Wired Italia chiude, sintomo di un problema più grande

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Wired Italia chiude. Quando una testata giornalistica chiude è sempre una notizia molto negativa, non lo è solo perché ha conseguenze dirette su chi vi lavora, ma lo è anche perché una voce in meno nel panorama mediatico è una voce in meno alla pluralità delle idee, è una fonte in meno all’accesso all’informazione, è un faro che si spegne. Il problema di Wired Italia non è un problema di prodotto, il prodotto è formidabile, il prodotto è conosciuto, i lettori sono affezionati, uscire su Wired da autorevolezza, inoltre il corso indicato dal direttore Luca Zorloni era ancora più di approfondimento, di qualità, di analisi, di ampiezza di argomenti. No il problema non è il prodotto e nemmeno la professionalità delle persone che lo realizzano. Qui per trasparenza verso il lettore desidero dire che la mia considerazione di Wired va aldilà della esperienza di lettore in quanto, anche recentemente, mi è capitato di scrivere alcuni articoli per quella testata, ciò lo dico sia per correttezza sia per enfatizzare il fatto che tali contributi non andavano in conflitto con il ruolo di direttore di Startupbusiness, ma avevano ragion d’essere proprio per dare ulteriore forza alla pluralità delle voci.

Ora senza dover per forza ricorrere al ricordare come la stampa libera sia fondamentale nei regimi democratici e come lo sia più in generale in ogni situazione perché spesso unica voce capace di portare all’attenzione del mondo fatti che altrimenti resterebbero nascosti, vale però la pena fare una riflessione sul perché la decisione dei vertici di Condé Nast, editore di Wired, abbia un significato ben più grande della già grave notizia della chiusura di una testata che era quasi diventata maggiorenne.

L’editoria soffre, i modelli di business

Perché un giornale come Wired Italia che ha alle spalle un editore globale chiude? Come detto il prodotto è formidabile, la sua reputazione, autorevolezza, indipendenza sono inattaccabili. Ci sono diverse ragioni: l’editoria soffre, da sempre, da quando esiste internet, l’editoria d’informazione è stata la prima vittima dell’avvento di internet, in quanto modello di business, e non è ancora riuscita a trovare una via di uscita, un modello che ne garantisca la sostenibilità. I tentativi ci sono: – 1) c’è che fa clic baiting per attirare utenti e vendergli la pubblicità tabellare ma con la conseguenza che spesso vi è un calo della qualità dei contenuti compresi quelli scritti dall’intelligenza artificiale e qui entra in gioco un tema non tanto di efficienza ma di opportunità: si dice sempre che il vero capo del direttore di un giornale non è il suo editore ma il lettore, è a lui che va data la massima attenzione e priorità e oggi i lettori di fronte a un contenuto evidentemente scritto da IA si tirano indietro perché sempre meno persone decidono di dedicare la loro attenzione il loro tempo a leggere un contenuto che nessun umano ha avuto tempo e voglia di realizzare, e quindi l’usa dell’IA è, quasi sempre, un boomerang reputazionale. – 2) un altro modello è quello degli abbonamenti o dei paywall: vuoi leggere i miei contenuti? paghi una fee, è il modello mutuato dall’editoria pre-internet, vuoi leggere il giornale? Vai in edicola e lo compri. Qui il problema è che sempre più spesso le notizie sono disponibili da più fonti, questo vale meno per analisi, approfondimenti, interviste, editoriali ovviamente, ma il risultato è che gli utenti tendono a non fare abbonamenti quando sanno che altre fonti gratuite gli danno simili informazioni anche se magari sono fonti meno autorevoli, in generale l’avvento di internet ha sdoganato il concetto che l’informazione è gratuita, che non serve pagare per averla. – 3) c’è poi il modello delle donazioni che abbiamo adottato anche su Startupbusiness, e che hanno abbracciato moltissime riviste e giornali online indipendenti: The Guardian, Linkiesta, Voxeurop per citarne alcune. Qui ci si affida alla sensibilità del lettore: io ti offro contenuti di valore, non ti metto pop-up e pubblicità, non ti chiedo abbonamenti o ti impongo paywall ma ti chiedo di contribuire volontariamente. Funziona? La risposta è no, o meglio funziona in parte perché una minima percentuale (Wikipedia che usa lo stesso modello riceve donazioni da solo il 2% circa dei suoi utenti) mediamente dona, ma la scelta della campagna di donazione è motivata anche dal fatto che si traduce in una chiara dichiarazione di indipendenza. – 4) ci sono poi altri modelli, alcuni davvero efficaci quanto unici come quello di The Conversation di cui avevamo scritto qui , modelli ibridi che cercano di fare convivere più fonti di denaro comprese le partnership o i pubbliredazionali (quello che oggi si chiama native advertising), e poi ci sono i media che godono a vario titolo di supporto finanziario pubblico: partecipazioni azionarie, canone, contributi, e quindi il loro business è sostenuto dai soldi dei contribuenti.

