Indice degli argomenti
- L’Italia, da Paese importatore a hub del Mediterraneo
- Chi beneficia del gas italiano?
- Le origini nascoste, Mozambico, Stati Uniti e il costo della dipendenza
- Lock-in fossile, la trappola si chiude
- La nuova dipendenza, dagli USA all’instabilità geopolitica
- Il silenzio del dibattito pubblico
- Dove stiamo andando?
Tra febbraio 2022 e la fine del 2025, l’Europa ha installato 10 unità galleggianti di rigassificazione (FSRU) e ampliato sette terminali esistenti, aggiungendo circa 50 miliardi di metri cubi di capacità annua. Un’accelerazione senza precedenti, giustificata dall’emergenza ma costruita per durare 20-30 anni almeno. Il paradosso è evidente: mentre la capacità di importazione cresce, i consumi di gas nell’UE sono scesi del 20% tra il 2021 e il 2024 (IEEFA EU Gas Flows Tracker). Quello che emerge non è un sistema più sicuro, ma un lock-in fossile che condizionerà le scelte energetiche europee fino al 2050.
L’Italia, da Paese importatore a hub del Mediterraneo
L’Italia ha colto l’occasione per posizionarsi come snodo meridionale del gas europeo. Due progetti incarnano questa strategia: il rigassificatore galleggiante di Piombino, operativo dal maggio 2023, e quello di Ravenna, entrato in funzione nel maggio 2025. Entrambi gestiti da Snam, con investimenti complessivi superiori ai due miliardi di euro, dichiarati temporanei ma di fatto integrati nella rete nazionale.
Il Golar Tundra di Piombino, con una capacità di 5 miliardi di metri cubi annui, è stato inaugurato tra polemiche locali e ricorsi legali (VOA: Controversial Regasification Unit Arrives in Italy). L’amministrazione comunale aveva contestato i rischi ambientali per il turismo e l’ecosistema marino; Greenpeace si è unita alle cause denunciando valutazioni di impatto ambientale insufficienti. Eppure, sotto decreti emergenziali, il progetto è stato approvato in tempi record. Inizialmente previsto come soluzione temporanea, è stato prorogato senza che venissero pubblicati studi approfonditi sugli impatti reali.
A Ravenna, il BW Singapore rappresenta un salto di scala. Con 5 miliardi di metri cubi di capacità e connessioni via pipeline verso il Nord Italia e l’Europa centrale, questo terminale offshore si integra con il contestato progetto di stoccaggio di CO₂ di Eni nella stessa area (Snam: BW Singapore in Ravenna). L’autorizzazione ambientale integrata, concessa nel marzo 2025, ha incorporato il microtunneling per ridurre i disturbi sulla terraferma, ma le preoccupazioni locali restano forti, specialmente sull’accumulo di rischi industriali in un territorio già sotto pressione.
Parallelamente, l’Italia ha intensificato gli import via pipeline dall’Algeria attraverso il Transmed, portando i flussi da 21 miliardi di metri cubi nel 2021 a oltre 25 nel 2023. Questa pipeline, operativa dagli anni ’80 e gestita da Sonatrach ed Eni, non ha richiesto nuove infrastrutture ma solo accordi commerciali. Tuttavia, come evidenziato da ReCommon per altre filiere del gas, le emissioni di metano lungo le catene di approvvigionamento rappresentano un elemento critico spesso sottovalutato nelle valutazioni ufficiali.
Chi beneficia del gas italiano?
La strategia di hub ha permesso all’Italia di esportare gas verso Centro e Nord Europa. Attraverso il Transitgas (verso Svizzera e Germania) e il TAG (verso Austria, Slovenia e oltre), tra il 2022 e il 2025 sono stati inviati tra i 5 e i 10 miliardi di metri cubi annui. Paesi come Germania, Austria, Repubblica Ceca hanno beneficiato di questi flussi inversi, soprattutto nel picco della crisi 2022-2023.
