Brevetti e segreto industriale, vantaggi e svantaggi per la startup
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Brevetti e segreto industriale, vantaggi e svantaggi per le startup

Quello della proprietà intellettuale è uno dei temi che le startup prima o devono affrontare, almeno molte di esse. È un tema che riguarda aspetti economici, strutturali, legali e la scelta dello strumento giusto, che richiede di tenere in considerazione come si intende crescere e internazionalizzare.

Startupbusiness parla di questo tema insieme a un grande esperto internazionale: Matteo Sabattini, manager italiano che riveste la carica di director of IP Policy in Ericsson Usa il quale disegna il quadro complessivo della questione ed enfatizza i pro e i contro di strumenti come i brevetti (patent) e il segreto industriale (trade secret) e amplia la questione affrontando sia il contesto generale, sia le potenzialità che il mercato offre a partire dai processi e dalle organizzazioni a supporto della definizione degli standard tecnologici internazionali.

Partecipare alla definizione di standard come opportunità

Gli standard internazionali riguardano ogni cosa: dalla forma del foglio di carta alla tecnologia Lte. Ci sono diversi tipi di standard e diversi investimenti per la creazione degli stessi, quando si parla di startup si tende a vederle come una sorta di integratori che prendono tecnologie già esistenti e in modo più o meno efficace le portano sul mercato, mentre ci sono opportunità anche nel partecipare alla realizzazione di uno standard internazionale soprattutto se tecnologicamente avanzato, questo perché gli standard beneficiano da una partecipazione più ampia possibile nell’ottica dell’open standard, ma per le startup il problema di fondo è che la partecipazione agli standard costa benché i vantaggi siano nel medio termine evidenti, ciò che serve è  abbassare la barriera all’ingresso sapendo che il valore finale è molto alto, soprattutto per le tecnologie che vengono inserite nello standard stesso. Un esempio è quello della azienda francese Inside Secure che ha inventato lo standard tecnologico oggi alla base dell’Nfc (Near field communication, ndr), era una azienda piccola e innovativa e ora è cresciuta grazie al fatto che la sua tecnologia è diventata standard, ecco perché servirebbero concreti incentivi per aiutare piccole imprese e Università a partecipare ai processi di standardizzazione, ciò anche alla luce della integrazione tra open source e tecnologie standard e il processo di ‘softwareizzazione’ massiccia delle tecnologie come sta avvenendo per esempio con il  5G network e la function virtualization che rendono ancora più interessante per le aziende piccole partecipare a questi tavoli”.

Ericsson ha sviluppato un programma per supportare l’innovazione che ha denominato Ericsson Garage. Gli Ericsson Garage sono degli incubatori, dove startup, Pmi e altri partner possono collaborare con ricercatori e professionisti Ericsson per dare vita a nuove idee e progetti. Il tutto in un’ottica di open innovation. Ericsson inoltre mette a disposizione la sua tecnologia di rete, piattaforme IoT e cloud. A oggi gli Ericsson Garage sono a Stoccolma e Goteborg (Svezia), Montreal e Ottawa (Canada), Aachen (Germania), Budapest (Ungheria), Santa Clara (Usa), Parigi (Francia), Zagabria (Croazia). A Genova c’è un Innovation Garage, al momento dedicato ai ricercatori italiani che lavorano per Ericsson e sono circa 650 nei tre centri ricerca e sviluppo che l’azienda ha in Italia: Genova, Pisa e Pagani. I ricercatori italiani generano circa 100 brevetti ogni biennio. La ricerca di Ericsson in Italia è presente da 39 anni. L’azienda da 99 anni. Inoltre vi è a Roma un IoT Lab e un Cloud Lab che Ericsson mette a disposizione di startup e partner per sperimentare nuove idee.

Ericsson ha anche un programma denominato Ego  che è un contest per startup che rientra in una strategia di open innovation che nell’edizione attuale è dedicato al 5G, destinato quindi a startup che possano avvicinarsi in anteprima a questa tecnologia sia con applicazioni consumer, sia con applicazioni industriali.

Brevetti vs segreto industriale

I brevetti sono un argomento delicato – continua Sabattini – da un lato vi è uno certo scetticismo generale sui brevetti e non solo da parte delle piccole imprese, scetticismo legato agli aspetti finanziari che la gestione e l’eventuale tutela del brevetto richiede, ma anche alla crescente tendenza verso scelte di tipo open source e cloud. In generale la scelta del brevetto è vista più come adatta quando si ha un modello di business che genera fatturati su di esso, mentre per altre circostanze si tende a preferire la tutela del segreto industriale. Entrambi hanno valore e ruolo, però bisogna stare attenti soprattutto nel caso di un’azienda piccola che cerca collaborazioni e finanziamenti importanti, il trade secret regge infatti fino a un certo punto perché può accadere che a tali aziende venga richiesto dai potenziali partner e investitori di spiegare quello che fanno e sappiamo bene che gli Nda (non disclosure agreement, ndr) non si firmano, soprattutto non li firmano i VC, ne consegue che il trade secret mostra i suoi limiti nel momento in cui si iniziano a cercare investimenti, quindi il brevetto si rivela strumento più solido anche se il suo contenuto diventa di pubblico dominio”.

