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Golden Power, Boni: innalzare la soglia al 25% per le startup

La norma che consente al Governo di bloccare investimenti in ambiti strategici e tecnologici rischia di diventare un problema per le startup

Pubblicato il 17 Lug 2023

Fausto Boni co-fondatore e general partner di 360 Capital ed ex presidente di Italian Tech Alliance

Golden power, non è né un premio né un colpo di scena di una trasmissione canora alla ricerca di nuovi talenti, ma è qualcosa che può diventare un serio grattacapo per le aziende, comprese le startup. Avevamo già affrontato il tema a fine 2021 con un articolo scritto dagli esperti legali dello studio Portolano Cavallo . Ora però è il caso di tornare sulla questione perché sta iniziando a creare non pochi impicci all’ecosistema delle startup italiano che è ancora piuttosto fragile soprattutto quando si tratta di disponibilità di capitali da investire in aziende innovative.

Golden power è il termine che indica la possibilità da parte del Governo italiano (esiste anche in altri Paesi con modalità simili ma non uguali rispetto a quanto avviene in Italia) di bloccare eventuali partecipazioni, quindi investimenti, ma anche acquisizioni, in aziende italiane che risultano strategiche e che lavorano con tecnologie che possono essere considerate strategiche, provenienti da operatori che hanno la loro sede legale fuori dall’Unione Europea. In pratica di stratta di quella che un tempo era denominata Golden Share che però consentiva l’eventuale blocco di operazioni di investimento e acquisizione solo sulle aziende partecipate dallo Stato, con la sua estensione, diventata appunto Golden Power, tale facoltà è estesa a ogni tipo di impresa, che sia quotata o meno, di ogni dimensione. Si tratta di una normativa che recepisce indicazioni della Commissione Europea e che è stata recentemente aggiornata e ampliata in Italia con il Decreto Liquidità, il Decreto Energia e il Decreto-legge n.187/2022 che prevede, tra l’altro, misure di capitalizzazione delle imprese soggette all’esercizio della Golden Power.

Ma perché il tema rappresenta non solo una complessità ma anche un rischio in più per le startup? Soprattutto quelle che lavorano con tecnologie innovative? Intanto perché la Golden Power ha un raggio d’azione decisamente ampio, comprende infatti infrastrutture come quelle per la gestione dell’acqua, quelle sanitarie, quelle che trattano dati e informazioni sensibili, quelle elettorali, quelle finanziarie e assicurative e poi l’intelligenza artificiale, la robotica, i semiconduttori la cybersecurity, le nanotecnologie, le biotecnologie, le tecnologie aerospaziali civili, le catene di approvvigionamento alimentare e perfino la libertà e il pluralismo dei mezzi di comunicazione. In secondo luogo, perché scatta nel momento in cui la partecipazione supera il 10% del capitale totale della azienda o startup controllato dall’investitore a prescindere dalla sua nazionalità. Quindi quando si verificano tali condizioni sia le aziende target dell’investimento sia gli investitori sono obbligati a segnalare la cosa alla Presidenza del Consiglio dei ministri che entro i successivi 45 giorni deve indicare se intende esercitare la Golden Power, quindi bloccare l’operazione, o meno. Più dettagliatamente si deve verificare la condizione che la partecipazione sia superiore al 10% con un valore superiore al milione di euro o che vi sia una partecipazione compresa tra il 15 e il 50% del capitale o dei diritti di voto. Mentre per il tempo dei 45 giorni si considerano giorni lavorativi e il loro conteggio si interrompe nel caso di richieste di ulteriori informazioni per poi tornare a scorrere quando tali informazioni sono state prodotte, vige inoltre la formula del silenzio assenso allo scadere dei 45 giorni.

Di come la normativa Golden Power rischi di essere un grattacapo per chi fa e per chi investe in startup ne abbiamo parlato con Fausto Boni co-fondatore e general partner di 360 Capital ed ex presidente di Italian Tech Alliance: “Golden Power nasce come qualcosa che non è pensata per una startup, è giusto che ci sia per le grandi aziende mentre applicata all’ambito startup è un disastro, le startup sopravvivono grazie all’apporto di capitali ed essere costretti a dire no ha un potenziale investitore per via del veto del Governo rischia di rivelarsi un danno anche irreparabile. Se si tratta di una startup strategica a maggior ragione perché tu Stato rischi di farla morire se blocchi gli investimenti, soprattutto in un Paese come l’Italia dove ci sono pochi fondi e quindi poche alternative, con la conseguenza che se messe sotto pressione le startup rischiano di chiudere o di spostarsi all’estero”.

