L’impresa, l’intelligenza, il cambiamento e le nuove sfide

Sembra quasi che un ulteriore libro che parla di intelligenza artificiale possa essere un semplice titolo che si aggiunge a una lista di opere sul tema che si allunga in modo quasi esponenziale giorno dopo giorno. Questa volta però il libro in questione ha particolarità che lo rendono interessante. 

E’ un libro che non è scritto né da un tecnico, né da un economista, né da un imprenditore ma da un venture capital, è un libro autoprodotto, è un libro ricco sì di informazioni ma con un punto di vista nuovo legato in particolare a come l’intelligenza artificiale sta cambiando il modo in cui si fa innovazione, il modo in cui si valutano le startup, il modo in cui evolvono e lavorano le imprese, il modo in cui ogni settore industriale ed economico è coinvolto dallo svilupparsi di questa tecnologia sopratutto nella sua declinazione cosiddetta agentica, quindi nella capacità di diventare motore di compiti specifici in contesti specifici che sono sia digitali sia fisici. 

Le 51 pagine del libro acquistabile sia in formato elettronico sia, per chi lo desidera, in formato cartaceo su Amazon, sono divise in nove capitoli che analizzano il ruolo dell’IA portando per mano il lettore nello scoprire il significato del titolo dell’opera: L’impresa intelligente. 

Gianluca Dettori, tra i primi in italia a fare impresa tecnologica e diventato investitore con il suo veicolo che oggi si chiama Primo Capital e che investe in aziende italiane e internazionali in vari settori, certamente il digitale ma anche il deeptech e lo spacetech, condivide con questo libro la sua conoscenza e la sua visione, che è quella di una persona, di un professionista che conosce a fondo il mondo delle startup, della tecnologia dell’innovazione e che è in prima linea tutti i giorni a cercare startup interessanti capaci di trasformare in soddisfazione gli investimenti dei venture capital come lui. 

Dettori scrive di physical AI e digital twins per sottolineare come l’intelligenza artificiale arriverà ovunque, scrive del concetto di ‘moat’ che definisce come il fossato difensivo dell’impianto di innovazione di una startup che se un tempo era il brevetto oggi diviene l’algoritmo ed è ciò che fa la differenza tra chi sviluppa cose di valore e quelli che definisce thin wrapper, startup che sono come gusci fragili e sottili costruiti attorno a innovazione esistente. 

E poi c’è il contesto, ci sono gli architetti dell’IA come Demis Hassabis di Deepmind e Yann LeCun che dopo avere lasciato Meta nel novembre 2025 ha fondato in Francia la sua startup Advanced machine intelligence (AMI) con la quale ha recentemente raccolto oltre un miliardo di euro in quello che è stato definito il più grande seed round per una startup europea.

C’è il grande obiettivo dell’intelligenza artificiale generale, l’AGI la cui realizzazione è considerata ancora piuttosto remota ma si sa l’evoluzione della tecnologia è esponenziale. Un contesto che guarda anche ai rischi della bolla finanziaria, a come l’attuale euforia può portare anche a disastri, un contesto che si innesta inevitabilmente anche negli sconvolgimenti geopolitici che stano contrassegnando gli anni 20 di questo secolo, il cambiamento dei mercati, la necessità per le imprese di doversi trasformare, il lavoro che cambia profondamente, spariranno molti ruoli ma altri ne nasceranno come quelli che Dettori definisce gli orchestratori che lo saranno di ecosistemi, di agenti, di algoritmi, supervisori del funzionamento delle imprese che già nel 2030 saranno molto diverse da quelle di oggi.

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