Cibi cosiddetti ultra-processati: un nuovo studio mette a confronto le etichette e sfata luoghi

Le etichette ‘lunghe’ non sono prerogativa dei prodotti industriali. Lo dice uno studio realizzato dalle prof.sse Daniela Martini e Alessandra Marti dell’Università degli Studi di Milano, con il contributo di Unione Italiana Food ‘I cosiddetti “ultra-processati”, etichette a confronto: fatto in casa vs confezionato’: un inedito «confronto tra etichette». Lo studio nasce con l’intento di fare chiarezza sugli alimenti cosiddetti “ultra-processati”, ‘sfidando’ i luoghi comuni. Tra questi, quello secondo cui il cibo industriale è, per definizione, qualitativamente e nutrizionalmente inferiore rispetto all’analogo preparato in casa. Una percezione fuorviante ed errata derivante dal sistema di classificazione NOVA (oggi messa in discussione da una parte della comunità scientifica), che genera una categorizzazione errata degli alimenti e, allo stesso tempo, dà luogo ad un concetto, quello appunto degli alimenti cosiddetti UPF, decisamente poco chiaro. Dall’indagine presentata a Milano emerge infatti che molte preparazioni domestiche, se dichiarate secondo le regole previste per i prodotti confezionati, generano liste ingredienti articolate. Ricette percepite come semplici possono quindi risultare comparabili, per complessità dichiarativa, agli equivalenti industriali. Alla luce dei dati evidenziati dallo studio non si può quindi affermare in modo assoluto che la ricetta casalinga sia migliore di quella industriale, né viceversa.

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