Il 'vaccino' della conoscenza, storie di imprese e innovazione nell'emergenza - Startup Business
Il ‘vaccino’ della conoscenza, storie di imprese e innovazione nell’emergenza

In questo contributo per Startupbusiness Domenico Sturabotti, direttore della Fondaziona Symbola, scrive come l’innovazione sta pervandendo le imprese italiane impegnate nel portare soluzioni all’emergenza Covid-19.

 

“ma misi me per l’alto mare aperto/ sol con un legno e con quella compagna/ picciola da la qual non fui diserto/…Considerate la vostra semenza:/ fatti non foste a viver come bruti/ ma per seguir virtute e canoscenza”.

Dante Alighieri

 

Mai come in questi giorni avvertiamo la sensazione di navigare in un mare ignoto. Un mare di cui non abbiamo mappe da seguire, e chi dice di averle, almeno per il momento, dice il falso.

Ma di mappe abbiamo bisogno, oggi più che mai. Per questo abbiamo pensato di tenere sul sito di Fondazione Symbola e sui nostri profili Facebook e LinkedIn una rubrica: #diariodibordo. Un diario per far conoscere non l’Italia dei ritardi, della burocrazia e del malaffare di cui troppo spesso leggiamo, ma un’Italia competente, solidale e capace di far fronte alla crisi più profonda che abbiamo mai conosciuto. Tante storie, a partire da quelle dei nostri ricercatori impegnati in prima linea nella cura dei pazienti colpiti dal coronavirus il cui valore assoluto è oramai riconosciuto dalle principali riviste mediche internazionali. Persone che hanno tracciato e stanno facendo la storia della medicina mondiale. Ma anche storie di tanti talenti che hanno collaborato alla realizzazione di idee nuove e sfidanti o per accrescere la capacità produttiva di aziende che in questo momento stanno realizzando beni indispensabili per affrontare l’emergenza sanitaria.

La prima storia che abbiamo raccontato è stata quella di Renato Favero, ex primario dell’ospedale di Gardone Valtrompia che per rispondere alla carenza di mascherine C-PAP ospedaliere per la terapia sub-intensiva ha pensato di adattare la mascherina da snorkeling Easybreath commercializzata da Decathlon. L’idea come un domino viene raccolta dalla Isinnova, azienda di Brescia che in pochi giorni sviluppa e ingegnerizza una valvola, Charlotte, per collegare la maschera ai respiratori polmonari, poi da tantissimi fablab che lungo tutto il Paese hanno iniziato a produrla gratuitamente in stampa 3D e poi Decathlon che decide di donare per questa giusta causa 10mila maschere. Sempre in Lombardia abbiamo raccontato la storia di Cristian Galbiati, coordinatore del programma di ricerca sulla materia oscura dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare che, venuto a conoscenza della scarsità di respiratori polmonari, pensa di realizzarne uno semplice e replicabile su grande scala con componenti meccanici ed elettronici facilmente reperibili sul mercato. Per progettarlo dà vita ad un programma di ricerca che ha coinvolto più di 20 realtà scientifiche di tutto il mondo, 80 ricercatori tra cui Art McDonald, Premio Nobel per la Fisica nel 2015. Il ventilatore sarà pronto per entrare negli ospedali lombardi nelle prossime settimane. Altro esempio di collaborazione è quella che ha visto l’esercito italiano e la Ferrari collaborare con la Siare, azienda italiana produttrice di respiratori polmonari. L’azienda unica nel suo genere in Italia, si è trovata a dover produrre per la protezione civile cinquecento ventilatori polmonari al mese per quattro mesi. Una scommessa impossibile da gestire da soli. L’azienda ha avuto prima il supporto dall’Esercito Italiano che ha messo a disposizione 25 ingegneri altamente specializzati. Poi quello della Ferrari che ha iniziato a produrre a Maranello componenti elettronici necessari per l’assemblaggio dei ventilatori.

Sono solo alcune delle tante storie di cooperazione e coesione che abbiamo raccontato, tutte attivate senza fini di lucro, anzi nei primi casi i prodotti sono stati sviluppati volutamente secondo modalità open source.

