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Ogni anno le istituzioni italiane parlano di scuola inclusiva come di un traguardo conquistato, e i numeri sembrano confermare questa narrazione: nell’anno scolastico 2023-2024, gli studenti con disabilità sono 359mila, il 4,5% del totale, con un aumento di 75mila unità (+26%) in cinque anni. È un dato che potrebbe raccontare una storia positiva, fatta di maggiore emersione, diagnosi precoce e consapevolezza crescente, ma se guardiamo oltre la superficie quello che emerge è un sistema che cresce nei numeri senza migliorare la qualità del servizio che offre.
Il problema non è quanti studenti con disabilità entrano nel sistema scolastico, ma cosa succede una volta dentro: il 57% di loro cambia insegnante di sostegno ogni anno, e l’8,4% lo cambia addirittura durante lo stesso anno scolastico. Tradotto in termini umani, più di uno studente su due perde continuità educativa ogni dodici mesi, non costruisce una relazione stabile con un adulto di riferimento, non può contare su qualcuno che conosca davvero il suo modo di apprendere, le sue difficoltà, i suoi progressi.
Per le famiglie questa è la prima cosa che emerge: la stanchezza di dover ricominciare ogni settembre, di dover spiegare di nuovo tutto, di vedere il proprio figlio costretto ad adattarsi a una persona nuova, con un metodo nuovo, con aspettative nuove. E questo non è un problema organizzativo minore, è il cuore del fallimento di un sistema che si definisce inclusivo ma che, nei fatti, frammenta più di quanto accompagni.
La frammentazione non è casuale, è strutturale
La discontinuità degli insegnanti di sostegno non è sfortuna, è la conseguenza diretta di scelte politiche e organizzative che nessuno sembra voler affrontare davvero.
Primo problema: la formazione. Nonostante i tentativi di aumentare i percorsi di specializzazione — come il TFA sostegno X ciclo confermato per il 2025 e i decreti INDIRE per accelerare la formazione di docenti con esperienza — resta una quota significativa di insegnanti privi di formazione specifica, soprattutto al Nord. Il punto non è che manchino i corsi, è che il sistema continua a permettere che si insegni sostegno senza una preparazione adeguata, e quando un insegnante non è formato non è solo lui a pagarne le conseguenze, ma lo studente che gli viene affidato.
Secondo problema: le differenze territoriali. Al Sud si assegnano mediamente oltre 3 ore settimanali di sostegno in più rispetto al Nord, ma questo dato va letto in controluce: non è segno di maggiore generosità del sistema, ma del fatto che le famiglie meridionali sono costrette a ricorrere più spesso alla giustizia amministrativa per ottenere ciò che spetta per legge. Il 5,4% delle famiglie al Sud deve presentare ricorso al TAR per vedere riconosciute le ore necessarie, contro il 3% delle famiglie del Nord. Questo significa che, anche quando si assegnano più ore sulla carta, evidentemente non bastano a coprire il fabbisogno reale, e le famiglie devono lottare per colmare il divario. Non è inclusione, è un sistema che costringe chi ha già meno risorse a consumare energie e tempo per difendere diritti che dovrebbero essere garantiti.
Sono stanco di vedere che il diritto all’istruzione dipende dal codice postale e dalla capacità di una famiglia di diventare avvocato di se stessa. Questa non è una questione tecnica, è una questione di dignità.
Terzo problema: l’accessibilità fisica. Solo il 41% degli edifici scolastici in Italia è accessibile per studenti con disabilità motoria (44% al Nord, 37% al Sud), con punte di eccellenza come la Valle d’Aosta (76%) e situazioni critiche come Liguria e Campania (30%). Parliamo di barriere architettoniche, non di questioni interpretabili: o una scuola è accessibile o non lo è, e il fatto che nel 2025 il 60% delle scuole italiane non lo sia ci dice che per decenni nessuno ha ritenuto prioritario investire. E questo, in un Paese che ha ratificato la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità nel 2009, non è ritardo, è scelta politica.
Dall’università al lavoro, dove il ponte manca, il talento si perde
Se la scuola frammenta, l’università spesso isola, e il mercato del lavoro esclude. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: solo il 32,5% delle persone con disabilità tra i 15 e i 64 anni è occupato, contro il 58,9% della media nazionale, mentre nella fascia 45-64 anni il 62,2% è inattivo o in cerca di lavoro. Secondo Eurostat e l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, nel 2025 il divario occupazionale per le persone con disabilità in Europa ha superato quello di genere di 15 punti percentuali, e l’Italia, con un gap del 25%, è tra i Paesi peggiori.