Per la Germania, i flussi inversi dall’Italia via Transitgas hanno fornito circa 5-7 miliardi di metri cubi nel biennio più critico, coprendo il 3-5% del fabbisogno tedesco. Con l’entrata in funzione dei propri terminali LNG – come Wilhelmshaven (operativo da dicembre 2022, con una seconda fase attiva dal 2025) e Brunsbüttel (attivo da febbraio 2023) – la dipendenza dai flussi italiani è diminuita, ma la connessione rimane strategica per la flessibilità del sistema.
La Repubblica Ceca, pur dipendendo principalmente dai terminali olandesi come Eemshaven, ha ricevuto indirettamente volumi italiani attraverso Austria e Germania. Si stima tra 0,5 e 1 miliardo di metri cubi annui nel 2023-2024, una quota marginale ma significativa nel contesto della diversificazione post-russa, dove il gas rappresenta il 15-20% del mix energetico nazionale.
Le origini nascoste, Mozambico, Stati Uniti e il costo della dipendenza
Il GNL che arriva nei terminali europei non è solo una questione tecnica. È una filiera globale di estrazione, sfruttamento e inquinamento che ReCommon ha documentato con precisione.
In Mozambico, il progetto Coral South FLNG di Eni – operativo dal 2022 – è al centro di accuse pesanti. Il rapporto “Hidden Flames” del 2024 rivela come le emissioni di gas serra siano state sottostimate fino al 50%, con dati satellitari che mostrano flaring intenso non dichiarato (ReCommon: Hidden Flames report). Un secondo rapporto di febbraio 2025 denuncia il tentativo di Eni di finanziare l’espansione con Coral North, perpetuando quella che ReCommon definisce “la maledizione del gas”: sfollamenti forzati, violenze locali, devastazione ambientale in cambio di profitti esportati.
Negli Stati Uniti, oggi principale fornitore di GNL europeo, la situazione non è migliore. I rapporti di ReCommon “The Dark Side of US LNG” (aprile 2023) e “US LNG: The Dark Side of the Boom & the Italian Connections” (dicembre 2022) documentano come gli impianti di liquefazione lungo la costa del Golfo del Messico – Texas e Louisiana in primis – abbiano trasformato intere comunità in “zone di sacrificio”. Inquinamento atmosferico, contaminazione delle acque, patologie respiratorie e tumori: i costi sanitari e ambientali restano locali, mentre i benefici economici vengono esportati verso investitori europei e multinazionali (ReCommon: The Dark Side of US LNG).
L’Italia è direttamente coinvolta. Eni ha siglato contratti ventennali con Venture Global per forniture di GNL statunitense; Snam gestisce le infrastrutture che permettono a quel gas di entrare nel sistema italiano ed europeo; banche come Intesa Sanpaolo hanno finanziato l’espansione dei terminal di esportazione texani. Una catena di interessi che produce rendite strategiche per pochi e scarica i costi su cittadini europei – attraverso bollette volatili – e comunità americane, trasformate in periferie sacrificabili dell’energia globale.
Lock-in fossile, la trappola si chiude
Come sottolinea ReCommon: “Dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, il gas naturale liquefatto è diventato uno degli assi portanti della risposta energetica europea. Nel giro di pochi mesi, il GNL è stato presentato come la soluzione più rapida per sostituire il gas russo, garantire continuità alle forniture e rassicurare mercati e governi. Una accelerazione che ha prodotto scelte infrastrutturali, contrattuali e geopolitiche che oggi rischiano di trasformare una misura emergenziale in un vincolo strutturale per la transizione energetica europea.”
