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Il rapporto “Digital news report 2021” scatta la fotografia di come si evolve il mondo dell’informazione e dei media. La crisi aperta dall’avvento del digitale non ha ancora trovato soluzione, intanto però la fruizione, i canali, i format continuano a cambiare

05 Lug 2021

Pubblicata la decima edizione del Reuters Institute Digital News Report 2021, che grazie a una survey condotta tra   92mila consumatori distribuiti su sei continenti e 46 mercati sui temi legati all’informazione, ha potuto foografare in che direzione sta andando l’informazione, il giornalismo, i media, a livello globale, misurando anche la fiducia dei lettori e gli effetti della pandemia.

Secondo il rapporto, il Covid è stato un anno terribile anche per i media, in particolare per la carta stampata e ne sta accelerando la scomparsa. La quantità di informazione erogata nell’anno dello scoppio della pandemia è stata enorme, ma si sono create nuove abitudini di fruizione dei contenuti, che rappresentano una sorta di svolta epocale.

L’industria dell’informazione si sta ridefinendo e sta ancora cercando un modello di business, benchè siano emersi fortemente in pandemia nuovi modelli come l’abbonamento e la membership, anche se ancora non sono in grado di garantire quei profitti che l’editoria ha perso altrove.

“L’informazione mainstream si è trovata totalmente spiazzata”, spiega a FUTURAnetwork Ferruccio De Bortoli, già direttore del Corriere della Sera e del Sole 24 Ore e oggi editorialista del quotidiano di via Solferino. “Per troppo tempo ha compiuto l’errore di dare i contenuti gratuitamente sulla rete. Oggi non solo fatica a farseli pagare assai poco, forse con l’unica eccezione di Rupert Murdoch in Australia. Ma con l’effetto negativo di aver reso difficile l’accettazione dell’idea che un’informazione di qualità debba essere pagata. Questo ha generato in un pubblico vasto l’attesa che l’informazione sia una sorta di commodity priva di valore e che debba essere fruita a ogni angolo della strada, senza porsi il problema se quell’informazione sia attendibile o meno”.

L’uso dei social media per la fruizione di notizie rimane pervasivo, soprattutto tra i giovani e tra le persone con livelli di istruzione inferiori. Le app di messaggistica come WhatsApp e Telegram sono diventate particolarmente popolari nel Sud del mondo, creando maggiore preoccupazione quando si tratta di diffondere disinformazione sul Coronavirus. “Coloro che utilizzano i social media affermano più frequentemente di essere stati esposti a fake news sul Covid-19 rispetto ai non utenti”, dichiara Reuters, specificando che Facebook è visto come il canale principale per la diffusione di disinformazione in buona parte del mondo, mentre le app di messaggistica come WhatsApp sono un problema più significativo nel Sud del pianeta, in nazioni come Brasile e Indonesia.

In sintesi, Facebook, Whatsapp e Telegram sono considerati i principali canali di diffusone delle fake news. Ma non solo, anche il video online è fonte di preoccupazione per la disinformazione, con l’aumento di canali di opinione politicizzati, non oggettivi e podcast video distribuiti tramite piattaforme come YouTube e Spotify. Si assiste alla disintermediazione giornalistica, dove chiunque può diventare (e spesso essere percepito) come un media e dire qualunque cosa.

Nonostante questo, la fiducia nelle notizie è cresciuta, in media, di sei punti percentuali (sulla scia della pandemia di Coronavirus), con il 44% del campione che afferma di fidarsi della maggior parte delle notizie diffuse dai media. Ciò inverte, in una certa misura, i recenti cali di fiducia, riportando i livelli a quelli del 2018. La Finlandia rimane il paese con il più alto livello di fiducia complessiva (65%), mentre gli Stati Uniti detengono il record per il livello più basso (29%) registrato.

Allo stesso tempo, la fiducia nelle notizie provenienti dai social è rimasta sostanzialmente stabile. “Ciò significa che il pubblico sembra dare un premio maggiore a fonti di notizie accurate e affidabili”, dice Reuters.

Riguardo i contenuti delle notizie, la maggior parte degli intervistati (74%) ha affermato di preferire ancora quelle che riflettono una serie di punti di vista e consentono di “decidere cosa pensare”. Un’altra consistente maggioranza ha sottolineato anche che i notiziari dovrebbero cercare di essere neutrali su ogni questione (66%), sebbene alcuni gruppi più giovani pensino che l’imparzialità potrebbe non essere appropriata o desiderabile in alcuni casi (ad esempio, sulle questioni di giustizia sociale).

Tra le tecnologie che si ritengono fondamentali per il futuro dei media, spicca l’intelligenza artificiale.

Gli editori stanno scommettendo sull’AI per offrire esperienze più personalizzate e migliorare l’efficienza nella produzione dei contenuti, più di due terzi (69%) del campione intervistato afferma che sarà la tecnologia di maggiore impatto sul giornalismo nei prossimi cinque anni, davanti al 5G (18%) e ai nuovi dispositivi e interfacce (9%). Ma molti pensano che l’AI beneficerà in modo sproporzionato solo i grandi editori.

L’altra tecnologia che è ben vista è quella dei podcast, considerati un canale innovativo nei contenuti e nei modelli di business. Probabilmente ci sarà una crescita dei podcast a pagamento e  delle piattaforme che ampliano la gamma di opzioni di monetizzazione.

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Lo scenario dei media italiano

Secondo il rapporto, la pandemia ha esacerbato alcune delle debolezze storiche del settore media italianio contribuendo
al calo dei ricavi complessivi, al calo dei lettori di giornali e all’abbassamento degli standard editoriali adottati nelle notizie
cronaca. Le conseguenze della pandemia sembrano essere state meno gravi per le grandi piattaforme online.
L’ambiente mediatico italiano è tradizionalmente caratterizzato da un settore televisivo particolarmente forte e un settore dei giornali debole e in declino. Tuttavia, i ricavi pubblicitari online hanno superato i ricavi pubblicitari televisivi per la prima volta nel 2019, e ora rappresentano quasi la metà (49%) della pubblicità complessiva dei ricavi pubblicitari complessivi nel settore dei media italiani. Nei primi nove mesi del 2020, i ricavi totali per il settore dei media italiani sono scesi di 780 milioni di euro, con considerevoli diminuzioni osservate sia nei giornali (-15%) e nelle trasmissioni radiotelevisive (-8%), mentre la pubblicità online è cresciuta (+7%). Diverse grandi testate giornalistiche hanno aumentato il numero di annunci sui loro siti web, così come la loro invasività. La tendenza verso modelli a pagamento per le notizie online si sta sviluppando ulteriormente sebbene i dati mostrino che la proporzione di persone che pagano per le notizie online è ancora bassa (13%).

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La fruizione di notizie avviene in Italia principalmente via smartphone, buona la percentuale anche di ascoltatori di podcast (31%).

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