Internet of things, alle startup servono le grandi imprese (e viceversa)
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Internet of things, alle startup servono le grandi imprese (e viceversa)

E’ un buon momento per l’internet of things, è un buon momento per le startup del settore, servono servizi e soluzioni di valore, e la collaborazione con grandi aziende

L’Italia è un Paese per la Smart Home e la Smart City? L’ultimo report dell’Osservatorio Internet of Things del Politecnico di Milano, fotografa una situazione di mercato positiva come tendenza, ma non ancora soddisfacente, sia in relazione alla risposta del mercato, sia in relazione all’offerta. 

La parola chiave è ‘valore’: la tecnologia ha fatto parecchi passi avanti e può definirsi abbastanza matura da abilitare potenzialmente moltissime applicazioni, ma si fatica a tradurla in reale utilità, in servizi, in innovazione capace di rispondere ai bisogni delle persone e alle esigenze delle città.

Nel 2018 il mercato Internet of things (IoT) in Italia è arrivato a toccare i 5 miliardi di euro, con una crescita del +35% rispetto al 2017 (+ 1,3 miliardi di euro) spinta sia dalle applicazioni più consolidate che sfruttano la “tradizionale” connettività cellulare (2,8 miliardi di euro, +27%), sia da quelle che utilizzano altre tecnologie di comunicazione (2,2 miliardi di euro, +47%).

Più della metà del fatturato IoT continua a essere generato dai contatori gas ed elettrici e dalle auto connesse, mercati trainati nel primo caso dagli obblighi normativi, nel secondo dalla diffusione dei box GPS/GPRS per la localizzazione e la registrazione dei parametri di guida con finalità assicurative (69%, +14% nel 2018), sul mercato ormai da molti anni, e dalla diffusione dalle auto nativamente connesse (31%, +69% nel 2018): il 70% dei veicoli immatricolati nel 2018 è dotato di sistema di connessione tramite SIM o bluetooth dalla fase di produzione.

Il dato medio di crescita dell’IoT varia, però, sensibilmente se ci si addentra in singoli segmenti, e non ci dice tutto sulle dinamiche di mercato.

“L’ Iot è un mercato che nel 2018 si è confermato in salute, con un +35%, – dice Giulio Salvadori, Research Director Osservatorio Internet of Things – ma non c’è per tutti gli ambiti lo stesso trend: Smart Home e Smart City, in particolare, sono agli antipodi in questo mercato. Non tanto guardando ai soli numeri, ma proprio perché come tendenza, come potenzialità future, vediamo situazioni molto differenti. Nel mondo della casa (+52% rispetto al 2017, pari a 380 milioni di euro, ndr.) vediamo che tantissime aziende stanno cominciando ad investire, anche aziende che sembravano lontane da questo mondo come le Utilities, le Telco, le Assicurazioni, i grandi Ott. Molta della crescita che si è registrata è dovuta agli home speaker: negli ultimi tempi c’è stata molta enfasi a livello di comunicazione per gli assistenti vocali di Amazon o di Google (le cui vendite hanno fatto comunque 60 milioni di euro nei mesi in cui sono stati venduti), e hanno avuto un effetto di traino anche su altri prodotti, legati per esempio all’illuminazione o al riscaldamento, dove abbiamo visto che nello stesso periodo c’è stato un incremento del 20, del 30 per cento. Il fatto negativo è che poi questi speaker sono poco integrati con gli altri prodotti della casa, vengono pubblicizzati e venduti a se stanti, idealmente sono il centro di un ecosistema di servizi, ma attualmente non sono collegati ad altri oggetti smart e applicazioni. Il mercato della Smart Home è ancora carente di servizi, ci sono tanti oggetti connessi, ma i servizi di valore scarseggiano, sebbene il consumatore li desideri, secondo le nostre survey. In conclusione, il mercato cresce ma su integrazione tra gli oggetti e servizi di valore bisogna ancora lavorare.”

Il report stima il mercato Smart City 2018 395 milioni di euro, +24% rispetto al 2017.

“Nella Smart City, invece, abbiamo rilevato un blocco, – continua Salvadori – proprio da parte del ‘cliente’ ovvero la pubblica amministrazione. siamo in una fase ancora un pò statica, c’è qualche bando, ma veramente in pochi casi e solo in grandi città. E ci sono tanti problemi a livello di competenze e di risorse economiche. Ciò si riflette anche sulle startup. Nella Smart Home sono di più, ottengono più finanziamenti, anche a livello internazionale, ne nascono tante ogni anno; in ambito Smart City c’è meno dinamismo, perché probabilmente anche loro non vedono opportunità di business nell’immediato.”

Insomma, siamo ancora lontani dalla promessa di casa e di città intelligente che porta miglioramenti significativi nella vita delle persone. “Se dovessimo rispondere a ‘quando avremo la Smart Home’ e ‘quando avremo la Smart City’, nel primo caso parliamo di un paio di anni, nel secondo anche di 7-8”. dice Salvadori.