Non è una novità: poco dopo l’invasione su larga scala russa dell’Ucraina nel 2022, Energy Monitor avvertiva già che la corsa dell’Europa a diversificare le fonti energetiche rischiava di creare un lock-in fossile per decenni. Come sottolineava Esther Bollendorff di Climate Action Network Europe: “Costruire nuova infrastruttura LNG richiede almeno due-tre anni, e con un tempo di rientro di 30-40 anni, si va chiaramente verso un lock-in e uno scenario di asset stranded
Il problema è strutturale. Infrastrutture progettate per durare 20-30 anni, contratti di fornitura ventennali, investimenti miliardari: tutto spinge verso l’utilizzo continuativo del gas, anche quando la domanda cala e gli obiettivi climatici richiederebbero una riduzione rapida. Le emissioni di metano lungo la filiera del GNL sono fino all’80% superiori rispetto al gas via pipeline su un orizzonte ventennale, potenzialmente consumando il 5-8% dei budget di carbonio nazionali.
Francesco Sassi, esperto di geoingegneria energetica, è netto: “Questa accelerazione davvero rischia di bloccare lo sviluppo di politiche alternative, a livello sia economico, sia infrastrutturale.” E aggiunge: “Il segnale arriva da Bruxelles ed è molto esplicito, ed è però allo stesso tempo un segnale che corre in parallelo con quello della diversificazione energetica. A breve termine eliminare qualsiasi importazione delle risorse russe, anche con il LNG, e a medio e lungo periodo investire molto di più sulle rinnovabili. Per Bruxelles questa strategia ha sempre visto le due cose in continuità e non in contraddizione, ma funziona soltanto per i politici di Bruxelles, che hanno dimostrato poca conoscenza dei mercati energetici, poca conoscezza dell’industria energetica e anche poca conoscenza della geopolitica dell’energia.”
La contraddizione è evidente: mentre l’UE proclama il Green Deal e gli obiettivi di neutralità climatica al 2050, sta costruendo un sistema energetico che rende sempre più difficile raggiungerli. La capacità di rigassificazione continua a crescere mentre i consumi scendono. Il risultato è un eccesso di capacità che crea pressione per utilizzare il gas anche quando non sarebbe necessario, ritardando investimenti in rinnovabili ed efficienza.
La nuova dipendenza, dagli USA all’instabilità geopolitica
Come evidenzia ReCommon: “È qui che il ruolo degli Stati Uniti diventa centrale. Oggi Washington è il principale fornitore di GNL dell’Unione europea. Un’analisi di IEEFA avverte che, se le politiche attuali non cambiano, entro il 2030 fino al 75-80% del GNL importato dall’UE potrebbe arrivare dagli USA, coprendo circa il 40% delle importazioni totali di gas. Questo significa sostituire una dipendenza con un’altra.” (IEEFA: EU risks new energy dependence as US could supply 80% of its LNG imports by 2030).
Inoltre, l’amministrazione Trump ha espresso in modo molto netto il rifiuto delle normative europee sulle emissioni di metano lungo tutta la filiera del GNL. Queste norme obbligano i fornitori a monitorare, tracciare e dichiarare le perdite di metano, ma i produttori americani di GNL non sembrano intenzionati a fare tali investimenti. Perdite di metano incontrollate creano ulteriori sfide e dimostrano l’incompatibilità strutturale della filiera GNL con gli impegni climatici europei.
La narrazione del GNL statunitense come fornitore “affidabile” è crollata di fronte alla realtà. Le tensioni commerciali, l’uso dell’energia come leva geopolitica, le minacce sui dazi dimostrano quanto sia fragile l’idea di un alleato energetico neutrale. L’Europa ha sostituito la dipendenza da Mosca con quella da Washington, esponendosi a una volatilità ancora maggiore perché legata ai mercati globali del GNL, dove il prezzo fluttua con le dinamiche asiatiche e medio-orientali.
Francesco Sassi avverte: “Il consumatore europeo sarà sempre più esposto a questa volatilità internazionale grazie alla dipendenza dal gas naturale liquefatto, che a differenza del gas naturale russo è un prodotto che si espone alla competizione globale dei mercati.” E sulla prospettiva futura: “Per come l’Europa tuttora sta affrontando la questione mi fa dire che siamo molto prossimi a un’altra crisi energetica, dettata in particolar modo dalle incapacità politiche di capire il mondo in cui siamo.”
