Imprenditorialità ignorata, il vuoto delle politiche sulla disabilità

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In Italia solo il 3,1% delle persone con disabilità sceglie la strada dell’imprenditorialità. In Europa la media è del 7,8%. Undici punti percentuali di differenza che non raccontano un gap culturale, ma un sistema che ha deciso, strutturalmente, che le persone con disabilità devono fare i lavoratori dipendenti. Non gli imprenditori. Non i fondatori. Non i costruttori di qualcosa di proprio.

Eppure i dati raccontano un paradosso che dovrebbe imbarazzare chiunque si occupi di politiche del lavoro. In Italia ci sono circa 3,1 milioni di persone con gravi limitazioni funzionali in età lavorativa, e di queste solo il 32,5% è occupata. Il lavoro autonomo, l’imprenditoria, la libera professione, il percorso da fondatore sono strade che il sistema non ha mai pensato per loro. O peggio, ha pensato di escluderli (dati ISTAT: il dato di 3,1 milioni si riferisce al totale delle persone con disabilità in Italia – non solo in età lavorativa -. Per la fascia 15-64 anni, il tasso di occupazione delle persone con disabilità è del 32,5%, rispetto al 58,9% della popolazione generale. Fonte: ISTAT, Memoria per la Commissione del Senato della Repubblica, settembre 2023. Cfr. anche Il Sole 24 Ore, 1 dicembre 2024.)

Una legge nata per assumere, non per costruire

La legge 68 del 1999 (Legge 12 marzo 1999, n. 68, “Norme per il diritto al lavoro dei disabili”. Ha introdotto il sistema del collocamento mirato e gli obblighi di assunzione – quote di riserva – per le aziende con più di 15 dipendenti. Vigente, con ultimo aggiornamento al 30/12/2025. Fonte: Normattiva.it) è il “cardine” dell’inserimento lavorativo delle persone con disabilità in Italia. Ha introdotto il collocamento mirato, gli obblighi di assunzione per le aziende sopra una certa soglia, le convenzioni e i fondi regionali. Ma è una legge costruita intorno a una sola idea di lavoro, quella dell’impiego, dell’assunzione, della relazione tra lavoratore e datore di lavoro.

L’imprenditore con disabilità non esiste in questa legge. Non esiste nei fondi regionali per il collocamento, non esiste nei bandi del ministero del Lavoro, non esiste nei percorsi di orientamento finanziati con fondi pubblici. Quando in Italia si parla di “inclusione lavorativa” si intende quasi sempre inserimento come dipendente. L’autonomia imprenditoriale è trattata come un’eccezione, un caso limite, qualcosa di cui occuparsi solo quando il collocamento ordinario non è praticabile.

Invisibili nei bandi, invisibili nell’innovazione

Il panorama dei bandi per startup e innovazione in Italia è cresciuto notevolmente negli ultimi anni. Il PNRR ha stanziato risorse significative per lo sviluppo delle imprese innovative, Invitalia ha attivato misure come Smart & Start Italia (programma di agevolazioni finanziarie gestito da Invitalia per startup innovative, attivo su tutto il territorio nazionale. Non prevede criteri specifici né percorsi dedicati per i fondatori con disabilità. Fonte: Invitalia), le Regioni hanno moltiplicato i bandi per l’imprenditoria giovanile e femminile. Eppure in nessuno di questi strumenti esiste una sezione, un percorso o anche solo un requisito che tenga conto della disabilità del fondatore.