Nel report si dice anche che uno degli ostacoli a una maggiore spinta è la mancanza di offerte di valore. Quali sono i servizi che i consumatori vorrebbero e che potrebbero essere proposti dalle startup?

“In primis servizi per il monitoraggio dei consumi energetici, anche attraverso feedback e consigli – continua Salvadori – e servizi per la sicurezza in casa; e poi c’è tutto il mondo dell’assistive living, dell’assistenza agli anziani, che è molto sentito. Tanti servizi potrebbero essere forniti non solo attraverso dispositivi digital health dedicati, ma attraverso funzionalità di dispositivi della Smart Home predisposti. Faccio un esempio: se tutte le mattine apro il frigorifero a una certa ora per prendere un farmaco, potrebbe essere quel frigorifero (smart) a mandare, a me o un familiare, un primo alert se una certa mattina non apro il frigo a quell’ora per prendere il farmaco e fungere da promemoria”.

Altra criticità, secondo il report, è il processo di vendita, oggi molto frammentato e dispersivo. Le grandi aziende possono essere determinati per spingere questo mercato e portare innovazione nel quotidiano delle persone?

“In teoria sì, noi ogni anno ribadiamo che aziende come le Telco o le Utilities che già sono legate al cliente con una bolletta della luce o del telefono, dovrebbero fare upselling e provare a vendere servizi accessori legati al loro servizio principale, come il monitoraggio dei servizi energetici per esempio.

Nella pratica i numeri sono ancora bassi, non c’è ancora grande movimento in questa direzione. La domanda è: dipende dall’utente italiano, che preferisce acquistare la Smart Home attraverso canali differenti (il negozio di elettronica, online, un installatore di fiducia)? Oppure, è perché questi attori non hanno ancora fatto abbastanza? Qualche azienda ha fatto proposte, ma probabilmente non erano quelle giusta, o non era il modello di business corretto, e non c’è stato un grande riscontro sul mercato. Noi propendiamo più per questa seconda ipotesi, però è comunque un punto di domanda. Sicuramente oggi chi arranca in questo mercato sono gli attori tradizionali, da cui ci si aspetta tanto, ma ancora fanno fatica. Dovrebbe esservi maggiore collaborazione con le startup, una necessità sia per il grande player che ha bisogno di idee e tecnologie, che per la startup: i numeri del mercato ci dicono che per ora stanno vincendo brand di cui la gente si fida, che non sono necessariamente i grandi player, ma marchi già conosciuti e ritenuti affidabili”, conclude Giulio Salvadori.

Il report sottolinea che le startup giocano un ruolo importante nello sviluppo dell’IoT: ha tracciato a livello globale 665 startup, di cui 540 finanziate da investitori istituzionali. Complessivamente nel triennio 2016-18 sono stati raccolti ben 13,5 miliardi di dollari, con un trend di crescita importante per quanto riguarda l’entità media dei finanziamenti (43 milioni di dollari raccolti in media nel 2018, +67% rispetto al 2017, +114% rispetto al 2016). E le grandi imprese, attraverso attività di open innovation, e dotandosi di divisioni interne e figure manageriali dedicate all’IoT, manifestano un crescente interesse verso le startup e le loro soluzioni: alcuni esempi sono le acquisizioni nel 2018 di Netatmo (soluzioni per la gestione energetica e la sicurezza della casa) da parte di BTicino-Legrand; di Relayr (piattaforma IoT in grado di estrarre valore dai dati raccolti dai macchinari connessi presenti in fabbrica ) da parte di Munich Re; e di Eero (ha realizzato un router da installare in casa basato su reti IoT mesh in grado di auto-configurarsi) da parte di Amazon.

Non sono mancati casi d’insuccesso: la startup statunitense Lighthouse AI, che aveva sviluppato una telecamera in grado di riconoscere autonomamente volti e voci degli utenti in casa, dopo aver raccolto 20 milioni di dollari d’investimenti, ha chiuso i battenti a inizio 2019. A determinare la sconfitta, secondo il report dell’Osservatorio, il prezzo della telecamera smart, 300 dollari, eccessivo forse per un brand sconosciuto.

Per una startup collaborare con grandi imprese può avere diversi vantaggi, ma sicuramente tra i principali c’è l’opportunità commerciale, ovvero portare sul mercato una soluzione insieme a un’impresa già conosciuta, già strutturata, già legata al consumatore.

In conclusione, sul mercato italiano IoT si può essere ottimisti, è in crescita, matura l’interesse di clienti ed ecosistema, c’è ancora tanto da fare e inventare, il momento migliore per una startup che operi nel settore. 

Donatella Cambosu

 

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Pubblicato il:

22 maggio 2019

Categorie:

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