Il silenzio del dibattito pubblico
Uno degli aspetti più inquietanti è l’assenza di un dibattito reale. Come denuncia Sassi: “Non si vuole portare a galla il discorso perché gli interessi economici che riguardano questi temi sono talmente grandi, potenti, che anche nel controllo della narrazione del linguaggio c’è molta paura ad affrontare certi temi.” Le professionalità del settore finiscono nell’industria energetica, il confronto critico scompare: “Il filo conduttore che lega il dibattito su questi temi in maniera naturale, salutare dovrebbe essere il sistema paese o l’Unione Europea, l’industria dell’energia e i media con un pubblico ben attento. In un’Unione Europea in cui l’unico modo per parlare di questo tipo di tema è rinnovabili-transizione energetica buona, sicurezza energetica e idrocarburi attiva, finisce il dibattito lì e si chiude.”
Nel mezzo restano le bollette fuori controllo, i prezzi volatili, uno Stato che prima dipendeva dal gas russo e ora dall’LNG americano. “Si parla delle tensioni internazionali applicate ai mercati energetici e delle risorse di cui tutti i giorni facciamo uso, quindi non ci si può estromettere da questo dibattito che è molto concreto, molto vivo e molto serio.”
ReCommon è altrettanto esplicito: “Il punto di partenza è che il GNL non è semplicemente ‘gas che arriva via nave’. È una filiera industriale globale che comprende estrazione, trattamento, liquefazione, trasporto marittimo, rigassificazione e nuove reti di connessione. Guardare solo alla fase finale – il rigassificatore in porto – significa perdere di vista la gran parte degli impatti.”
Dove stiamo andando?
Quattro anni dopo la crisi, l’Europa si trova di fronte a una scelta strategica che non può più rimandare. Le infrastrutture LNG costruite in fretta stanno diventando permanenti. I contratti ventennali con fornitori statunitensi, qatarioti, mozambicani stanno ridisegnando la geografia energetica del continente. Il rischio concreto è che l’urgenza della sicurezza energetica – legittima nel 2022 – diventi la giustificazione per procrastinare la transizione.
Come evidenzia Sassi: “Il rischio è che grazie a questa lente focale sempre concentrata sulla questione della sicurezza energetica l’obiettivo della transizione energetica si annacqui, che per la questione della sicurezza energetica anche le politiche della transizione passino in secondo piano.” E aggiunge: “La politica indirizza il denaro laddove crede che vi sia la priorità per rispondere alle esigenze della popolazione e se il problema è che ogni inverno dobbiamo assicurarci di arrivare alla fine con abbastanza gas nei nostri sistemi per riscaldare le case, questa è un’urgenza talmente immediata che fa sì che gli investimenti naturalmente vadano lì.”
I costi di questa scelta non saranno sostenuti dalle aziende ma dai cittadini: “I costi della scelta sul LNG invece di essere supportati dal privato saranno sempre più un peso per il pubblico perché nessuno degli attori energetici può fare investimenti di questo tipo con i rischi che vi sono là fuori.”
ReCommon chiude con una valutazione senza appello: “Continuare a investire nel GNL come pilastro della strategia energetica europea significa rallentare la transizione e legare il futuro energetico dell’Europa a un mercato globale instabile e sempre più politicizzato. La vera alternativa non è scegliere un altro fornitore di gas, ma ridurre strutturalmente la dipendenza dal gas stesso.” (foto di david Griffiths su Unsplash)
Questo contenuto è stato prodotto nell’ambito di PULSE, un’iniziativa europea che sostiene collaborazioni giornalistiche transfrontaliere guidata da OBCT, insieme a n-ost e Voxeurop .
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