Le nicchie

Analizzare i modelli di business ha senso se si analizza anche la tipologia della testata e nel caso di Wired Italia, così come in quello di Startupbusiness, non possiamo parlare di pubblicazioni generaliste ma di giornali di nicchia, nicchie più o meno grandi ma comunque ben definite, giornali che si rivolgono a un settore specifico, a lettori interessati a temi specifici, elemento che rende ancora più difficile trovare il modello di sostenibilità. Quindi già fare un giornale nell’epoca di internet è complesso, se poi lo si fa per una nicchia la complessità aumenta. Poi ci sono nicchie e nicchie che si differenziano per dimensione, per esempio la nicchia di Wired è più ampia di quella di Startupbusiness sia perché la testata è globale sia perché i suoi contenuti, grazie anche alla forza di una redazione formidabile e ampia che Startupbusiness non ha, coprono una gamma di argomenti molto più articolata. Le nicchie si differenziano anche per capacità di spesa, per esempio – uso sempre Startupbusiness come punto di riferimento non per autoreferenzialità ma perché è quello che conosco meglio – ci sono giornali online che hanno una dimensione sul mercato molto simile a quella di Startupbusiness, sia per portata strutturale sia per numero di lettori, ma che si rivolgono a nicchie con capacità di spesa e investimento alte, un esempio è quella della finanza dove benché ci sia maggiore concorrenza a livello mediatico c’è anche maggiore attenzione al sostenere i media stessi che trattano di quel tema da parte degli attori del mercato che in varia misura beneficiano dell’esistenza di tali media. Cosa significa questo: supporto con pubblicità, supporto alla organizzazione di eventi o di premi, supporto a iniziative editoriali, consapevolezza dell’importanza che un settore sia raccontato da media indipendenti.

Perché è successo e cosa fare

Di chi è quindi la colpa della morte di Wired Italia? Di diversi fattori, intanto c’è certamente un po’ di sconsideratezza da parte dell’editore americano, ennesimo esempio di una certa inettitudine che a volte fa capolino quando dalla sponda nordamericana ‘across the pond’, guardano verso le coste europee ma c’è anche un po’ di complicità da parte del mondo a cui Wired fa riferimento e ciò vale non solo per Wired ma per i media in generale. Ciò che oggi fa specie è sentire le agenzie media e PR, le associazioni, alcune aziende, dirsi assai dispiaciuti se non addirittura preoccupati per la chiusura del prestigioso magazine, è giusto esserlo ma servirebbe anche fare qualche riflessione, servirebbe approfittare di questa sciagurata notizia per ragionare su qualche elemento di scenario. Chi sostiene i media di settore? Chi pretende di avere sempre tutto gratis? E non parlo solo del lettore che legge gli articoli ma dell’agenzia che chiede la pubblicazione delle informazioni relative ai suoi clienti, delle aziende e organizzazioni varie che chiedono la pubblicazione delle loro call for startup o iniziative varie, delle associazioni che chiedono la pubblicazione e la divulgazioni dei loro eventi, dei dati dei loro report, delle istituzioni pubbliche che non mancano, nonostante foraggino a vario titolo solo una parte dei media (eh sì, in questo ambito ci si trova pure a lavorare in concorrenza con chi campa grazie alle nostre stesse tasse … ), di chiedere ‘supporto alla divulgazione’ e ‘preghiera di pubblicazione’. Per fortuna non sono tutti così, ci sono anche quelli che hanno capito che i media non campano d’aria e sono i primi a mettersi a disposizione, a contribuire facendo partnership e creando attività congiunte dando così ai media un po’ di carburante, non è sufficiente ma è ciò che oggi ci consente di tenere le luci accese, il resto lo si fa riducendo al minimo i costi (nota di trasparenza: quando si parla di partnership, almeno nel nostro caso, non si parla di intaccamento dell’indipendenza dei contenuti ma di attività congiunte relativamente alle quali il lettore è sempre informato della partnership in essere).

Ciò che serve è quindi una maggiore consapevolezza sia dell’importanza che i media hanno anche nell’ambito delle nicchie (che poi è una definizione parziale perché un media benché di nicchia arriva potenzialmente a chiunque), sia della necessità di sostenerne il lavoro, sempre senza intaccarne l’indipendenza ma contribuendo al valore che esse portano nel fare divulgazione. Ci vorrebbe per esempio una presa di posizione a partire, per esempio, delle associazioni, ma il discorso vale per tutti gli attori dell’ecosistema a partire da quelli che beneficiano maggiormente della divulgazione mediatica, che si occupano di tutto: startup, investimenti, mercato, report, internazionalizzazione, policy, trasferimento tecnologico, formazione, ma non si sono mai occupate, fino a oggi, dei media, vale la pena parlarne? Forse è giunto il momento di farlo, è giunto il momento di affrontare la questione e capire come si può fare, ciò che ha senso fare, capire se e quale è il valore che i media portano, capire come tale valore ricade sull’intero ecosistema, capire cosa succederebbe se dopo Wired Italia iniziassero a chiudere anche altre testate e rimanessero solo quelle foraggiati dai soldi dei contribuenti. Serve una presa d’atto e serve iniziare a parlare della questione anche pubblicamente e coinvolgendo tutti gli attori, servono gli stati generali dei media di settore. E’ importante indignarsi, pubblicare sui social il proprio disappunto, e anche firmare la petizione per salvare Wired Italia, ma è ancora più importante guardare al problema nel suo complesso, un problema di cui eventi come la chiusura di Wired Italia sono il sintomo più doloroso. (foto di Hasnain Sikora su Unsplash).

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