Imprenditrici italiane: competenti ma invisibili nei dati che contano

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Il 76% ha subito stereotipi o commenti legati al genere da parte di investitori, clienti o partner. Il 46% non è stata riconosciuta subito come titolare della propria azienda. Sono i dati di una survey condotta ad aprile 2026 da GammaDonna e Wamo su 223 titolari d’impresa italiane.
Il dato più interessante non è solo la frequenza della discriminazione. È il modo in cui questa incide sulla quotidianità dell’impresa. Il 46% delle intervistate si è sentita almeno una volta meno considerata degli uomini nel rapporto con banche e investitori. Il 38% ha evitato di candidarsi a bandi o finanziamenti per timore di non essere all’altezza, nonostante il 79% si dichiari molto o abbastanza sicura nella gestione finanziaria.
Le competenze ci sono. Ma l’ambiente in cui vengono esercitate continua a produrre esitazione, autocensura, distanza dagli strumenti disponibili.

Il peso quotidiano dell’impresa

Il freno alla sopravvivenza dell’azienda indicato più spesso è la difficoltà nella gestione del business, scelta dal 46% del campione, seguita dalla burocrazia al 40%. Trovare e trattenere collaboratori giusti è il principale ostacolo alla crescita: lo dice il 59% delle imprenditrici intervistate.
C’è poi il costo personale. Quando si chiede alle intervistate cosa le ha spinte a pensare di chiudere l’attività, il 45% cita la difficoltà di conciliare lavoro e famiglia, il 38% problemi di benessere personale. Tra i desideri più urgenti, “avere più tempo per me stessa” arriva primo al 26%, davanti alla ricerca di un socio, ai finanziamenti e al riconoscimento del mercato.
Il work-life balance non è un nice to have, è una metrica concreta della sostenibilità del fare impresa.
La tecnologia può risolvere molto, sotto questo aspetto, come sottolinea Antonio Mazza, country manager Italy di Wamo, che inquadra le difficoltà delle fondatrici “non solo come accesso a capitale o crescita, ma soprattutto come sostenibilità quotidiana della gestione aziendale”, un ambito in cui Wamo sta lavorando introducendo agenti IA nei conti aziendali, per automatizzare tutte quelle microattività che sottraggono tantissimo tempo ed energia, incidendo sul benessere.

Quando l’impresa è una startup, il divario si vede di più

Il quadro si irrigidisce quando il focus si sposta sulle fondatrici di startup e sulle imprenditrici digitali e innovative. Qui la percezione del pregiudizio cresce quasi del doppio rispetto alla media, sottolinea sempre al stessa ricerca. Il 52% dice di subire spesso stereotipi da venture capitalist o stakeholder per il fatto di essere donna, contro il 36% del campione generale. Il 37% si sente spesso giudicata diversamente dagli uomini nel rapporto con i finanziatori, rispetto al 22% delle altre.

Anche il tema della maternità pesa in modo diverso. Tra le fondatrici di startup, il 44% dichiara di non avere figli, quasi il doppio rispetto alla media del campione. Tra le madri-imprenditrici, il 41% ha rallentato l’attività dopo la nascita di un figlio: il 24% con una riduzione temporanea, l’8% con un calo significativo di fatturato.
Le startup innovative a prevalenza femminile in Italia restano una minoranza. Nel primo trimestre 2025 erano il 13,84% del totale, poco più di 1.600 realtà. È un numero che racconta una presenza ancora fragile nel perimetro più osservato nel settore dell’innovazione. Di fatto è ‘il numero’, perché non c’è molto altro nei vari report che raccontano lo stato di salute dell’ecosistema startup/venture capital italiano: CDP Venture Capital Italy VC Monitor; Il mercato italiano italiano del private equity e venture capitale di Aifi; State of Italian VC di P101; il Venture Capital Report di Growth Capital e ITA; vari osservatori periodici, non sembrano interessati a raccogliere dati di genere su accesso al capitale, ticket medi, composizione dei team founder, follow-on ed exit. Al massimo, abbiamo questo dato isolato di quante startup hanno fondatrici donne, citato per esempio da EY Venture Barometer, ma solo questo dato è poco utile, è solo una constatazione di superficie.

Fonte: EY Venture Barometer

Forse l’ultimo studio andato più in profondità è quello del 2022 ‘Pow(H)er Generation – How to make to make a difference’ di Cariplo Factory.

Il dato che manca conferma il problema

Quindi, nei principali report annuali sull’ecosistema venture capital italiano si contano round, settori, exit, fundraising, università, corporate venture capital, settori industriali, impatto sistemico. Il tema della gender diversity compare a volte nell’indice, ma non si entra veramente nell’analisi strutturale.
Mancano, o restano eccezionali, domande semplici: quante startup fondate da donne ricevono capitale? In quali fasi? Con quali ticket medi? Da quali investitori? Con che probabilità accedono ai round successivi? Qual è la differenza rispetto ai team maschili o misti?
Servirebbero questi dati per capire meglio il mercato del capitale e dell’innovazione nel suo insieme, le dinamiche, se questo mondo è aperto a raccogliere il contributo che le donne possono dare. E soprattutto per capire se ci stiamo evolvendo sulla reale parità di genere.
Quello che non si misura non entra nelle priorità, non orienta gli investimenti, non modifica i comportamenti. E alla lunga rischia di rendere invisibile una parte dell’ecosistema proprio nei luoghi in cui si crede di essere ‘avanti’ e si decide quello che conta.

Anche un premio conta

In questo scenario si capisce il ruolo, ancora molto importante dopo 22 anni, che può avere un premio come GammaDonna (le cui candidature per la nuova edizione sono ancora aperte fino al 9 giugno 2026). Il premio è stato capace in questi anni di dare visibilità e supporto a decine di imprenditrici, fondatrici, co-fondatrici o socie attive con ruoli manageriali del mondo innovazione che sarebbero rimaste forse nell’ombra, e oggi sono dei role model.
Non è quindi solo un riconoscimento, è un’azione concreta per il superamento del gender gap in ambito innovazione. “Imprenditrici competenti e innovative continuano a operare in un ecosistema che troppo spesso mette alla prova la loro credibilità più del loro talento – dice Valentina Parenti, presidente di GammaDonna – Le fondatrici non chiedono corsie preferenziali, ma condizioni eque per competere, crescere e generare impatto”.

E sui dai, che qualche analista raccolga la sfida.

(foto di CoWomen su Unsplash)

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