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Con il voto europeo sulle NGT e 720 milioni di dollari raccolti dalla sola Inari, il gene editing agricolo entra nella fase industriale. Chi c’è in campo, chi manca e perché l’Italia rischia di guardare dalla finestra
Zero. È il numero di startup italiane nel gene editing agricolo fra le top-funded globali. Mentre in Italia il dibattito è ancora fermo sulla parola OGM, dall’altra parte dell’Atlantico Corteva — il più grande sementiere americano — ha portato in tribunale Inari, una startup da 720 milioni di dollari di raccolta e 2,17 miliardi di dollari di valutazione, accusandola di aver preso semi brevettati, modificati con CRISPR, e preparato la commercializzazione sotto il proprio nome. È la prima grande guerra di brevetti del gene editing agricolo: non si litiga sulle promesse, si litiga sui prodotti. Entro la primavera 2026 il Parlamento europeo vota il regolamento che per la prima volta apre la porta alle colture editate in Europa. La finestra si sta aprendo. La domanda è se qualcuno in Italia è pronto a entrarci.
La partita normativa, tre modelli, un solo ritardo
Negli Stati Uniti, se una coltura editata non contiene transgeni e le mutazioni potevano avvenire naturalmente, non serve autorizzazione specifica né etichettatura: è l’approccio product-based. Con questa logica, il mais ceroso di Corteva e il fungo champignon anti-imbrunimento sono arrivati sul mercato senza vincoli. Nel Regno Unito, il Precision Breeding Act del 2023 è diventato operativo il 13 novembre 2025: Londra è la prima grande economia europea con un quadro normativo specifico per il gene editing agricolo.
In Europa, il capitolo è ancora aperto, ma si avvicina una svolta storica.
Il 4 dicembre 2025, dopo quattro presidenze del Consiglio, Parlamento e Consiglio hanno raggiunto un accordo provvisorio sulle New Genomic Techniques. Le piante NGT-1 — equivalenti a quelle ottenibili con breeding convenzionale, massimo 20 nucleotidi modificati — saranno esentate dalla legislazione OGM: niente valutazione del rischio, niente autorizzazione, niente etichetta sul prodotto finale. Le NGT-2, con modifiche più complesse, restano sotto le regole attuali. Il Comitato ENVI ha approvato il testo il 28 gennaio 2026 con 47 voti a 31; il voto in plenaria è atteso fra marzo e aprile 2026. Se passa, il regolamento si applica dal 2028.
Due dettagli rilevanti: piante con tolleranza agli erbicidi e produzione di sostanze insetticide sono escluse dalla categoria NGT-1. Sui brevetti — il tema più controverso — l’accordo prevede un database pubblico obbligatorio e un gruppo di esperti composto da rappresentanti degli Stati membri, dell’Ufficio europeo dei brevetti e dell’Ufficio comunitario delle varietà vegetali. Nessun divieto, ma trasparenza e monitoraggio. Intanto, secondo AgFunder, l’81,9% dei capitali investiti nel gene editing agricolo è nelle Americhe. L’Europa è ferma al 5%.
Chi c’è in campo, la mappa delle startup
Inari (Cambridge, Massachusetts) ha chiuso un round da 144 milioni di dollari a gennaio 2025 — Series G — portando il totale a 720 milioni di dollari e la valutazione a 2,17 miliardi di dollari. La piattaforma SEEDesign combina IA ed editing multiplo per migliorare rese di soia, mais e grano riducendo, secondo l’azienda, fino al 40% il fabbisogno di acqua e azoto. Ma è coinvolta in una causa con Corteva per presunta violazione brevettuale: un caso che tocca il cuore della proprietà intellettuale nel settore.
Pairwise (Durham, North Carolina), co-fondata dagli inventori di CRISPR, ha siglato nel 2024 una joint venture con Corteva da 25 milioni di dollari. Fra il 2024 e il 2025 ha concesso in licenza la piattaforma Fulcrum a tre centri CGIAR — IITA per le colture tropicali, CIMMYT per mais e grano, IRRI per il riso — con sostegno del governo britannico e della Gates Foundation, e avviato partnership con Sun World (ciliegia senza nocciolo) e Enza Zaden (ortaggi). Il modello: licenziare la tecnologia a chi ha il mercato, non costruire un brand consumer.
Tropic Biosciences (Norwich, UK) lavora su banana, caffè e riso con editing dell’RNA. La sua banana anti-browning è nella lista “Best Inventions 2025” di TIME. Poi ci sono i segnali misti: Cibus (San Diego), nata dalla fusione con Calyxt il cui olio gene-edited non trovò mai scala commerciale, punta ora su colza. Benson Hill ha dichiarato bancarotta nel marzo 2025 — un monito per chi confonde capitale raccolto con modello di business validato.
Il lato oscuro
Ogni tecnologia potente ha i suoi rischi. Il primo è la concentrazione: le tecnologie CRISPR sono coperte da brevetti fondamentali del Broad Institute e dell’Università della California, con licenze esclusive a poche aziende. Corteva detiene i diritti CRISPR per l’agricoltura. La causa Corteva vs Inari è già un caso emblematico. Il secondo è la biodiversità: se poche super-varietà editate rimpiazzano le cultivar locali, il patrimonio genetico si impoverisce. L’editing potrebbe anche proteggere varietà a rischio, ma serve una volontà esplicita che per ora non si vede. Il terzo è la dipendenza: sementi brevettate significano acquisto annuale vincolato al fornitore. Alcuni Paesi — India con ICAR, Brasile con Embrapa — sviluppano varietà in-house per evitarlo.
E l’Italia?
Nel nostro Paese il gene editing agricolo è fatto di ricerca pubblica di qualità — la vite TEA potrebbe essere il primo test reale in campo — ma di quasi nessuna startup. Zero fra le top-funded globali, contro una tradizione vitivinicola e ortofrutticola che avrebbe tutto da guadagnare. Se il regolamento NGT diventerà legge nel 2026, il sistema italiano avrà una finestra di opportunità; ma servono capitali, percorsi regolatori chiari e un ecosistema che colleghi laboratori, sementieri e agricoltori.
Intanto il toolkit si allarga — base editing, prime editing, epigenome editing — e la convergenza con l’intelligenza artificiale promette di comprimere i tempi di sviluppo varietale da dieci anni a tre. La forbice molecolare è affilata. Resta da capire chi la impugna, a beneficio di chi, e con quale visione del campo che verrà.
Nota per il lettore: l’autore è CEO di Beeco e collabora con fondi di investimento attivi nell’ambito agritech, che potrebbero aver sostenuto o sostenere in futuro alcune delle startup menzionate.
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