Progetto Vita, nuovo modello o innovazione senza metriche?

Dal primo gennaio di quest’anno il Progetto Vita è entrato con forza nel dibattito sulla disabilità, presentandosi come un cambio di paradigma che supera la lettura sanitaria della persona per concentrarsi su ciò che manca affinché possa vivere, lavorare e partecipare pienamente alla società. Un’impostazione che richiama la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità e che, almeno nelle intenzioni, prova a funzionare come infrastruttura abilitante, più che come misura riparativa.

Se però lo osserviamo con lo sguardo tipico del mondo business, quello che cerca segnali, KPI e sostenibilità prima ancora delle buone intenzioni, emergono alcune anomalie difficili da ignorare. La sperimentazione è partita in nove province dal 1° gennaio 2025, si è estesa ad altre undici dal 30 settembre 2025, quindi oggi è attiva complessivamente in venti province, mentre dal 1° marzo 2026 è prevista un’ulteriore estensione a quaranta province. Eppure, a fronte di un racconto pubblico molto presente, restano poco accessibili i dati strutturati: non circolano report di avanzamento leggibili, non esiste una rendicontazione semplice e comparabile su costi e benefici territoriali, non sappiamo quale sia l’impatto misurabile su occupazione, autonomia, riduzione della dipendenza dal welfare, cioè su quegli indicatori che trasformano una visione in un modello replicabile.

Il punto è decisivo, perché se il Progetto Vita ambisce a essere qualcosa di più di una narrazione culturale deve dimostrare di poter incidere sulla costruzione di una nuova forza lavoro, con regole comprensibili e risultati verificabili. Nel caso di disabilità considerate “lievi”, il rischio è quello di creare una categoria artificiale di lavoratori “protetti”, trattati come fragili anche quando non lo sono, con una distorsione doppia: sul mercato, perché si cristallizzano ruoli e aspettative, e sull’identità delle persone, perché l’etichetta finisce per valere più della competenza. In questi casi non è la persona ad avere bisogno di essere “aggiustata”, è l’organizzazione del lavoro che deve evolvere, ripensando mansioni, processi, strumenti, tempi e performance, come già fanno le aziende che innovano davvero.

All’estremo opposto, nelle disabilità più complesse, si vede con chiarezza il limite di un approccio troppo centrato sull’individuo. Senza interventi strutturali su mobilità, accessibilità fisica e digitale, servizi territoriali, supporti, housing e progettazione urbana, nessun percorso personalizzato può reggere, perché l’ostacolo non è la persona, è l’ambiente che la costringe a consumare energie per fare ciò che per altri è banale. Nel mondo dell’innovazione lo sappiamo: non si scala un prodotto se l’infrastruttura è inadeguata, e non si costruisce autonomia chiedendo alle persone di adattarsi a un sistema nato per escluderle.

C’è poi un’assenza che, in chiave economica, pesa come un bilancio non depositato perché non vengono diffusi documenti chiari sull’andamento della sperimentazione, con risultati, criticità e correzioni di rotta? Nel mondo startup il fallimento non è uno scandalo, è parte del processo, ma diventa apprendimento solo se lo misuri e lo racconti. Qui la sensazione, legittima, è che si stia provando a tenere insieme una promessa molto alta con una macchina che, senza un ripensamento profondo, rischia di diventare onerosa, frammentata e poco efficace, quindi difficile da sostenere nel tempo.

Eppure esiste un punto che nel dibattito viene spesso trattato come marginale, quando invece è centrale anche per la competitività del Paese, una quota ampia di persone con disabilità può generare valore economico diretto, se messa nelle condizioni giuste. Lavoro, impresa, autoimprenditorialità, nuove professioni, soluzioni nate dall’esperienza concreta di barriere e adattamenti quotidiani, non come romanticismo, ma come progettazione migliore, più efficiente e spesso più universale. Il problema non è la mancanza di talento, ma un immaginario che continua a collocare la persona con disabilità nel ruolo di destinatario di politiche, invece che nel ruolo di attore economico, e un sistema che investe più sul racconto che sulle condizioni materiali per liberare competenze.

La sfida del Progetto Vita, se vuole parlare davvero al mondo del business e dell’innovazione, non è dimostrare di essere inclusivo, ma dimostrare di essere efficace. Non basta raccontare che il modello cambia, bisogna far vedere dove cambia, quanto costa, cosa produce, cosa riduce, cosa abilita, e soprattutto per chi. Solo allora potrà diventare un’infrastruttura di trasformazione sociale ed economica, capace di aumentare partecipazione, produttività e qualità della vita, altrimenti resterà una buona intenzione, interessante sul piano culturale, ma irrilevante per chi ogni giorno deve prendere decisioni, creare lavoro e assumersi il rischio di fare impresa.

L’autore è presidente di LADI, Libera associazione disabili imprenditori

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