Fruit Logistica 2026, chi resta quando tutti scappano

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Terzo giorno a Berlino. Ghiaccio nero sul BER, valigie a rotelle nei corridoi, espositori che smontano. Ma chi resta trova conversazioni vere, cibo che non è da autogrill, e un Innovation Award che premia chi toglie invece di aggiungere.

Venerdì mattina, ore 8:47. Il cielo sopra Berlino è di un grigio che non promette nulla di buono. La notte ha portato ghiaccio nero sulle piste del BER, l’aeroporto Brandeburgo che il giorno prima ha tenuto a terra migliaia di passeggeri. La fiera lo sapeva già: l’ultimo giorno è sempre una corsa contro il tempo, ma quest’anno la corsa è iniziata con un giorno di anticipo. Gli espositori hanno smontato gli scaffali prima ancora che aprissero le porte. I visitatori arrivano con le valigie a rotelle, pronti a prendere più che a parlare.

Eppure. Eppure chi resta, trova.

Il panino triste a nove euro non esiste. Non qui

Prima osservazione, e non è banale: qui si mangia bene. Chi frequenta le fiere italiane conosce il rituale del panino triste a nove euro, quella cosa molliccia che sembra uscita da un’area di servizio dell’A1 negli anni Novanta. La Messe Berlin ha un approccio diverso. Cucina internazionale vera, non la caricatura da centro commerciale. Gyoza, bibimbap, noodles saltati. Angolo tedesco con würstel che hanno un senso. Pasta fatta al momento, e non è un modo di dire: c’è il tizio che la tira mentre aspetti.

E poi il catering agli stand, che è un altro pianeta rispetto a quello che vediamo normalmente. Sembra una sciocchezza, ma non lo è: quando passi dieci ore in piedi a parlare con sconosciuti, quello che mangi a pranzo determina come parli alle quattro del pomeriggio. Berlino lo sa. Forse dovremmo prendere appunti.

I padiglioni si svuotano. L’area startup no

Mentre i padiglioni principali perdono visitatori con la lentezza di un acquario che perde acqua, l’area Startup World resta affollata. Curiosi, più che buyer. Gente che ha tempo, che guarda, che chiede. I commerciali delle giovani aziende, quelli rimasti, quelli che non hanno prenotato il volo delle 14, parlano. E parlano volentieri, perché quando il rumore si abbassa, le conversazioni diventano vere.

Un espositore tedesco mi racconta che in tre giorni ha parlato con duecento persone e firmato due contratti. La matematica è questa: l’1% di conversione. “Ma quei due contratti valgono l’intero anno,” dice. Un’israeliana che fa monitoraggio delle colture mi spiega che i buyer veri sono passati il primo giorno. Il venerdì è per i sognatori e gli operatori. “E tu sei qui,” mi fa notare. Touché.

Chi vende serre in Europa parla cinque lingue. Almeno

La scena più memorabile del giorno non è uno stand, non è un prodotto. È un uomo seduto allo stand di un’azienda che costruisce serre. Commerciale, non buyer, la distinzione conta. In quindici minuti lo vedo passare dall’italiano al francese con un gruppo di colleghi che lo salutano, poi all’inglese con qualcuno che lo interrompe per una domanda tecnica, poi al rumeno con una persona venuta a trovarlo, e infine a un cinese non perfetto ma funzionale con un potenziale cliente dall’Asia.

Non è esibizionismo. È il mestiere. Chi vende serre in Europa nel 2026 deve parlare con chi le compra in Romania, con chi le progetta in Francia, con chi le produce in Cina. La lingua non è un accessorio: è l’infrastruttura. E questo signore l’ha costruita pezzo per pezzo, Paese dopo Paese. Mentre lo guardo, penso a quanti commerciali italiani ho conosciuto che si fermano all’inglese scolastico. E penso che forse abbiamo un problema.

L’innovazione è togliere. Pompur toglie l’allergene

Nel foyer tra Hall 1.1 e 2.1, alle 13:00, si celebra la ventesima edizione del Fruit Logistica Innovation Award. Vent’anni di innovazioni che hanno plasmato il settore. Quest’anno i dieci finalisti raccontano una storia precisa: l’innovazione non è aggiungere. È togliere.

E vince chi toglie meglio. Pompur, della tedesca Züchtungsinitiative Niederelbe, si porta a casa il FLIA Fresh Produce 2026. È una mela, ma non una mela qualsiasi. È la prima mela certificata dalla European centre for allergy research foundation per chi è allergico alle mele. Anni di lavoro per eliminare l’allergene che teneva milioni di consumatori lontani da questo frutto. Togliere per includere. La mela giocava in casa, certo, siamo in Germania, ma devo ammettere che al banco assaggi era davvero tra le cose migliori provate in tre giorni di fiera. La polpa croccante, il sapore pieno, nessun retrogusto strano. Se non sapessi la storia dietro, penserei semplicemente che è una buona mela.

Il FLIA Technology va all’L50 Drone di ABZ Innovation, ungheresi. Il primo drone agricolo europeo con sistema LiDAR e capacità di 50 litri. Togliere l’incertezza nelle irrorazioni, togliere gli sprechi, togliere il GPS quando non serve perché il sensore legge il terreno in tempo reale. Cinquanta chili di tecnologia che volano sopra i vigneti e gli uliveti, e che promettono meno pesticidi usati meglio.

Tra i finalisti, storie simili: Tribelli Seedless di Enza Zaden toglie i semi dai peperoni. Poptis toglie la preparazione dai cetrioli. Compack toglie la plastica dal packaging usando gli scarti dei funghi. Il messaggio è chiaro: il futuro dell’ortofrutta non è più complicato del presente. È più semplice. E questa semplicità costa anni di ricerca, milioni di investimenti, e un coraggio che non si vede dai corridoi affollati dei primi due giorni.

A microfoni spenti, gli espositori parlano

Quando i comunicati stampa sono già stati inviati, gli espositori parlano. Un francese che fa packaging innovativo mi dice che la vera sfida non è il prodotto, è la velocità della GDO. “Vogliono sostenibilità, ma vogliono che costi come la plastica di vent’anni fa. Non funziona così.” Un italiano del settore logistico scuote la testa: “Il problema non è l’innovazione. È che l’innovazione qui la vedono tutti, ma a casa la comprano in tre.” Un cinese sorride: “In Cina facciamo le stesse cose, ma più in fretta. E meno care. Questa fiera serve a capire cosa volete davvero”.

Nessuno vuole essere citato. Tutti vogliono essere ascoltati. È la differenza tra un comunicato e una conversazione.

L’aeroporto riapre. La fiera chiude

Alle 16:00 i cancelli si chiudono. Il BER ha ripreso a far partire i voli, e la corsa verso i gate si trasforma in un esodo ordinato. Sui vagoni della S-Bahn verso Alexanderplatz si sentono almeno sei lingue diverse, ma il tono è lo stesso: stanchezza, soddisfazione, e quella particolare euforia di chi ha chiuso qualcosa che valeva il viaggio.

Fruit Logistica 2026 si conclude con il ghiaccio sulle piste e il sole che finalmente buca le nuvole. Una metafora troppo facile, forse. Ma a volte le metafore facili sono quelle vere.

Prossima fermata: le startup italiane che hanno fatto il viaggio fino a Berlino. Cosa hanno portato, cosa hanno trovato, e perché l’Italia continua a produrre innovazione che poi esportiamo male.

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