Cloro e onde, il mare come infrastruttura

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Nel corso del 2025, lungo la costa centro-settentrionale dell’Adriatico, decine di giovani tartarughe caretta caretta sono state recuperate in condizioni gravissime. Molte presentavano i sintomi della Debilitated Turtle Syndrome (DTS): forte deperimento, squilibri renali, immunodepressione, colonizzazione del carapace da parte di balani e altri organismi epibionti (questa è la seconda parte dell’articolo la cui prima parte trovate qui)

La Fondazione Cetacea di Riccione, insieme a ricercatori dell’Università di Bologna e dell’Università di Camerino, sta cercando di capire se esista una correlazione tra questi episodi e le attività dei terminali di rigassificazione LNG presenti nell’Adriatico settentrionale. L’ipotesi — ancora non dimostrata scientificamente — riguarda soprattutto gli scarichi di acqua marina clorata utilizzati dagli impianti a ciclo aperto: sistemi che aspirano grandi quantità di acqua di mare, la trattano con biocidi per impedire la proliferazione biologica nelle tubazioni e la reimmettono in mare dopo il processo di rigassificazione.

Secondo biologi marini e osservatori ambientali ascoltati in questa inchiesta, il problema non sarebbe un singolo episodio tossico acuto, ma un possibile stress cronico sull’ecosistema: alterazione del microbioma marino, formazione di schiume superficiali ricche di materiale organico degradato, impatto sul plancton e sugli organismi larvali che costituiscono la base biologica dell’Adriatico.

Ma seguendo il percorso dell’acqua — dai sistemi di clorazione alle opere offshore, fino ai meccanismi autorizzativi e ai nuovi progetti di cattura della CO₂ — emerge una questione più ampia: come siano stati progettati, approvati e monitorati gli impianti energetici in uno dei bacini semi-chiusi più fragili e produttivi del Mediterraneo.

Un volontario dell’ONG Fondazione Cetacea prepara una giovane tartaruga marina (Caretta caretta) per il rilascio nel Mare Adriatico settentrionale, dopo che è stata curata presso l’ospedale per tartarughe di Riccione (RN). Foto di Elisabetta Zavoli

Aperto o chiuso

Al centro di tutto c’è una domanda tecnica: perché il rigassificatore usa un sistema a ciclo aperto invece di uno chiuso? Un impianto a ciclo aperto preleva acqua di mare, la tratta con cloro e la scarica; un sistema a ciclo chiuso genera calore bruciando una piccola parte del gas prodotto — circa lo 0,87% del volume — senza prelievo o scarico di acqua di mare.

Il primo rigassificatore italiano, Panigaglia a La Spezia, funziona a ciclo chiuso dagli anni ’70. «Dal punto di vista dell’ambiente marino, tutto si gioca su quello 0,87%», dice Franzosini. «Su milioni di metri cubi l’anno, quella quota vale cifre importanti. È il denaro che le aziende difendono con il ciclo aperto e usano per finanziare compensazioni che comprano il silenzio locale».

Secondo Franzosini, il Ministero dell’Ambiente negli anni ’90, quando arrivarono i primi progetti, non distinse pienamente tra le due tecnologie. «Si è concentrato sull’impostare monitoraggi ex post del ciclo aperto invece di capire fin dall’inizio quale tecnologia fosse più adatta», continua Franzosini. «Negli Stati Uniti già negli anni ’80 si richiedevano studi preliminari sul plancton per valutare la sensibilità di ogni ambiente marino prima di scegliere la tecnologia. Quella letteratura esisteva, ma non è stata usata».

Oggi tutti e tre i principali terminali di rigassificazione dell’Adriatico — Porto Viro (Adriatic LNG), Ravenna e Krk in Croazia — operano con sistemi a ciclo aperto, cioè con prelievo continuo e scarico di acqua di mare clorata. La loro concentrazione nel nord Adriatico è ambientalmente rilevante: questo bacino semi-chiuso è tra le aree più biologicamente produttive del Mediterraneo, ma anche tra quelle in cui il riscaldamento delle acque sta spostando progressivamente le specie verso nord, incluse le tartarughe caretta caretta, che usano sempre più queste acque come aree di alimentazione e corridoi migratori.

I mari costieri come quello di Ravenna sono più ricchi di vita rispetto al mare aperto, con una densità biologica molto più alta per metro cubo e quindi una maggiore vulnerabilità potenziale agli scarichi industriali. È proprio questa sensibilità che richiederebbe scelte tecnologiche più caute, inclusa una modulazione stagionale — ciclo aperto in inverno e ciclo chiuso nei mesi caldi, quando le fioriture di plancton e l’abbondanza larvale sono ai massimi — anche se questa flessibilità è economicamente svantaggiosa per operatori che beneficiano del funzionamento continuo a ciclo aperto.

