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C’è un tipo di innovazione che non fa rumore. Non arriva con un lancio in grande stile, non genera titoli sulle testate della finanza italiana (e perché no europea), non scala in pochi mesi. Arriva piano, cambia le strutture, ridisegna gli spazi fisici e mentali. Ed è proprio questo tipo di innovazione, lenta, sistemica, capillare, quella che ci racconta di più su come il mondo delle startup stia contaminando, in profondità, le corporate e la società tutta.
Poste Italiane non nasce come startup, né come corporate tecnologica. Nasce come infrastruttura dello Stato, erede di un ministero storico, quello delle Poste e Telegrafi, istituito nel 1889, e proprio per questo la sua trasformazione racconta più di molte operazioni di innovazione dichiarata. Non è un cambiamento rapido. È una trasformazione alla velocità italiana: lenta, stratificata, spesso invisibile. Ma proprio per questo profonda e difficilmente reversibile.
L’ultimo segnale si chiama Spazi per l’Italia, il progetto con cui Poste Italiane apre i propri edifici al coworking, ai nomadi digitali e alle startup. Una notizia che, se la leggi in superficie, sembra una normale operazione immobiliare. Se la leggi nel contesto giusto, è molto di più.
Da cassette postali vuote a hub dell’innovazione
Pensateci un momento. Quand’è l’ultima volta che avete spedito una lettera? Una cartolina? Forse resistono ancora le lettere tra amanti, amici o parenti. Ma il cuore della comunicazione si è spostato altrove: email, messaggi vocali, piattaforme mobili, notifiche istantanee. Dalla cartolina al WhatsApp, tutto è in divenire e tutto accade in un attimo, grazie, ovviamente, anche alla rivoluzione del mobile.
Nelle cassette della posta oggi arriva solo pubblicità di prossimità, paradossalmente, la stessa che vi segue sullo smartphone, qualche avviso di utenza automatizzato, o qualche multa. Corrispondenza vera, quasi zero.
Questo significa che ogni ufficio postale d’Italia, quegli edifici spesso storici, spesso centrali, spesso bellissimi, ha visto ridursi progressivamente il volume fisico della propria funzione primaria. Anche la logistica è cambiata radicalmente: Amazon ha ridefinito le aspettative del mercato, mentre corrieri, operatori storici come SDA, oggi parte dell’universo Poste Italiane, hanno trasformato la funzione stessa dello smistamento fisico. Il risultato? Spazi enormi, inutilizzati, in edifici di pregio a cui è difficile dare nuova vita. E gli spazi senza vita si deprezzano, deprezzano il quartiere intorno a sé, e nel frattempo continuano a costare in manutenzione.
Ed è esattamente da questa contraddizione che nasce la leva su cui si sono costruiti i primi spazi di coworking in Italia: ri-funzionalizzare il bene, dargli valore, creare nuove opportunità d’investimento.
Il precedente
Non è la prima volta che Poste Italiane si muove in questa direzione. Nel 2015 ho avuto l’opportunità di lavorare su questo tema in prima persona. Su invito di Enrico Gasperini, innovatore e uomo di visione, avevo contribuito allo sviluppo della rete Digital Magics nel Mezzogiorno, a supporto dell’ecosistema startup. I risultati nel Sud furono tali che il progetto si estese al Lazio, e fu lì che seguii lo sviluppo del primo spazio di coworking di Poste Italiane, realizzato in partnership con Talent Garden e aperto nel 2016. Ora Poste Italiane fa da sola.
È uno dei casi più concreti di contaminazione tra startup e grandi organizzazioni: corporate storiche che iniziano ad andare a scuola dalle startup, che si contaminano, che accelerano, sperimentando nuovi linguaggi, nuove funzioni e nuovi modelli di business. Non teoria. Pratica.
La piattaforma territoriale più grande d’Italia
Oggi quel primo esperimento diventa sistema. Il progetto Spazi per l’Italia (spaziperlitalia.poste.it) è l’evoluzione naturale di quella traiettoria, e le sue potenzialità sono difficili da sottovalutare.
