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Nel momento più delicato dalla Rivoluzione della Dignità, con i negoziati di pace sostenuti dagli Stati Uniti con il Cremlino sullo sfondo e il percorso di adesione all’Unione Europea formalmente avviato, l’Ucraina è stata scossa da uno dei più gravi scandali di corruzione degli ultimi anni. L’“Operazione Midas”, resa pubblica nel novembre 2025 dal National Anti-Corruption Bureau of Ukraine (NABU) e dall’Ufficio del Procuratore Specializzato Anti-Corruzione (SAPO), ha svelato un presunto sistema di tangenti e appropriazioni indebite nel settore energetico, con epicentro nella compagnia statale Energoatom.
L’indagine, durata circa quindici mesi e condotta attraverso oltre settanta perquisizioni e circa mille ore di registrazioni audio, ha coinvolto figure vicine al cerchio ristretto del presidente Volodymyr Zelensky. Tra i principali soggetti dell’inchiesta spicca Timur Mindich, imprenditore legato da rapporti stretti alla presidenza, che si sarebbe sottratto alle indagini all’estero. Le accuse comprendono appropriazione indebita, tangenti del 10–15% sui contratti pubblici e riciclaggio di almeno cento milioni di dollari. Il 28 novembre 2025, poche ore dopo le perquisizioni nella sua residenza e nel suo ufficio, il capo dell’Ufficio presidenziale Andriy Yermak ha rassegnato le dimissioni, mentre Zelensky ha annunciato un “reset” dell’Ufficio presidenziale e un rafforzamento dei controlli interni.
Questo scandalo arriva in un contesto straordinariamente delicato: l’Ucraina è candidato ufficiale all’UE dal 2022 e ha avviato formalmente i negoziati di adesione nel giugno 2024. La lotta alla corruzione rappresenta uno dei criteri centrali per Bruxelles nel processo di allargamento, come sottolineato dal Consiglio dell’UE. Di conseguenza, l’Operazione Midas non è solo un caso giudiziario interno, ma un test di credibilità davanti agli Stati membri europei e agli alleati internazionali.
Media italiani, tra accountability e narrazioni critiche
In Italia, la copertura mediatica dello scandalo si è sviluppata lungo due linee principali, riflettendo differenze editoriali e sensibilità politiche.
Corriere della Sera, quotidiano liberal-centrista e tradizionalmente pro-europeo, ha trattato le accuse con un tono critico ma contestualizzato. La gravità delle accuse è stata messa in evidenza — dalle reti personali attorno al presidente, agli arricchimenti illeciti, alle tangenti — ma sempre inserita in un quadro più ampio: quello di uno Stato in guerra che sta cercando di rafforzare le proprie istituzioni sotto pressione. La narrazione sottolinea che il fatto stesso che l’indagine abbia colpito figure vicine al potere indica la presenza di strumenti istituzionali funzionanti. Alcuni articoli hanno addirittura richiamato implicitamente il precedente italiano di “Mani Pulite”: un’inchiesta che scosse il sistema politico ma dimostrò l’efficacia della magistratura nel perseguire i vertici del potere.
Al contrario, Il Fatto Quotidiano, quotidiano di sinistra populista con una linea anti-establishment, ha adottato un tono più accusatorio. L’enfasi si è concentrata sulle reti personali attorno a Zelensky e sulle implicazioni dell’uso degli aiuti occidentali, suggerendo che lo scandalo fosse una prova della fragilità sistemica delle istituzioni ucraine. Qui la corruzione è stata spesso collegata alla gestione degli aiuti militari e finanziari occidentali, rafforzando una narrazione di inaffidabilità complessiva.
In sintesi, la differenza non riguarda i fatti riportati, ma il quadro interpretativo. In Corriere, la trasparenza viene letta come prova di maturità democratica, mentre in Il Fatto il medesimo scandalo diventa conferma di fragilità e inefficienza sistemica.
Media greci, concentrazione di potere e reputazione europea
Anche in Grecia la copertura ha enfatizzato l’impatto dello scandalo sulla credibilità internazionale dell’Ucraina. To Vima, giornale progressista e centro-sinistra, ha descritto Yermak come la “mano destra” del presidente, con un’influenza “senza precedenti” sulle decisioni del governo. La pubblicazione ha utilizzato termini come “ferito” e “danneggiato” per descrivere la reputazione di Zelensky dopo l’inchiesta, sottolineando come le scelte del presidente siano ora più limitate sul palcoscenico internazionale e nei negoziati di pace guidati dagli Stati Uniti. To Vima ha inoltre dedicato un intero articolo a spiegare il funzionamento di NABU e SAPO, nonché la reazione dell’UE alla corruzione, citando il Commissario UE per la Giustizia: “Severo avvertimento dall’UE sulla corruzione”.
Kathimerini, quotidiano liberale di centro-destra, ha interpretato lo scandalo come un problema strutturale dell’Ucraina post-sovietica, usando la metafora dell’“Idra di Lerna”: ogni volta che si affronta un episodio di corruzione, ne emerge un altro. Zelensky è stato descritto come “isolato” e le sue misure di contenimento come “lente e deboli”, mentre Yermak è rappresentato come l’ombra del presidente. Anche qui, lo scandalo è stato analizzato in relazione alla pressione interna ed esterna sul governo, senza mettere in discussione il percorso di adesione all’UE.
In entrambi i casi, il quadro greco evidenzia un’attenzione forte verso la percezione europea dell’Ucraina, sottolineando la centralità del rispetto delle istituzioni e della trasparenza nella gestione del potere.