Le richieste di documentazione sui cicli di scarico del cloro, sui registri di monitoraggio e sui permessi ambientali non sono state rese integralmente pubbliche. Snam afferma che i monitoraggi a lungo termine, anche su impianti simili a Livorno e Piombino, non hanno rilevato anomalie ambientali significative, con livelli di ipoclorito scaricato ampiamente sotto i limiti di legge. Secondo uno specialista di infrastrutture LNG consultato per questa inchiesta, i cicli di clorazione e declorazione possono avvenire più volte al giorno per prevenire il biofouling nei sistemi di aspirazione, ma le frequenze dettagliate degli scarichi sono raramente rese trasparenti nei report operativi.

Ma le scelte non riguardano solo la tecnologia operativa. Riguardano anche dove e come gli impianti sono stati costruiti fisicamente.

Il punto di approdo offshore della FSRU — la piattaforma da cui partono i gasdotti verso terra — è stato collocato sulla ex piattaforma Petra, adattata per ospitare l’impianto. La scelta è ufficialmente giustificata dal riuso di infrastrutture esistenti.

Nella documentazione progettuale la struttura è descritta come operativa ma bisognosa di adeguamenti. «Era una struttura che molti pescatori e operatori marittimi non hanno esitato a definire fatiscente. Le quantità di acciaio dichiarate fanno dubitare che non sia stata smantellata e ricostruita da zero», sostiene Lazzari. «Il risultato è stato un tracciato di circa 40 chilometri di tubazioni invece dei 7–8 chilometri che sarebbero stati sufficienti collegandosi a una piattaforma più a nord».

Risonanze LNG e CCS

Il rigassificatore non è l’unica grande scommessa energetica a Ravenna. Eni e Snam stanno sviluppando il progetto Ravenna CCS: cattura e stoccaggio geologico della CO₂ in giacimenti offshore esauriti, riutilizzando piattaforme, pozzi e infrastrutture esistenti. È presentato come uno dei progetti chiave della transizione energetica italiana ed europea.

Nel febbraio 2025 il progetto ha ricevuto un decreto VIA positivo. Ma le criticità sollevate dalle analisi indipendenti riguardano proprio le condizioni fisiche del territorio in cui dovrebbe operare. Il rapporto “Un futuro per niente remoto” di Recommon e PlaceMarks ne dettaglia gli aspetti.

Ma ci sono fattori di rischio strutturali che Elena Gerebizza (Recommon) insiste nel sottolineare. Prima di tutto, l’area di Ravenna è tra le più fragili d’Italia dal punto di vista geomorfologico. È un’area soggetta a subsidenza — abbassamento progressivo del suolo — documentata da decenni e legata anche a precedenti attività estrattive. A questo si aggiunge un’elevata esposizione al rischio alluvionale, come mostrato dagli eventi del 2023, e un contesto costiero vulnerabile all’innalzamento del livello del mare.

Collocare una rete di infrastrutture CO₂ in questo sistema significa aggiungere pressione a un territorio già instabile. «Parte del tracciato ricade in zona sismica 2», spiega Gerebizza. «E parliamo di infrastrutture che dovrebbero restare operative per decenni, in un contesto in rapido cambiamento». La combinazione di subsidenza, pressione dei giacimenti e instabilità idrogeologica non è stata affrontata con modelli previsionali approfonditi nella documentazione pubblica.

Il nodo più critico riguarda la gestione del rischio. Il parere del Ministero dell’Ambiente allegato al decreto VIA si basa di fatto su protocolli pensati per gasdotti di metano. «Ma un gasdotto che trasporta CO₂ si comporta in modo completamente diverso», dice Gerebizza. «Il metano è più leggero dell’aria e tende a disperdersi verso l’alto. La CO₂, ad alte concentrazioni, è più pesante: ristagna al suolo, si accumula e può saturare l’aria molto rapidamente». In caso di fuga, il rischio non è l’esplosione ma l’asfissia. Episodi simili, seppur rari, sono già stati documentati in altri contesti industriali: la CO₂ può creare sacche invisibili e persistenti, particolarmente pericolose in aree pianeggianti e basse come le zone costiere.

Al momento non esiste un quadro normativo specifico e consolidato per infrastrutture CCS su larga scala in contesti come l’Adriatico. Si utilizza un adattamento degli standard esistenti, senza validazione empirica su casi reali comparabili. Su questo quadro autorizzativo si è aperto anche uno scontro legale. Il 20 maggio 2026 Greenpeace Italia e ReCommon hanno presentato ricorso al TAR del Lazio contro il decreto del Ministero dell’Ambiente che ha dato parere positivo al progetto “CCS Pianura Padana” di Snam Rete Gas, contestando il frazionamento dell’opera e la mancanza di una valutazione cumulativa degli impatti ambientali sull’Alto Adriatico.

Anche sul piano industriale, il progetto resta una scommessa. Non esiste oggi un impianto CCS su scala commerciale che abbia dimostrato in modo inequivocabile sostenibilità economica e operativa di lungo periodo. Il modello si regge ancora su un forte intervento pubblico.