Uno dei temi a proposito del brevetto, oltre ai costi di registrazione, è quello dei costi di difesa e tutela dello stesso, soprattutto alla luce della nuova normativa che in particolare in Usa ha creato uno scenario nuovo: “il costo di difesa del brevetto è una difficoltà soprattutto negli Usa ed è per questo che stiamo osservando lo svilupparsi di modelli di business che cercano di non usare i brevetti. Ciò che accade negli Stati Uniti sta portando un certo danno all’ecosistema, lo strumento principe di questo discutibile meccanismo è il cosiddetto interpartes review (Ipr) che consente a terze parti, a fronte di un brevetto concesso, di potere fare richiesta di revisione del brevetto stesso. Negli Usa tale richiesta può essere presentata sempre, mentre in Europa c’è una finestra temporale specifica per presentare tale revisione scaduta la quale non è più possibile avanzare pretese in tal senso. La maggior parte dei brevetti che vengono attaccati da interpartes review non sopravvive. Tale scenario è derivato dalla decisione del Congresso Usa di approvare l’American invents act che ha cambiato alcune regole relative alla proprietà intellettuale e ha soprattutto creato il nuovo tribunale amministrativo per valutare la novelty dei brevetti, questo Patent trial appeal board (Ptab) opera direttamente sotto l’ufficio Usa dei brevetti (Pto) il che crea una sorta di conflitto di interessi perché il Pto da una parte è pagato per concedere i brevetti e dall’altra ha la possibilità di annullarli. Il risultato è che il 60/70% brevetti non sopravvive se attaccato e le Ipr possono essere chieste all’infinito e sono soprattutto utilizzate da coloro che desiderano attaccare un brevetto al fine di allungare di molto i tempi necessari per la risoluzione della diatriba ”.

“Nonostante questa norma che rende la tutela del brevetto complessa – continua l’esperto di Ericsson – le opportunità anche per aziende piccole che investono in brevetti sono concrete, ci sono molte statistiche che dicono che le piccole e medie imprese che hanno brevetti vadano meglio in generale e trovino più investimenti e io credo che gli incentivi in tal senso dovrebbero essere rafforzati e meglio usati, per esempio Patent box in Italia è ancora troppo poco usato e i brevetti non sono ancora visti come investimenti e quindi non sgravati a livello fiscale”.

Sabattini torna a citare il caso della francese Inside secure: “era una piccola azienda che aveva di fatto inventato l’Nfc come detto, ma siccome sono arrivati 10 prima con la loro tecnologia rispetto a quando il mercato si è rivelato pronto ad adottarla e quindi alle relative applicazioni commerciali, nel frattempo si è messa a fare altro e dopo 10 anni si è trovata con un valore enorme, ciò dimostra come i brevetti possono rappresentare anche una seconda vita per aziende che per molti anni magari arrancano sul mercato, ed è per questo che la presenza di un brevetto è un aspetto al quale gli investitori danno grande valore, inoltre anche quando si va a negoziare partnership con aziende più grandi la presenza di un brevetto rappresenta un valore aggiunto”.

International standard e brevetti

C’è infine un ultimo tema da analizzare ed è il rapporto tra il processo di definizione degli standard internazionali che per definizione deve essere condiviso e accessibile e l’interazione dello stesso con i brevetti, tema che Matteo Sabattini così illustra: “L’attrito fondamentale tra international standard e brevetto deriva dal fatto che lo standard internazionale deve essere adottato in modo più ampio possibile perché l’interesse, sia di chi lo sviluppa sia di chi lo usa, è che venga impiegato il più possibile e si verifichi il cosiddetto network effect che ne moltiplica il valore. Si tratta quindi di un modello inclusivo che è in contrasto con il modello esclusivo dei brevetti: se ho una tecnologia brevettata da portare dentro lo standard si ha il conflitto tra inclusione ed esclusione, conflitto che si può superare solo con la decisione, nel momento in cui si sceglie di partecipare allo standard, di rendere i brevetti accessibili a tutti coloro che collaborano alla definizione dello standard garantendo loro un livello di royalty basso, quindi ragionevole e non discriminante. Questo meccanismo si chiama Frand, Fair reasonable and non-discriminatory e di fatto pone all’azienda che lo adotta il rischio di crearsi da sola nuova concorrenza, così come è accaduto a noi con lo sviluppo degli standard 3G, 4G e ora 5G, ma per un’azienda piccola che riesce a inserire il suo brevetto in un portafoglio nel contesto di uno standard significa può creare un grande valore potenziale anche nel caso che decida di concentrarsi esclusivamente sulla ricerca e lo sviluppo e vendere la licenza del suo brevetto a terzi che poi realizzano prodotti e soluzioni su di esso basate”.

 

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Pubblicato il:

28 novembre 2017

Categorie:

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