Nell’anno accademico 2024-2025 il numero di studenti universitari con disabilità è cresciuto: l’Università di Torino è passata da 969 a 1.230 studenti (+27%) in quattro anni, e il Ministero dell’Università e della Ricerca ha stanziato 2 milioni di euro (+25%) per il sostegno a studenti con disabilità che necessitano di assistenza intensiva, con un importo unitario di 10mila euro annui per beneficiario. È un passo avanti, ma riguarda una fascia molto ristretta di studenti, e non risolve il nodo vero: cosa succede dopo la laurea?
La risposta è semplice: troppo spesso, niente. I servizi di placement universitari per studenti con disabilità sono rari, quasi sempre sperimentali, poco collegati con le aziende. Ci sono eccezioni — come il Servizio di Placement Specializzato dell’Università Federico II di Napoli o i 12 milioni di euro investiti dalla Regione Emilia-Romagna nel 2024 per percorsi di transizione scuola-lavoro — ma sono appunto eccezioni, non la regola, e dove non c’è una regola c’è il caso o la fortuna.
Il problema è che il sistema continua a immaginare lo studente con disabilità come qualcuno da assistere, non come qualcuno che può costruire. Nessuno gli parla di imprenditorialità, di lavoro autonomo, di competenze digitali, di carriere che si possono progettare in modo diverso, e l’unica narrazione che riceve è: “iscriviti al collocamento mirato e aspetta”. Aspettare cosa? Un sistema che produce poche migliaia di inserimenti l’anno su centinaia di migliaia di iscritti? Un mercato del lavoro che vede la disabilità come un problema da compensare con incentivi, non come una risorsa da valorizzare?
Io so bene che una quota ampia di persone con disabilità può generare valore economico diretto, se messa nelle condizioni giuste: lavoro, impresa, progetti propri, soluzioni nate dall’esperienza concreta di vivere ogni giorno con barriere e adattamenti. Non per retorica, ma perché funziona. Il problema non è la mancanza di talento, è un sistema che investe più sul racconto dell’inclusione che sulle condizioni materiali per renderla possibile.
Se non misuri, non migliori. Se non racconti, non esisti.
La scuola italiana continua a parlare di inclusione senza rendicontare i risultati: non esistono dati pubblici e accessibili che mostrino quanti studenti con disabilità hanno continuità didattica, quali province funzionano meglio, quali atenei hanno attivato servizi di placement, quanti laureati con disabilità trovano lavoro entro un anno dalla laurea. Non ci sono indicatori condivisi, non ci sono confronti territoriali trasparenti, non c’è un sistema di monitoraggio che permetta a una famiglia di scegliere consapevolmente dove iscrivere il proprio figlio.
La sensazione, legittima, è che il sistema preferisca raccontare la crescita numerica degli studenti con disabilità piuttosto che affrontare la qualità del servizio che ricevono, ma i numeri senza contesto sono solo marketing istituzionale, non politica pubblica.
Come vicepresidente di LADI, non chiedo slogan: chiedo che si smetta di chiamare “inclusione” quello che è, nei fatti, frammentazione mascherata da “buone intenzioni”, chiedo continuità didattica obbligatoria con conseguenze chiare per chi non la garantisce, chiedo formazione specialistica certificata per tutti gli insegnanti di sostegno senza eccezioni territoriali, chiedo che ogni università attivi un servizio di placement strutturale per studenti con disabilità con risultati pubblici e confrontabili. E chiedo che il sistema scolastico e universitario smetta di preparare le persone con disabilità alla dipendenza, e inizi a prepararle alla costruzione di percorsi professionali autonomi, inclusa l’imprenditorialità.
Una scuola che non sa garantire continuità per più di un anno non sta includendo, sta lasciando indietro, e un Paese che lascia indietro centinaia di migliaia di giovani ogni anno non è inclusivo, è inefficiente. Per questo continueremo a portare questi dati nelle istituzioni, a costruire reti tra imprenditori con disabilità, a pretendere che il sistema cambi, non per retorica ma perché l’inclusione non è una narrazione, è un risultato concreto. E finché i numeri non cambiano, il resto è solo parole. (foto di National Cancer Institute su Unsplash).
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