Questa crisi è stata anche una cartina al tornasole per capire il funzionamento dei sistemi territoriali. Abbiamo raccontato l’Emilia Romagna che si è data l’obiettivo di rendersi autosufficiente nella produzione di mascherine, camici e cuffie e lo sta facendo mettendo in rete le competenze manifatturiere del distretto di Carpi con l’Università di Bologna e il Tecnopolo di Mirandola per accelerare tutte le procedure di test e verifica della conformità dei dispositivi. Analoga reattività all’emergenza la troviamo a Bergamo, uno dei territori più colpiti dal Covid-19. Qui il sistema industriale ha saputo rispondere in tempo reale a una domanda esponenziale di tecnologie e dispositivi medici. Le imprese, mettendo in rete loro tecnologie di punta, sono infatti riuscite a ridisegnare una filiera in grado di realizzare tutto ciò che poteva servire al sistema sanitario territoriale. Creando sinergie, alleanze industriali inedite che andranno sicuramente oltre questa crisi.

Poi ci sono i distretti, troppe volte dati per finiti, che questa crisi ci ha fatto capire quanto sono importanti. L’Istat ne conta 141, qui si concentrano competenze spesso uniche al mondo. Tra questi, quello di Mirandola nella provincia di Modena, dove in pochi sanno che risiede il più importante distretto biomedicale d’Europa, terzo al mondo dopo Minneapolis e Los Angeles. Un sistema che grazie soprattutto alla forza di volontà della sua gente ha saputo risollevarsi dopo il sisma del 2012. Parliamo di un sistema che complessivamente genera un fatturato di oltre 1,6 miliardi di euro, con 5mila addetti. Qui lavorano realtà come Dimar, che produce caschi gonfiabili per la ventilazione C-PAP (Continuous Positive Airway Pressure). Oppure la Intersurgical che ha realizzato nel pieno dell’emergenza una valvola che permette di collegare ad un unico respiratore polmonare due pazienti, di fatto raddoppiando la capacità delle terapie intensive. Un altro distretto che abbiamo raccontato è quello chimico di Pomezia nel Basso Lazio. Si tratta del primo distretto, in Italia, per export. Vengono da qui due dei 50 vaccini in sperimentazione nel mondo. Il primo sviluppato da Advent-Irbm con lo Jenner Institute della Oxford University che questo mese inizierà i test sull’uomo. Il secondo sviluppato al computer da Takis clonando un frammento dell’informazione genetica del Coronavirus nei filamenti circolari di Dna presenti nei batteri. L’azienda fa parte della coalizione per il vaccino messa in piedi dall’Organizzazione mondiale della sanità.

Infine ci sono le infrastrutture, in particolare quelle legate ai supercalcolatori.  Come quelli che hanno permesso nel 2012 la scoperta del bosone di Higgs che l’INFN da fine marzo ha deciso di dirottare sulla ricerca di un suo spin off Sybilla Biotech. Si tratta di circa 30mila unità di calcolo in parallelo in otto data center dell’ente dedicate allo studio della proteina ACE2, un recettore cellulare al quale si lega la proteina virale Spike presente sulla superficie del virus, e che permette al virus di penetrare nella cellula e iniziare il suo processo di replicazione. A Marconi, il super computer da 50 Petaflop/s di picco (milioni di miliardi di operazioni al secondo), 19simo nel mondo per capacità di calcolo, del Cineca, a Hpc5 il supercalcolatore dell’Eni, utilizzato per trovare giacimenti di petrolio e gas naturale, il più potente al mondo a livello industriale (51,7 Petaflop/s). Queste potenze di calcolo sono state messe a disposizione del progetto europeo Exscalate4CoV, guidato dall’azienda farmaceutica italiana Dompè per simulare l’interazione tra le proteine che permettono lo sviluppo del virus e un database di 500 mld di molecole farmacologiche che potrebbero inibirne lo sviluppo. La scorsa settimana dopo un mese e mezzo di analisi sono state trovate le prime 40 molecole che dopo un doppio screening finalmente potranno iniziare il percorso di validazione per l’utilizzo sull’uomo.

Tante storie che iniziano a delineare i tratti di una nuova geografia e che forniscono una bussola per comprendere “cosa” fare per superare e andare oltre l’emergenza sanitaria, ma soprattutto per capire “come” farlo.

Storie che infondo delineano i contorni di un’economia e una società più virtuosa a misura d’uomo e per questo più capaci di futuro, e che citando il manifesto di Assisi promosso da Fondazione Symbola, ci convincono ancor di più che non c’è nulla di sbagliato in Italia che non possa essere corretto con quanto di giusto c’è in Italia. Insomma, “virtute e canoscenza” è il nostro vaccino.

#diariodibordo è sul sito di Symbola.

Nota per il lettore: il direttore di Startupbusiness è membro del Comitato Scientifico della Fondazione Symbola.

 

L’immagine di copertina è tratta dal sito web Ferrari.com

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Pubblicato il:

19 aprile 2020

Scritto da:

Domenico Sturabotti


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