La struttura finanziaria è infatti simile a quella del rigassificatore: Eni e Snam fanno affidamento su fondi europei e meccanismi di copertura statale che rendono il progetto sostenibile indipendentemente dalle sue prestazioni reali. «Senza questa copertura il progetto non esisterebbe», osserva Gerebizza.

La città delle scommesse

Ravenna diventa così un laboratorio energetico in cui si sovrappongono infrastrutture diverse — rigassificazione, trasporto gas, stoccaggio CO₂ — tutte collocate in un territorio fragile e tutte sostenute da un quadro economico che socializza i rischi e privatizza i benefici.

Immagine satellitare con tutte le infrastrutture

Immagine realizzata da PlaceMarks

Con i suoi otto monumenti patrimonio UNESCO, Ravenna — per ora — non percepisce ancora il problema. «Paradossalmente stiamo troppo bene per accorgerci del rischio che stiamo correndo», dice Lazzari.

La comunità ha creduto che con il rigassificatore il gas sarebbe arrivato a prezzi contenuti — mai dichiarato esplicitamente, ma sottinteso. Attorno all’impianto si è costruito un equilibrio: Snam finanzia il Ravenna Festival, finanzia infrastrutture locali; le imprese portuali crescono, assumono, investono. Il ricatto occupazionale diventa concreto.

«Ogni volta che parliamo di gas arrivano diffide preventive. La precedente amministrazione lo ha sostenuto: perderebbero la faccia», aggiunge Lazzari. Eppure qualcosa inizia a muoversi. La CGIL ha iniziato a sollevare dubbi: imporre alle imprese romagnole l’acquisto di metano a prezzo fisso per trent’anni potrebbe costituire una distorsione di mercato. Anche dentro il sistema industriale non esiste una linea unica: chimici legati a Eni e quelli legati a Snam esprimono posizioni differenti.

Tutti al mare 2026

In questo equilibrio fragile, Ravenna nel 2026 è stata nominata Capitale italiana del Mare. Un riconoscimento che racconta una città proiettata verso il futuro, mentre sotto la superficie si accumulano tensioni che potrebbero ridefinire quel futuro.

La Fondazione Cetacea ha consegnato all’Università di Bologna campioni raccolti nell’estate e autunno 2025: balani congelati, campioni fecali, tamponi orali, acqua prelevata vicino all’impianto. «Ci aspettiamo di trovare organoclorurati», dice Pari. «Componenti del cloro legati a molecole organiche che possono darci un indizio». Non esistono campioni di schiuma: avvicinarsi non è stato possibile. I finanziamenti sono scarsi, i tempi sono quelli della ricerca. La Fondazione collabora con il centro di recupero di Pula e con il Blue World Institute croato, ma il problema, dice Pari, «è soprattutto italiano e soprattutto dell’Adriatico centro-settentrionale».

Nel frattempo emerge anche un’attenzione istituzionale crescente sul quadro normativo delle valutazioni ambientali nella regione. In Emilia-Romagna, le autorità regionali sarebbero coinvolte in una revisione più ampia sul fatto che i rischi ambientali cumulativi nell’Adriatico — uno dei bacini semi-chiusi più industrializzati del Mediterraneo — siano stati adeguatamente considerati nelle procedure autorizzative per infrastrutture offshore. L’analisi include anche la domanda se gli impatti sinergici di più rigassificatori nello stesso bacino siano mai stati valutati in modo completo, nonostante le note criticità scientifiche legate a scarichi clorati, formazione di schiume e stress ecosistemico a lungo termine.

Le organizzazioni ambientaliste, tra cui WWF Italia, hanno già sollevato il dubbio che questi rischi cumulativi siano stati sottostimati, dato che le valutazioni di impatto vengono ancora condotte progetto per progetto e non a scala di bacino, anche in presenza di più impianti LNG nello stesso sistema marino confinato.

Nel frattempo le necroscopie come quella di Romeo continuano, in vista della prossima estate. Con essa, probabilmente, una nuova stagione di spiaggiamenti. «Le coincidenze sono molte», dice Pari. «Non si capisce davvero come si possa non capire che qualcosa non va. Siamo avvelenati per nulla, per un’ipotesi fragile».

Romeo è sul tavolo. Anche le domande lo sono. Ma nessuno sembra avere fretta di rispondere.

Questo articolo è stato realizzato nell’ambito di MOST – Media Organisations for Stronger Transnational Journalism, una partnership giornalistica finanziata dal programma Creative Europe che sostiene i media indipendenti specializzati nel giornalismo internazionale.

Nella foto di apertura di Elisabetta Zavoli: Una giovane tartaruga comune (Caretta caretta) è in cura presso l’ospedale della Fondazione Cetacea a Riccione (RN), in Italia, il 22 dicembre 2022.

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