Disabilità, nord e sud Italia non sono lo stesso Paese

In Italia continuiamo a parlare di diritti come se fossero uguali per tutti, poi basta guardare dove vive una persona con disabilità per capire che non è così. La distanza tra nord e sud, quando si entra nel terreno dei servizi, dei sostegni e delle possibilità concrete di costruire autonomia, non è un dettaglio amministrativo, è una frattura strutturale che cambia la qualità della vita delle persone e, insieme, la loro possibilità di studiare, lavorare, muoversi, produrre reddito e partecipare pienamente alla società.

Il tema viene spesso trattato come una questione sociale, quasi fosse confinato dentro il perimetro del welfare, in realtà riguarda direttamente anche il mondo business, perché quando una parte del Paese offre meno supporti, meno continuità e meno strumenti per reggere una vita autonoma, sta anche riducendo il potenziale economico di chi quella vita prova a costruirsela. La disabilità, in Italia, non incontra solo barriere personali o culturali, incontra una geografia diseguale dei diritti, e questa geografia finisce per trasformarsi in una geografia diseguale delle opportunità.

I numeri, quando si leggono bene, raccontano esattamente questo. Secondo i dati Istat contenuti nell’audizione del 28 maggio 2025 alla Commissione parlamentare per l’attuazione del federalismo fiscale, per i servizi e gli interventi comunali rivolti alle persone con disabilità sotto i 65 anni la spesa pro capite arriva a 2.740 euro nel nord-est e si ferma a 1.070 euro nel sud, con un divario di circa 2,6 volte. Anche su un servizio essenziale come il trasporto sociale dei disabili, incluso quello scolastico, la distanza resta forte, con 87 euro di spesa pro capite e 4 utenti ogni 100 residenti con disabilità nel nord-est, contro 38 euro e 2,1 utenti ogni 100 nel sud.

Tradotto in modo meno tecnico, significa che stessa condizione non produce gli stessi diritti nella vita reale. Produce percorsi diversi, possibilità diverse e fatiche diverse, e rende più fragile l’accesso concreto a servizi e opportunità.

Non perché una legge distingua formalmente tra cittadini di serie A e cittadini di serie B, ma perché il sistema, nella sua applicazione concreta, continua a distribuire servizi e strumenti in modo disomogeneo. È una differenza meno rumorosa di altre, ma non per questo meno grave.

Qui il punto non è solo quanto spende un territorio, il punto è che cosa quella spesa rende possibile. Dove ci sono più servizi, una persona con disabilità ha più probabilità di essere accompagnata verso l’autonomia, di alleggerire il carico familiare, di mantenere una continuità educativa o terapeutica, di spostarsi, di lavorare, di non dover negoziare ogni singolo diritto come fosse una concessione. Dove invece i servizi sono più deboli, la famiglia finisce troppo spesso per assorbire vuoti che il sistema pubblico non riesce a colmare, e tutto il resto arretra, arretra la libertà, arretra la progettazione del futuro, arretra anche la possibilità di stare nel mercato del lavoro in modo credibile e continuativo.

Nel linguaggio dell’impresa questa situazione avrebbe un nome molto semplice, distorsione di sistema. Se due persone con lo stesso bisogno, con la stessa volontà di costruire autonomia e con un potenziale magari simile ricevono strumenti profondamente diversi soltanto in base al territorio in cui vivono, allora non siamo davanti a una differenza fisiologica tra amministrazioni, siamo davanti a un’architettura istituzionale che genera disuguaglianza. E una disuguaglianza di questo tipo non resta confinata nel sociale, entra dentro il lavoro, la produttività, l’accesso alle opportunità e perfino la possibilità di fare impresa.

L’Istat parla da tempo di forte disomogeneità territoriale nei servizi di welfare locale, nell’accessibilità e nella qualità dei servizi essenziali, con differenze molto ampie anche nella possibilità concreta di raggiungere strutture, supporti e servizi fondamentali. Questo significa che la disabilità, in Italia, continua a dipendere troppo da dove accade, e un diritto che dipende troppo dal territorio è un diritto che, semplicemente, non è ancora pienamente garantito.

Per questo non basta più il racconto rassicurante dell’autonomia territoriale, non basta dire che ogni amministrazione fa quello che può, non basta neppure evocare genericamente l’inclusione. Se non esistono livelli di tutela realmente esigibili in tutto il Paese, il rischio è che la cittadinanza delle persone con disabilità continui a funzionare come una cittadinanza a geometria variabile, dove il principio è nazionale ma l’effettività del diritto resta locale, intermittente, incerta.

Il punto politico, allora, è anche molto concreto. L’Italia non è ancora un Paese unitario quando si parla di disabilità, perché i livelli di accesso ai servizi, di sostegno all’autonomia e di accompagnamento verso la partecipazione restano troppo diversi tra un territorio e l’altro. E questa non è una sfumatura tecnica, è una ferita che pesa sulla dignità delle persone, sulla libertà delle famiglie e sulla capacità del Paese di non disperdere competenze, energie e possibilità.

Se vogliamo affrontare seriamente il tema, dobbiamo smettere di trattare la disabilità come un capitolo laterale del sociale e iniziare a leggerla per quello che è davvero, uno dei più chiari test di qualità istituzionale ed economica di un Paese. Dove i servizi sono fragili, anche il lavoro diventa più fragile. Dove il territorio non accompagna, anche il talento si perde. Dove i diritti arretrano, arretra anche la possibilità di trasformare una persona in protagonista piena della vita economica.Per questo oggi la richiesta non può essere vaga. Serve una equità nazionale vincolante, fatta di responsabilità chiare, risorse coerenti e livelli di tutela che non possano essere lasciati alla semplice variabilità dei bilanci locali. Perché la stessa condizione non può continuare a generare opportunità diverse a seconda del territorio, e perché un Paese che accetta questa distanza non sta soltanto lasciando indietro una parte dei suoi cittadini, sta rinunciando a una parte del proprio futuro. (foto di Eric Prouzet su Unsplash)

Nota per il lettore: l’autore è vicepresidente di LADI, Libera associazione disabili imprenditori

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