Quattro startup italiane a Fruit Logistica: poche, concrete, sole

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Fruit Logistica è la più grande fiera al mondo per il settore ortofrutticolo. 2.600 espositori, 90 Paesi, 26 padiglioni. L’Italia è il primo paese per numero di aziende presenti, oltre 400. Eppure, se scendi nella hall 3.1 e cerchi l’area Startup World, di italiane ne trovi tre. Tre su diciotto startup selezionate da undici Paesi. Una quarta, Plantvoice, ha scelto di posizionarsi fuori dall’area dedicata, con un proprio stand tra gli espositori tradizionali.

Quattro realtà, quattro approcci diversi all’innovazione nel settore. E quattro storie che raccontano, ciascuna a modo suo, cosa significa fare startup nell’agrifood in Italia.

Un’etichetta che legge la freschezza

Active Label è una delle tre italiane nell’area Startup World. Il CEO, Carlo Ricci, mostra quello che a prima vista sembra un normale QR code stampato su un’etichetta. Non lo è. “È il materiale attivo che registra tutte le variazioni di temperatura, di luce, di umidità – spiega a Startupbusiness – Con un palmare o un’app si estrae l’informazione e la si porta in una dashboard che ha un’intelligenza artificiale integrata e ti dà i suggerimenti in base a quello che noi chiamiamo un indice di freschezza”.

Il principio è semplice: trasformare il packaging in uno strumento di monitoraggio. Il prodotto attraversa la filiera — dal campo al magazzino, dal camion allo scaffale — e l’etichetta registra tutto. Se c’è stato un incidente lungo il percorso, lo sai. Se la catena del freddo si è interrotta, lo vedi. E il costo? “Paragonabile a qualsiasi packaging. Per l’utente è un servizio, non ha costi hardware aggiuntivi”.

Dietro l’apparente semplicità ci sono quattro brevetti internazionali e tecniche di lettura ottica sofisticate. Active Label guarda al mercato europeo e sta chiudendo i primi clienti. “Qui c’è tantissimo su prodotti freschi, su prodotti deperibili – dice Ricci guardando i padiglioni intorno – Vediamo che non ci sono altre soluzioni molto simili. Abbiamo pochi competitor perché è un’innovazione all’avanguardia, anche se sembrano solamente, tra virgolette, delle etichette”.

Ingredienti naturali al posto della chimica

A pochi stand di distanza, Agreenet. Stefano Ferioli, co-fondatore, spiega il prodotto: PìFresc, un bollino compostabile da due centimetri che si propone di sostituire i trattamenti a base di anidride solforosa nella conservazione della frutta fresca. “La solforosa è una sostanza che permette di conservare principalmente uva e mirtilli, aumentando la shelf life – racconta Ferioli – È l’unico trattamento chimico consentito, ma presenta problematiche legate alla salute. Si sa che è tossico, infatti ci sono dei massimali di utilizzo”.

PìFresc utilizza ingredienti alimentari già impiegati nel food, naturali, e rilascia sostanze che inibiscono la formazione di muffe senza porre problemi di sicurezza. Un approccio che intercetta anche la spinta normativa europea contro la plastica monouso e i trattamenti chimici nel post-raccolta.

La startup è nata a Torino nel 2023 e sta costruendo la propria pipeline commerciale. “Lavoriamo dove si produce e si esporta la frutta – spiega Ferioli – L’Italia è uno di questi mercati, ma ci rivolgiamo anche al Sud America, Cile e Perù, e al Sudafrica.” A Fruit Logistica cercano partner di distribuzione, qualcuno che porti il prodotto nei mercati target. Alla domanda su come si senta ad essere uno dei pochissimi italiani nell’area startup, la risposta è pragmatica: “Sapevamo che non ci sarebbero state tante startup italiane. Siamo concentrati sul costruire la nostra pipeline commerciale”.

L’agricoltore che ha costruito un marketplace

E poi c’è Farmeo. Bartolomeo D’Aprile arriva da Gioia del Colle, in provincia di Bari, e la sua storia è diversa dalle altre. Non è un tecnologo che ha scoperto l’agricoltura. È un agricoltore che ha scoperto un problema e ha deciso di risolverlo.

