L'investitore, lo startupper e la responsabilità d'impresa
L’investitore, lo startupper e la responsabilità d’impresa

Le startup cambiano per definizione, cambiano il mondo, cambiano i modelli di business, cambiano loro stesse al verificarsi del cambiare delle condizioni di mercato. Cambiano anche gli investitori, assumono ruoli e forme nuove, maggiori livelli di coinvolgimento, portano competenze, esperienze risorse non solo finanziarie alle startup sulle quali scelgono di investire. Si focalizzano su settori e su contesti di finanziamento sempre più definiti e adottano anche loro nuovi modelli di business.

Ci sono gli investitori che guardano solo all’early stage ma che tengono da parte risorse anche per i round di follow-on per le startup che si dimostrano maggiormente promettenti, ci sono gli investitori che guardano a settori specifici, non più solo ambiti come il digitale o il biotech, ma si applica sempre più una granularità maggiore: per esempio solo le soluzioni software B2B, solo il deeptech, solo l’intelligenza artificiale.

Ci sono quelli che costruiscono startup da zero con un approccio molto operativo, ci mettono soldi ma anche quotidiana attività, spesso lavorano di concerto con aziende che sono alla ricerca di innovazione specifica, è il modello dei cosiddetti startup studio. Gli startup studio sono strutture che partendo da un’idea costruiscono il team e il veicolo, quindi la startup, per sviluppare tale idea. Accademicamente si tratta di strutture che dispongono delle risorse finanziarie per sostenere le venture e tendono ad avere il diretto controllo sulla startup così creata. Spesso le startup che nascono in questo modo sono progettate insieme o con il supporto di partner industriali interessati fin dall’inizio alle tecnologie, prodotti o servizi che propongono. E poi ci sono le startup-as-a-service, molto simili a quelle che nascono negli startup studio, infatti questa modalità è spesso erogata dagli startup studio stessi, la differenza risiede soprattutto in due aspetti: l’idea iniziale arriva da un soggetto, tipicamente industriale, che richiede quell’innovazione e la startup è co-finanziata e, a volte, anche controllata da tale soggetto che incarica lo startup studio di svilupparla.

Ci sono poi quelli che non si accontentano di mettere i soldi ma che desiderano supportare attivamente le startup, i cosiddetti hands-on VC, i quali pur mantenendo il rispetto di quelle regole di base che guidano l’attività di chi investe come, per esempio, l’acquisizione di quote che sono sempre di minoranza e come il lasciare la piena responsabilità dell’impresa ai fondatori, si propongono con ruolo attivo.

Così ai business angel e gruppi di business angel che tendono a essere direttamente coinvolti nelle startup in cui investono, e agli altrettanto tradizionali venture capital che, benché sempre attenti all’andamento delle startup che hanno selezionato, tendono a essere meno operativi, si affiancano nuovi modelli che declinano in modo sempre più granulare il rapporto tra imprenditore e investitore.

Gli hands-on VC, o genericamente gli investitori hands-on, sono quelli che in modo sistematico supportano anche operativamente, quindi non solo finanziariamente, la startup aiutando l’imprenditore a compiere il suo percorso, a prendere le decisioni, a sviluppare il suo mercato, ad assumere persone, a internazionalizzare. Tutto ciò, nei fatti, è la codificazione di qualcosa che c’era già: come detto i business angel da sempre si pongono come partner operativi e non solo finanziari e in generale gli investitori più attenti hanno sempre portato un contributo anche operativo o comunque di supporto non esclusivamente finanziario alle startup in cui investono, si parla infatti di smart-money.

Tutto ciò è un bene? Dipende. Nel caso degli startup studio (noti anche come venture builder o  startup factory) il modello stesso annulla o quantomeno rende molto blando il confine tra l’investitore e l’imprenditore perché come detto si tratta di progetti che nascono da zero o quasi in modo strutturato per rispondere a specifiche esigenze che sono state preventivamente individuate e che spesso vedono coinvolti anche partner industriali attivi sia operativamente sia finanziariamente. Nel caso invece degli hands-on VC è opportuno porre qualche attenzione in più e qui la regola generale vale nella misura in cui è sano il rapporto che si costruisce tra il soggetto imprenditore e il soggetto investitore.

Quel confine tra investitore e fondatori della startup si chiama responsabilità d’impresa. Chi ha la responsabilità d’impresa deve poterla esercitare pienamente e quindi un’azione non definita da parte dell’investitore nei confronti delle decisioni e delle azioni dell’imprenditore potrebbe rivelarsi controproducente. Se si parte dal principio che nel momento in cui l’investitore sceglie di investire in una determinata startup lo fa soprattutto perché vede delle potenzialità e delle qualità nel team dei fondatori di tale startup, va da sé che a loro deve assegnare la responsabilità di impresa ed eventualmente intervenire nell’operatività se l’imprenditore lo richiede o se si rivela opportuno fornire consigli che poi chi guida l’impresa deve essere libero di seguire o meno. Tale discrezionalità è elemento delicato che può rischiare di incattivirsi nel caso la relazione tra l’investitore e l’imprenditore prenda una piega non felice. Perciò è fondamentale che il rapporto tra i due soggetti sia chiaro e ben definito.

La responsabilità d’impresa deve restare saldamente nelle mani dell’imprenditore al quale l’investitore ha dato fiducia nel momento in cui è stato firmato il term-sheet. Certo l’imprenditore deve potersi sentire supportato dal suo investitore, deve poter chiedere consiglio, deve poter chiedere aiuto, e l’investitore da parte sua, il quale spesso ha maturato esperienze e competenze che il neo-imprenditore ancora non ha, deve potersi porre in modo collaborativo e attivo nei confronti di chi gestisce l’azienda in cui ha messo i suoi capitali. È anche opportuno che in caso di crisi dell’impresa l’investitore possa intervenire tempestivamente per provare a evitare il write-off o per mettere rimedio a situazioni non chiare.

È però fondamentale che il rapporto sia chiaro, che la responsabilità d’impresa sia sempre in capo all’imprenditore. Nel mondo delle startup non esiste garanzia di successo o insuccesso ma esiste la fiducia alla base del rapporto tra imprenditore e investitore, fiducia che vuol dire collaborazione e comune sforzo per il medesimo obiettivo, che il successo della startup fa piacere sia chi la gestisce sia a chi la finanzia, ma è importante che i ruoli siano mantenuti ed è importante per entrambi: per l’imprenditore che deve essere libero nel prendere le sue decisioni e assumersi le sue responsabilità così come godere dei suoi successi, e per l’investitore che solo così può investire in un numero più alto di startup differenziando il rischio e accrescendo le sue, e dei suoi finanziatori, potenzialità di ritorno degli investimenti.

@emilabirascid

 

Photo by Claudio Schwarz | @purzlbaum on Unsplash

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Pubblicato il:

29 Marzo 2021

Categorie:

Editoriali, Must Read


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