Poste Italiane è presente su tutto il territorio nazionale, capillarmente, anche laddove l’ecosistema dell’innovazione non è mai arrivato. Parliamo di un attore che, pur essendo quotato in Borsa, è controllato dal MEF (ministero Economia e finanza, ndr), da Cassa Depositi e Prestiti e da investitori istituzionali. Un soggetto con la scala per diventare la più grande piattaforma territoriale per startup e innovatori d’Italia, specialmente se si considera che da anni ha attivi programmi di open innovation e operazioni M&A nel settore tech e logistico. Chissà quando useremo l’app delle Poste anche per farci portare il panino a casa.
La domanda che mi sono fatto non appena ho scoperto il progetto è stata automatica, quasi istintiva: c’è uno spazio a Capri? A Ischia? A Procida? Così, io che sto a Napoli, posso mettere anche un po’ di mare tra me e chi mi cerca.
Ma c’è una storia che rende tutto questo meno casuale di quanto sembri. Anni fa, con Claudio Silvestri e altri, costruimmo insieme un progetto attorno al centenario di Torna a Surriento: l’idea, da vera startup culturale, era fare l’enciclopedia multimediale della canzone napoletana, progetto che, come molte startup con un’idea troppo bella, esiste ancora oggi soprattutto nella nostra testa. Da quell’avventura è nata però almeno una cosa concreta: sono diventato giornalista che scrive di innovazione. Fu in quel lavoro che scoprii anche un dettaglio che ancora oggi trovo illuminante: Torna a Surriento nasce proprio per far aprire un ufficio postale.
Era il 1902, e i fratelli De Curtis scrissero la canzone per convincere il ministro Giuseppe Zanardelli, in visita a Sorrento, a concedere alla città una sede delle Poste.
Aprire un ufficio postale era, da sempre, il modo con cui un paesino diventava più moderno, più connesso, più vivo, oltre ai posti fissi che si creavano. Ora, più di un secolo dopo, quello stesso ufficio potrebbe diventare il modo con cui quel paesino si connette all’economia dell’innovazione.
Vale la pena ricordarlo: le startup, anche là dove si fermano, sono uno stimolo rigenerativo per tutto il sistema produttivo. E in questo caso, anche innovativo per lo Stato.
Operazione immobiliare o infrastruttura civica?
Detto questo, la domanda più importante resta aperta: Spazi per l’Italia è una pura operazione immobiliare, oppure può diventare qualcosa di più?
Alcuni spazi sul sito sono già sold out. Bene: vuol dire che c’è domanda. Ma proprio per questo vale la pena chiedersi quali siano i criteri di accesso, i prezzi, il modello di governance. Non tutti gli spazi saranno aperti al coworking: Poste sta immaginando di affittarli anche ad altri soggetti istituzionali, tipo l’INPS.
Passare dal posto fisso che ti costa al posto in fitto non è male come modello di business, e i fitti istituzionali dureranno per molti decenni ancora.
In controluce, c’è anche un altro cambiamento: una parte dello Stato smette di occupare spazio soltanto per amministrarlo e inizia a metterlo a reddito, a condividerlo, a ri-funzionalizzarlo. È bello che lo Stato si ri-funzionalizzi. Ma bisogna stare attenti che non sia solo questo.
Poste Italiane è un’infrastruttura finanziata dagli italiani per oltre un secolo. Gli spazi che oggi si aprono al coworking sono stati costruiti, mantenuti e pagati dal sistema-Paese. C’è una questione di accessibilità, convenienza e inclusione che non può essere ignorata.
Non si tratta di fare del romanticismo pubblico. Si tratta di capire se questa iniziativa, oltre a ottimizzare un portafoglio immobiliare, possa diventare un trampolino reale, pista di lancio per chi oggi è fuori dai circuiti dell’innovazione.
Il segnale c’è. La direzione è giusta. Ora tocca capire se la visione è all’altezza della struttura. Perché se questi spazi riusciranno davvero a diventare accessibili, inclusivi e territoriali, allora potranno essere molto più di un’operazione immobiliare: potranno diventare un trampolino reale per chi oggi è fuori dai circuiti dell’innovazione. (nella foto dell’autore, l’ingresso del palazzo di Poste Italiane in piazza Matteotti a Napoli, l’ingresso da via Monteoliveto)
Nota per il lettore: Antonio Prigiobbo è giornalista, autore , fondatore e direttore NaStartup
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