Portare la soglia dal 10 al 25%

Boni suggerisce di prendere ispirazione da quanto fatto in altri Paesi, per esempio in Francia, dove la soglia per l’esercizio del veto è fissata al 25% e non al 10% (va detto che anche la Francia ha abbassato recentemente la soglia al 10% si tratta però di un regime temporaneo che resterà in vigore fino al 31 dicembre 2023 e di applica solo alle società quotate in Borsa e solo in caso di investitori extra UE, così come va detto che in Francia c’è una disponibilità di capitali e di fondi locali molto superiore a quella che vi è in Italia e quindi è anche più facile per le startup trovare eventuali alternative), quindi nel caso delle startup la soglia è fissata al 25%.

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Portare la soglia al 25% sarebbe assolutamente accettabile perché garantirebbe agli imprenditori e alle startup un margine di manovra, soprattutto quando si tratta di investimenti nei round di crescita dove difficilmente il singolo investitore controlla quote superiori a un quarto del totale.

“C’è anche il tema che la norma così come concepita attualmente rischia di diventare un deterrente anche per gli investitori internazionali che negli ultimi anni si sono avvicinati alle startup italiane, ciò non solo per il rischio che le operazioni vengano bloccate ma anche perché ci si troverebbe nella situazione dove l’investitore è pronto a fare la sua parte dopo avere compiuto tutta la sua due diligence ma deve attendere poi la risposta da parte del Governo prima di sapere se può o meno procedere. Ovviamente non pensiamo nemmeno sia giusto procedere alla totale abrogazione della Golden Power che ha la sua ragion d’essere ma crediamo che alzare la soglia al 25% dall’attuale 10% possa essere una scelta intelligente che consente a chi opera nel mondo startup di avere un maggiore margine di manovra senza nulla togliere alla possibilità da parte del Governo di intervenire in caso di situazioni che possono apparire critiche. Questo andrebbe applicato sia sulle operazioni di acquisizione di quote sia sugli aumenti di capitale”.

Da gennaio di quest’anno, il decreto più recente sul Golden Power è entrato in vigore a dicembre 2022, sono sempre di più le startup che si trovano nella condizione di dovere segnalare le loro operazioni alla Presidenza del Consiglio dei ministri che è competente per la Golden Power, al momento non vi sono ancora casi eclatanti che hanno portato startup in una situazione di forte difficoltà ma va detto che siamo all’inizio di un flusso procedurale che con il tempo inizierà a creare letteratura e quindi anche a mettere in luce casi che si possono rivelare anche clamorosi, si pensi per esempio alle tante startup che sono da un lato finanziate dallo Stato tramite CDP Venture Capital e dall’altro rischiano di trovarsi in difficoltà per via della Golden Power. Il fatto che non vi siano casi eclatanti non rende naturalmente meno impellente la questione, anzi è opportuno iniziare a fare proposte di adattamento e rimodulazione della norma proprio in questa fase, prima che si verifichino casi di startup costrette a chiudere o a espatriare da un lato, e la fuga degli investitori internazionali dall’altro.

“Il tema lo abbiamo affrontato anche con tutti i soci di Italian Tech Alliance e crediamo che ciò che andrebbe fatto, oltre a portare la soglia per fare scattare l’eventuale Golden Power al 25%, è rivedere la norma in modo da fare una distinzione tra aziende più grandi, aziende quotate in Borsa e aziende più piccole e che invece sono in fase di startup, servirebbe insomma una valutazione che non sia standardizzata ma che sia anche qualitativa e non solo quantitativa, ciò anche in termini di valutazione degli ambiti di applicabilità e servirebbe anche definire delle modalità alternative nel caso in cui scatti il veto, questo al fine di non lasciare in una situazione agonizzante startup che si trovano nella condizione di potere continuare il loro operato solo a fronte di nuovi investimenti che, magari hanno già trovato ma che rischiano di non potere rendere operativi. In altri termini andrebbe ripensata la modalità di applicazione della norma che, benché sia certamente importante e opportuna nello spirito di tutelare il Paese, non deve limitarsi a porre veti, ma deve essere costruttiva anche nei casi in cui le operazioni di investimento, M&A o acquisizione vengano bloccate”.

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