Ecosistema startup

Venture Building, un nuovo modello per fare innovazione

Lanciare e investire in nuove startup, indirizzandole sin dall’inizio verso i giusti interlocutori per avviarle alla scalata: questo è l’approccio di venture building di Archangel Adventure

25 Gen 2022

Daniele Scoccia, partner e Investment Manager di Archangel AdVenture racconta come si evolve il modello del venture builder

Nell’ecosistema dell’innovazione il dinamismo è all’ordine del giorno, anche per questo si stanno aprendo nuove possibilità rispetto ai canali tradizionali. In questo contesto, possono giocare un ruolo da protagonista i venture builder, ovvero operatori che hanno come obiettivo quello di lanciare nuovi business con un team indipendente dall’originator dello stesso. Secondo Enhance Ventures, questo modello è in crescita a livello mondiale del 625% dal 2013 e sta arrivando anche alle nostre latitudini.

Un approccio diverso

“Il venture studio fa venture building, cioè da zero, con le competenze che ha in casa si mette a lavorare direttamente sulla startup”, spiega Daniele Scoccia, partner e Investment manager di Archangel AdVenture. Una volta concretizzata la soluzione, poi, il venture builder può anche partecipare con una quota di capitale nella neonata startup.

Archangel Adventure è, non a caso, un esempio di startup builder unico nel panorama italiano. Si tratta, infatti, di un builder che non è invasivo e che mette il team della startup al centro, divenendo di fatto un co-fondatore. “Noi di Archangel teniamo in maggioranza i founder, mantenendo l’attenzione al team, essendo coloro che hanno generato l’idea che aiutiamo fin da subito ad implementare”, sottolinea Ciro Di Carluccio, Ceo e co-fondatore di Archangel AdVenture.

Insourcing vs outsourcing

Nel venture building l’obiettivo è quello di condividere il proprio know-how e le proprie risorse per far raggiungere alla soluzione un livello di maturità strutturale da poter scalare il mercato. Se lo startup studio parte dall’interno, con le risorse che ha in casa per trovare poi le giuste figure, il team e proporre agli investitori la propria soluzione, Archangel, essendo un builder, sceglie di volta in volta l’outsourcer che nella specifica situazione diviene il migliore per la startup.

“Lo startup builder è un concetto più ampio dello startup studio, ovvero colui che fa nascere l’idea all’interno dell’organizzazione oppure fornisce servizi di startup as a service, quando cioè si ha una startup, si paga i servizi dello studio e la si accelera a un determinato costo”, puntualizza Di Carluccio. “Archangel – prosegue – manda in outsourcing una parte del building della startup a differenza dello studio che è invece insourcing. Il nostro approccio è quello di investire e indirizzare la startup verso gli studio o acceleratori che più si adattano alle sue necessità”. Se, per esempio, investiamo in una realtà che intende applicare la propria tecnologia nel settore life science, andremo a rivolgerci a chi quel mercato lo conosce bene, dunque a player specializzati nel biotech o nel settore sanitario; viceversa, potrebbe mancare la capacità di creare una architettura tecnologica che includa competenze verticali sia tecniche che di dominio, e indirizzeremo la startup verso player specializzati in questo.

Maggiore sopravvivenza

“Una delle caratteristiche del venture building è la riduzione del tasso di mortalità. Chi ha dall’inizio con sé un co-fondatore aumenta la percentuale di successo”, prosegue il Ceo di Archangel. In altre parole, sono molto di più le startup che attraverso il meccanismo di venture building arrivano al round A rispetto a quelle che ci arrivano con un approccio più tradizionale.

I numeri confermano questa tesi: con il venture building la “graduation” – ovvero il passaggio al round successivo di finanziamento – aumenta notevolmente e si riducono le possibilità di fallimento. Nel dettaglio, incrociando i dati di Dealroom e Gssn Graduation Statistics, si nota come nel passaggio dal seed al round A esiste un gap di oltre il 52% fra un processo classico e uno di building. Solo il 20% delle startup che scelgono la prima via arrivano al round A rispetto a un 72% di quelle che escono dal venture building.

Il gap italiano

In Italia questo modello di business è ancora poco diffuso: ci sono pochi esempi, tutti recentissimi e attivi soprattutto nell’ambito tecnologico, farmaceutico e del food. Si pensi a Mamazen, fra i primi a nascere in Italia punta su imprese digitali con alto impatto sociale, oppure al nuovo venture builder Vento che aiuterà ogni anno 10 team a portare sul mercato aziende tech scalabili.  First Bite, invece, è il primo startup studio in Italia per il settore foodtech. Ma ancora FoolFarm, nato nel 2020, si concentra sulla tecnologia o Venture Box di Gellify che si focalizza sull’ambito software.

All’estero, invece, c’è molto più dinamismo. Si pensi che nella Silicon Valley un primo modello di questo tipo risale al 1996: si trattava di idealab di Bill Gross, che negli anni successivi ha lanciato più di 100 aziende fra cui CarsDirect, NetZero e Ticktets.com. Di tutte quelle lanciate il 5% è diventato un unicorno, cifra superiore rispetto alla media del settore dove solo l’1,2% raggiunge questo obiettivo.

Verso il domani

“A noi di Archangel piace particolarmente questo approccio perché nell’ecosistema italiano manca proprio un’impostazione strutturata dal principio e delle competenze che consentano lo sviluppo della tecnologia come si deve”, fa notare Scoccia. “Crediamo che il venture building sia seriamente da considerare all’interno dell’ecosistema che a oggi è più popolato da incubatori, acceleratori e investitori. Questo anche perché pensiamo che manchi il ponte fra le competenze tecnologiche e l’idea applicativa: quindi creare un laccio fra il team e una visione strategica crediamo sia essenziale”.

Se manca ancora una cultura in tal senso significa anche grandi possibilità per quanto riguarda i settori da esplorare. Al momento è interessante notare che i venture builder più attivi sono proprio legati alla tecnologia e in particolare all’intelligenza artificiale. Se all’estero ci sono già esempi di venture builder attivi nell’ambito della realtà virtuale (Vr) – si pensi a Immersion Vr o Eywa Space –nella Penisola non si riscontrano ancora movimenti in questo senso. Non a caso questi due ambiti, l’Ai e la Vr, sono proprio il focus del progetto di Archangel. (Photo by Alan Rodriguez on Unsplash )

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