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Il caso. O la serendipity, come preferisco chiamarla quando voglio essere preciso.
La prima uscita pubblica di Vincenzo Trione come nuovo presidente della Triennale di Milano, scelto congiuntamente dal ministro della Cultura Alessandro Giuli e dal sindaco Giuseppe Sala, non è avvenuta a Milano. È avvenuta a Napoli. Ospite della curatrice Isabella Valente, che ha aperto il ciclo di incontri “Dialoghi d’arte contemporanea a Napoli”, Vincenzo ha scelto la sua città, che è anche la mia, per il suo debutto istituzionale.
Così ho rincontrato il mio vecchio professore. In realtà siamo coetanei, ma quando uno è mosso da quella certa irrequietezza che conosco bene, capita che tu studi certi ambiti disciplinari con persone della tua stessa età, oppure che finisci per insegnarli a persone molto più grandi di te. A me è capitato entrambe le cose, più volte. Vincenzo è uno di quei rari casi in cui ho avuto la fortuna, e la tensione, di imparare da studente, confrontarmi, scontrarmi con chi aveva scelto un altro cammino.
Il Palazzo, la storia, l’identità
Nel cuore di Parco Sempione, il Palazzo della Triennale è uno degli esempi più significativi dell’architettura razionalista italiana. Progettato da Giovanni Muzio e inaugurato nel 1933, sembra uscito direttamente da un’opera metafisica di De Chirico, e non è un caso, visto che nel giardino circostante si trova ancora la Fontana dei Bagni Misteriosi di Giorgio de Chirico, accanto alla Torre Branca di Gio Ponti. Segni diversi di una Milano capace di intrecciare memoria, sperimentazione e visione.
La storia della Triennale nasce dalla grande tradizione delle Esposizioni internazionali dell’arte del decoro: biennale a Monza nel 1923, poi trasferitasi stabilmente a Milano, dove ha assunto personalità giuridica autonoma e, sotto la guida di figure come Gio Ponti e Mario Sironi, è diventata progressivamente un ponte tra cultura artistica, architettura, industria e progetto, in dialogo con le avanguardie internazionali.
Oggi ospita la più grande mostra permanente sul design italiano al mondo. E qui sta la sua unicità: mentre altri musei del design nel mondo raccontano le produzioni di più Paesi, la Triennale ha scelto di raccontare cos’è e cosa è stato il design italiano. Una scelta identitaria precisa. Accanto alla collezione permanente, grandi mostre temporanee, installazioni internazionali, un centro studi, la sede della rivista Lotus, l’archivio storico, un teatro e una sala musicale da sempre dedicati alla sperimentazione.
Triennale di Milano vs Biennale di Venezia, due filosofie a confronto
Nel corso dell’incontro, Trione ha ripercorso la storia della Triennale confrontandola con la Biennale di Venezia. Due istituzioni pubbliche, due approcci radicalmente diversi. La Biennale è strutturata per comparti, cinema, architettura, arte, teatro, musica, danza, ognuno con la propria autonomia e identità. La Triennale è invece, per sua natura, una cornice: un luogo che mette insieme tutto, che non separa i linguaggi ma li fa dialogare.
È una differenza di metodo che rivela una differenza di visione.
Trione, storico che legge il tempo e lo costruisce
Vincenzo Trione è storico dell’arte, critico e docente universitario. Insegna arte e media e storia dell’arte contemporanea. Ma sarebbe riduttivo fermarlo qui.
Ha riconosciuto il grande lavoro del suo predecessore Stefano Boeri, in particolare sul fronte delle esposizioni internazionali e del piano “Design the future”. Ma Trione non è un conservatore dell’esistente. È uno storico che sperimenta, che traccia il contemporaneo, che scrive libri ma non si accontenta di descrivere: vuole costruire.
È lo stesso profilo che lo ha portato a essere consulente per l’Arte contemporanea del sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, ex rettore, ex presidente CRUI, ex ministro, ingegnere e oggi anche presidente dell’ANCI. Un incarico che Trione ha voluto mantenere anche dopo l’accettazione della presidenza della Triennale, dichiarandolo apertamente come condizione di continuità. Non un conflitto: una fedeltà a ciò che ritiene importante.