“Viviamo il territorio italiano dal lato agricolo produttivo e commerciale – racconta – Negli anni ho maturato delle esigenze. Prima tra tutte: incontravo dei marketer, e nella maggior parte dei casi erano una stretta cerchia di persone che ti garantivano il pagamento. Quando volevi affacciarti a mercati diversi, ti imbattevi in situazioni dove i pagamenti non erano certi”.

Da qui l’idea: un marketplace B2B che mette in contatto agricoltori e buyer, ma non come un e-commerce qualsiasi. Farmeo parte dai dati. Immagini da drone, computer vision, algoritmi che contano gli alberi, stimano i frutti, analizzano il calibro. “Oggi il mercato degli acquisti è un acquisto sulla pianta a blocco – spiega – Vai in campo, vedi quante piante ci sono, fai una stima quantitativa e compri. Tutto questo è altamente non certificato, non garantito. Un errore del dieci per cento ti compromette il guadagno futuro.”

La piattaforma di Farmeo trasforma questo processo. Il buyer entra, cerca il prodotto, trova l’azienda agricola con dati verificati, numero di alberi, frutti stimati, percentuale di calibro, e può comprare con un meccanismo di buy now pay later che protegge entrambe le parti.

Il dettaglio più significativo? Farmeo è in bootstrapping. Nessun round, nessun venture capital. L’ha costruita con le sue risorse, dal campo. Ha un competitor americano, Produce Pay, che ha raccolto oltre 400 milioni di dollari tra equity e debito. Lui ha investito i suoi soldi e una percentuale di errore del 2% sulla computer vision per gli agrumi. “Non li darà nessuno i soldi in Italia” dice, senza drammi. È un dato di fatto, non una lamentela. Ed è proprio per questo che è a Berlino.

Un sensore nella linfa

La quarta italiana non è nell’area Startup World. Plantvoice ha scelto di posizionarsi con un proprio stand tra gli espositori, fuori dall’area dedicata alle startup. Una scelta di posizionamento: farsi percepire come azienda, non come progetto in fase iniziale.

La tecnologia è un sensore biocompatibile che viene inserito nel fusto della pianta e ne analizza la linfa in tempo reale, una sorta di elettrocardiogramma vegetale che rileva stress idrico, nutrizionale e ambientale. La startup, fondata dai fratelli Matteo e Tommaso Beccatelli e basata a Bolzano nel NOI Techpark, ha chiuso un aumento di capitale da 500 mila euro nel 2025 e ha ampliato la gamma a tre sensori diversi. “Oltre al sensore di linfa, che è quello con cui nasce il tutto, abbiamo chiuso il cerchio – spiega il team – Quando fai una serie di azioni sulla pianta puoi vedere cosa succede effettivamente, quando irrigo di più, quando elimino gli insetti.”

A Fruit Logistica il feedback è stato positivo, con molto interesse soprattutto dai produttori di frutta. Il venerdì, ultimo giorno, i biglietti da visita erano finiti.

Il dato che manca

Quattro startup italiane. Quattro soluzioni concrete, un’etichetta intelligente, un’alternativa alla chimica, un marketplace dal campo, un sensore nella pianta. Nessuna fa hype, tutte hanno un prodotto. Ma quattro su 2.600 espositori, in una fiera dove l’Italia è il primo Paese, resta un numero che pesa.

In area Startup World, a pochi stand dalle tre italiane, una startup svizzera — Noriware — presenta un film per il packaging ricavato dalle alghe. Ha chiuso un seed round da 4,3 milioni di franchi svizzeri. Un seed round. In Italia, raccontare di aver raccolto 500 mila euro è già una notizia.

Non è una questione di qualità delle startup. È una questione di ecosistema. Di quanti ci arrivano, a una fiera come questa. Di quanti partono. E di quanti, tra quelli che partono, trovano le condizioni per non doverlo fare da soli.

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