Prova di resilienza istituzionale
Gli analisti offrono una chiave interpretativa fondamentale per capire il significato reale dello scandalo.
Olga Tokariuk, giornalista e analista politica ucraina, sottolinea che la percezione dell’Ucraina come Paese altamente corrotto è radicata in decenni di pratiche post-sovietiche, ma dal 2014, dopo la Rivoluzione della Dignità, sono stati costruiti strumenti istituzionali prima inesistenti. “Il fatto che casi di alto livello emergano pubblicamente e coinvolgano persone vicine al potere dimostra che esistono meccanismi indipendenti di controllo”, osserva. Per Tokariuk, la guerra non ha sospeso il controllo democratico: se le agenzie anti-corruzione operano sotto pressione militare e politica, questo rappresenta un segnale di resilienza istituzionale.
Daniel Hegedüs, analista del German Marshall Fund ed esperto di governance e allargamento europeo, enfatizza la dimensione europea del problema: “L’Unione Europea non valuta l’assenza totale di corruzione — che non esiste in nessun sistema — ma la capacità di indagare, perseguire e sanzionare anche ai livelli più alti del potere”. Secondo Hegedüs, ogni scandalo di alto profilo diventa inevitabilmente un test politico davanti agli Stati membri più scettici e la gestione del caso può pesare più del caso stesso nei negoziati di adesione.
Un ulteriore punto di vista è quello di Kataryna Wolczuk, docente di politica europea all’Università di Birmingham, che interpreta l’episodio nel quadro più ampio della trasformazione istituzionale ucraina. “L’Ucraina sta attraversando una fase di riforme accelerate in condizioni straordinarie, e proprio questa simultaneità tra guerra e integrazione europea espone ogni vulnerabilità a una visibilità amplificata”, osserva. La cartina di tornasole, secondo Wolczuk, non è l’assenza di scandali, ma la continuità delle riforme e la protezione dell’indipendenza delle istituzioni anti-corruzione nel lungo periodo.
Corruzione, percezione e guerra
Lo scandalo Midas si inserisce in un contesto in cui la corruzione è anche uno strumento di propaganda. La Russia, ad esempio, ha cercato di trasformare ogni episodio di alto profilo in prova della presunta “corruzione totale” dell’Ucraina, ignorando il funzionamento reale delle istituzioni anti-corruzione. Come osserva Artur Koldomasov, analista di Detector Media, “i russi manipolano fatti reali e inventano falsità, diffondendo narrative che l’Ucraina è irrimediabilmente corrotta, mentre tacciono sulle proprie pratiche interne”.
Secondo dati di Transparency International 2025, l’Ucraina si posiziona al 104° posto su 182 paesi, con un punteggio di 36 su 100, in leggero miglioramento rispetto all’anno precedente (Transparency International). La Russia, al contrario, ottiene solo 22 punti, classificandosi al 157°. Ciò dimostra che, nonostante la guerra e gli scandali, l’Ucraina mostra momentum positivo nella lotta alla corruzione.
I sondaggi confermano un quadro simile: secondo il Kyiv International Institute of Sociology (KIIS), la percezione della corruzione è ancora diffusa, ma il 57% degli ucraini ritiene che il Paese stia compiendo sforzi reali per affrontarla. La quota di chi considera l’Ucraina “irrimediabilmente corrotta” è scesa dal 40% al 35%.
Implicazioni per l’UE e il sostegno internazionale
L’impatto dello scandalo Midas si misura soprattutto sulla fiducia internazionale. Le narrazioni dei media, le valutazioni degli esperti e i dati statistici influenzano il sostegno politico europeo. L’UE e i partner occidentali non chiedono l’assenza totale di corruzione, ma la capacità di reagire in modo trasparente e coerente, condizione necessaria per continuare aiuti militari e finanziari e garantire l’integrazione europea.
Lo scandalo dimostra che l’Ucraina è ancora vulnerabile, ma anche che possiede strumenti per affrontare le proprie debolezze. Secondo gli esperti, la gestione del caso e la continuità delle riforme determineranno più dello scandalo stesso la percezione di affidabilità e credibilità internazionale del Paese.
Lo scandalo Midas è più di un episodio giudiziario: è uno specchio in cui si riflettono le percezioni europee sull’Ucraina, la concentrazione di potere attorno al presidente, la solidità delle istituzioni anti-corruzione e la maturità democratica del Paese in tempo di guerra. I media europei non raccontano solo un caso di corruzione, ma un’idea dell’Ucraina come Stato fragile o come democrazia sotto pressione che rafforza i propri anticorpi istituzionali.
La questione centrale non è se l’Ucraina abbia problemi di corruzione — che, come evidenziato dagli esperti e dai dati internazionali, esistono come in molti Paesi in transizione — ma se abbia la capacità istituzionale di affrontarli apertamente, anche quando colpiscono figure vicine al presidente. Su questa linea sottile tra vulnerabilità e resilienza si gioca una parte decisiva del futuro europeo dell’Ucraina. (foto di Maksym Diachenko su Unsplash)
Questo contenuto è stato prodotto nell’ambito di PULSE, un’iniziativa europea a sostegno delle collaborazioni giornalistiche transfrontaliere guidata da OBCT, insieme a n-ost e Voxeurop. Hanno collaborato al progetto Sofia Nazarenko (Ucraina), Andrea Braschayko (Italia), Odysseas Grammatikakis (Grecia)
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