L’ultima mostra da lui curata, attualmente a Milano, è su Metafisica/Metafisiche. Modernità e malinconia. Un’ulteriore prova della coerenza tra il suo pensiero critico e la sua pratica curatoriale.
La Triennale come macchina d’innovazione
Ed è qui che la conversazione si è fatta davvero interessante.
Trione ha anticipato una visione che distingue la sua presidenza da quelle precedenti, Boeri architetto e archistar, De Albertis imprenditore. Lui è storico, accademico, sperimentatore. E la Triennale che immagina non è solo un presidio culturale: è una macchina d’innovazione.
Non soltanto nella tutela, nella custodia e nel racconto. Ma con un ruolo attivo nella formazione dei talenti futuri, quelli che il mercato cerca e che le università, da sole, faticano a sviluppare. Con un’accademia, o una scuola di alta formazione, che si integri e interagisca con le imprese nel processo produttivo.
Ha citato Gillo Dorfles che ho avuto l’onore di incrociare, critico d’arte, filosofo e pittore scomparso nel 2018 a 107 anni, con una frase che vale come manifesto: “La Triennale rappresenta la coscienza del progetto del XX e del XXI Secolo, con un focus centrale su architettura e design, ma al tempo stesso è una ripresa dell’idea del sistema delle arti delle botteghe rinascimentali e del Bauhaus: l’idea di mettere in dialogo architettura e design con l’arte contemporanea sarà un asset decisivo, insieme alla musica, alle scienze, alle tecnologie”.
Una Triennale dove l’arte contemporanea non viene messa in secondo piano, ma dove il design dialoga con la scienza e la tecnologia in modo generativo.
Il Futurismo startup, una provocazione necessaria
Questa visione mi tocca da vicino, perché coincide con qualcosa in cui credo da tempo.
L’Italia deve recuperare proprio sul fronte del design la frontiera del fare startup. Prima il design innovava spingendo le imprese a realizzare ciò che non era stato ancora immaginato. Oggi la competizione della globalizzazione, la smaterializzazione dell’economia e le nuove istanze di sostenibilità cambiano le regole. I designer, con l’IA, possono oggi superare limiti che appartenevano solo ai domini della scienza e dell’ingegneria. Possono immaginarsi imprenditori. Possono portare il talento italiano, con gli strumenti dell’economia delle startup, a fare la differenza nel mondo attraverso il made in Italy. Non come memoria da custodire, ma come protagonismo di un nuovo futuro.
Potremmo chiamarlo, riprendendo una tradizione gloriosa, Futurismo startup. L’ho scelto deliberatamente, anziché il più comodo “Futurismo 2.0”: usare la versione numerica sarebbe stato irrispettoso verso il pensiero di chi quel movimento lo ha costruito davvero.
Un ponte tra storia e innovazione. Tra Napoli e Milano. Tra il passato che non è archivio immobile e il futuro che si può progettare.
Questo è il racconto che porta Vincenzo Trione alla guida della Triennale (nella foto un momento dell’evento di Napoli).
Nota per il lettore: Antonio Prigiobbo è designer e giornalista dell’innovazione, manager e social investor. Scrive di innovazione, ecosistemi e design su Startupbusiness e la sua riflessione si innesta in modo aderente con l’ecosistema della testata: “Io, da Napoli, sono curioso di vedere cosa Trione costruirà, e spero di poter creare occasioni da designer e da direttore di NAStartUp e magari con un filo diretto che lega questa riflessione alla testata su cui scrivo. Startupbusiness, fondato e diretto da Emil Abirascid, che non a caso è anche co-fondatore di Designtech, l’hub milanese che avvicina il mondo del design a quello della tecnologia e delle startup, è da anni il punto di osservazione privilegiato su questo incrocio. Visto che lui non lo scrive da solo Emil ha costruito qualcosa di raro: un media che è anche un ecosistema, con CoFactory nel Certosa District di Milano, il programma di accelerazione Design Momentum, e la missione esplicita di colmare il gap tra creatività, manifattura digitale e innovazione d’impresa. Esattamente la frontiera su cui si muove la nuova Triennale di Trione. Interessi, studi, impegno e giornalismo che convergono. Non è un caso se ci ritroviamo a raccontare la stessa storia da angolazioni diverse“.
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