel 2022 il Digital Services Act (DSA) entrato in vigore nella sua completezza nel 2024, che interviene indirettamente sul design, imponendo obblighi di valutazione e mitigazione dei rischi. E il Parlamento europeo lo scorso anno ha proposto con una mozione l’età minima di 16 anni per usare i social senza il consenso dei genitori.

Frattanto diversi stati europei hanno già preso provvedimenti – la Spagna si starebbe accodando prevedendo un divieto agli under 16 e la Francia ha dato il via all’iter legislativo per un disegno di legge che vieti nel Paese della Liberté l’utilizzo di tali piattaforme ai minori di 15 anni. 

L’Italia come si sta muovendo? Dopo la prima proposta del 2023 per regolamentare l’uso delle piattaforme da parte dei minori, presentata dal partito Azione; poi un’ulteriore iniziativa lanciata nel 2024 dal Partito Democratico e Fratelli d’Italia; e infine il cosiddetto “Ddl Social”, il disegno di legge n. 1136 (Disposizioni per la tutela dei minori nella dimensione digitale) presentato lo scorso ottobre da Fratelli di Italia e in seguito bloccato per alcune faccende che riguarderebbero il Garante della Privacy; a una settimana dalla faccenda californiana, il Partito Democratico ha presentato un nuovo disegno di legge che ribalta le responsabilità, prevedendo l’inversione dell’onere della prova: a dimostrare che la piattaforma abbia sbagliato, non sarà l’utente, ma la piattaforma stessa, provando di aver adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno. Se non ci riesce, paga. Inoltre, il segreto industriale non potrà essere opponibile: un giudice potrà ordinare alla piattaforma di consegnare la documentazione tecnica dei propri algoritmi.

La settimana scorsa il Moige (Movimento italiano genitori) insieme ad Anfn (Associazione nazionale famiglie numerose) e Age (Associazione genitori), unitamente agli esperti su dipendenze digitali e minori, hanno chiesto al Governo e al Parlamento di fissare a 16 anni l’età minima di accesso ai social network, alzando la soglia rispetto a quella attuale (14 anni) fissata dal Codice privacy italiano. La richiesta è ancorata al Gdpr, che già individua nei 16 anni l’età per il consenso digitale autonomo, ed è in linea con le scelte già fatte o annunciate da Australia, Malesia, Spagna, Nuova Zelanda, Indonesia. Inoltre, chiede che sia inserita “la piena responsabilità civile e penale delle piattaforme social riguardanti il compimento o ricevimento di azioni lesive della integrità psico-fisica del minore tra i 16 ed i 18 anni”.

“Intanto – sottolineano le associazioni – pende sulle piattaforme social di Meta e Tik Tok la prima class action inibitoria europea, promossa dal Moige, con il supporto di Aafe, Anfn e Forum delle Famiglie: il Tribunale delle Imprese di Milano ha fissato la prima udienza per il 14 maggio 2026.

L’azione chiede alle piattaforme di: verificare l’età e vietare l’accesso ai minori sotto soglia; eliminare scroll infinito, notifiche invasive e algoritmi di dipendenza; garantire informazione trasparente sui rischi per la salute mentale dei minori”.

Mercoledì durante la conferenza stampa, la presidente della Commissione europea, Ursula Von Der Leyen, ha dichiarato che l’app europea per la verifica dell’età è pronta e che ora “non ci sono più scuse”. Ora spetterà agli stati membri adottare l’app. 

Tra i vari aspetti tecnici, burocratici, giuridici e legislativi, che ruotano attorno al caso di Meta e Google e di tutte le piattaforme simili, se la responsabilità sia dei soli genitori, se le misure violino la libertà di espressione e la privacy, a oggi il tema della faccenda si è spostato sempre di più sui danni arrecati alle vittime, i minori, traslando il dibattito dalla responsabilità individuale alla responsabilità sistemica.

Per questo in Startupbusiness abbiamo voluto porgere alcune domande allo psichiatra Tonino Cantelmi, attualmente presidente dell’Istituto italiano di terapia cognitivo-interpersonale (nella foto).

Esiste l’influenza e la dipendenza algoritmica e potrebbe essere comparabile alle dipendenze classiche?

    La tecnologia digitale stimola potentemente il cervello limbico e il nucleo accumbens. Questo genera dopamina, piacere e dipendenza. Ho elaborato un parere tecnico pro-veritate che è alla base di un procedimento intentato in Italia da associazioni di genitori contro Meta e TikTok. A maggio ci sarà la prima udienza. Questa causa segna una svolta in Italia: è la presa di coscienza che l’uso della tecnologia nei bambini va regolamentato e non possiamo essere indifferenti o superficiali.

    Quali meccanismi psicologici rendono i minori più vulnerabili agli algoritmi rispetto agli adulti?

      Il cervello dei bambini è un cervello in evoluzione: la maturazione cerebrale si completa verso oltre i 20 anni, ma l’infanzia è una fase di estrema plasticità e di significativa vulnerabilità. La stimolazione tecnologica precoce e pervasiva è correlata ad uno sbilanciamento dell’attività cerebrale, con una prevalenza del sistema limbico e delle attività rapide ed intense. In definitiva ciò significa predisporre il cervello dei nostri figli ad una tendenza colossale alla dipendenza.

      In Italia c’è chi, tra le soluzioni, sta proponendo una multa verso i genitori. La responsabilità dovrebbe essere solo dei genitori? Quanto pesa davvero la loro responsabilità in questi casi?

        Scaricare il peso sulla famiglia è pericoloso: occorre regolamentare l’accesso dei minori ai social e aiutare le famiglie. Ricordo solo un dato: l’accesso alla pornografia ha sfondato la barriera degli undici anni e i maggiori consumatori di pornografia sono i minori. Ciò determina un fenomeno definito “erotizzazione precoce dell’infanzia” che è correlato a molte problematiche psicopatologiche. Chi naviga deve essere identificabile e questo è possibile farlo. In funzione dell’età va regolamentato l’accesso a contenuti congrui con l’età.  

        La sentenza californiana non è il primo caso americano, ci sono diversi precedenti, ma è il primo processo conclusosi con una condanna per “dipendenza da social”, con responsabilità legata al design delle piattaforme, non ai contenuti: si aggira la protezione legale americana (Section 230) perché si attacca il prodotto, non ciò che pubblicano gli utenti. In Europa invece non ci sono ancora condanne simili contro social per “dipendenza” e nessun caso paragonabile a quello californiano; i tribunali europei non hanno ancora riconosciuto la “dipendenza da social” come base autonoma di responsabilità civile. Il dibattito tecnico e civile rimane quindi aperto, tra misure da adottare e associazioni che cercano una soluzione concreta e definitiva.

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