Non si tratta di mancanza di sensibilità da parte di chi li ha redatti. Si tratta di un vuoto sistemico: l’imprenditore con disabilità non è mai stato pensato come una categoria rilevante per la politica industriale italiana. I fondi per l’innovazione premiano le idee, le competenze, le reti. Ma non contemplano che una persona con disabilità possa avere un’idea, le competenze e le reti per trasformarla in impresa. Il rapporto OCSE “The Missing Entrepreneurs 2023” è esplicito su questo: nei Paesi europei, i lavoratori autonomi con disabilità hanno una probabilità dell’11% inferiore di avere dipendenti rispetto a quelli senza disabilità. Il gap non è di motivazione, è di accesso alle risorse (OCSE/Commissione Europea, “The Missing Entrepreneurs 2023” – novembre 2023. Il rapporto evidenzia che nei Paesi europei i lavoratori autonomi senza disabilità hanno una probabilità dell’11% superiore di avere dipendenti rispetto a quelli con disabilità. Il gap è strutturale, non motivazionale).

Il costo nascosto dell’invisibilità

Nel dibattito pubblico sull’inclusione lavorativa circola una narrativa ricorrente, quella della persona con disabilità come beneficiaria di protezioni, agevolazioni, quote. Una narrativa che, pur partendo da un’intenzione giusta, finisce per costruire un’identità da assistiti. E questa identità ha un costo che raramente viene calcolato, il costo dell’autonomia mancata.

Chi decide di avviare un’impresa con una disabilità affronta le stesse complessità di qualsiasi altro fondatore: trovare capitali, costruire un team, validare un mercato, gestire l’incertezza dei primi anni. Ma affronta anche ostacoli aggiuntivi. L’accesso ai network di innovazione richiede spesso presenza fisica a eventi e hub che non sono progettati per essere accessibili. I bandi di accelerazione raramente contemplano percorsi adattati. I venture capital e i business angel non hanno framework di valutazione che tengano conto della disabilità come asset, non come limite.

Il risultato è che chi ce la fa, lo fa nonostante il sistema, non grazie a esso. E chi non ce la fa, che sono la grande maggioranza, viene conteggiato nelle statistiche dell’occupazione mancata e poi utilizzato come argomento per rinnovare le stesse misure che lo hanno escluso dall’imprenditorialità in primo luogo.

Cosa dovrebbe cambiare: tre richieste concrete

Non esistono soluzioni semplici, ma esistono passi concreti che l’Italia potrebbe fare subito, senza aspettare riforme strutturali che richiedono anni.

Il primo è introdurre una riserva nei bandi pubblici: tutti i bandi per startup, innovazione e imprenditorialità finanziati con fondi pubblici, europei o nazionali, dovrebbero prevedere una quota riservata o un punteggio aggiuntivo per le imprese fondate o co-fondate da persone con disabilità. Non come forma di assistenzialismo, ma come riconoscimento di un vantaggio competitivo reale: la disabilità produce spesso una comprensione profonda di mercati e bisogni che la maggioranza ignora.

Il secondo è creare percorsi di accompagnamento specifici. Gli sportelli per l’imprenditoria esistono nelle Camere di Commercio, nelle Regioni, negli incubatori pubblici, ma nessuno di essi ha personale formato per supportare un imprenditore con disabilità a navigare gli aspetti legali, fiscali e strategici che si intrecciano con la sua condizione. Un fondo di supporto tecnico dedicato, anche piccolo, avrebbe un impatto misurabile.

Il terzo è raccogliere e pubblicare i dati in modo sistematico. In Italia non esiste un registro, un monitoraggio o anche solo una rilevazione periodica degli imprenditori con disabilità. Non sappiamo quanti sono, in quali settori operano, con quale successo. Senza dati non esiste politica, e senza politica non esiste cambiamento.

L’imprenditorialità è autonomia, non lusso

Come vicepresidente di LADI, la Libera Associazione Disabili Imprenditori, sento la responsabilità di dire con chiarezza quello che i dati confermano e che il senso comune spesso non vuole vedere. Le persone con disabilità che scelgono di costruire qualcosa di proprio non sono casi eccezionali da celebrare nelle conferenze. Sono una categoria di imprenditori che il sistema ha scelto di non vedere, e che esistono nonostante questa invisibilità, non grazie a essa. Vogliamo costruire. Non restare in attesa. (foto di ThisisEngineering su Unsplash)

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