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Lungo la costa centro-settentrionale dell’Adriatico, le tartarughe marine recuperate non mostrano solo ferite o incidenti isolati, ma un quadro ricorrente di grave debilitazione che, nel 2025, ha coinvolto decine di esemplari.
Il fenomeno colpisce soprattutto giovani tra i 15 e i 30 centimetri: animali che non hanno ancora le abitudini di caccia sul fondale tipiche degli adulti, ma che vivono in superficie, seguendo le correnti e nutrendosi di ciò che il mare trasporta.
In questi casi si parla di Sindrome della Tartaruga Debilitata (DTS), una condizione che non rientra nelle malattie classiche: non è legata a un patogeno identificato e non è trasmissibile da un individuo all’altro. È una sindrome, cioè un insieme di segni clinici che compaiono insieme senza una causa ancora accertata.
Gli animali colpiti arrivano emaciati fino all’osso, letargici, quasi privi di reattività. Il carapace si ricopre di balani, alghe e altri organismi epibionti che normalmente verrebbero rimossi dal movimento, ma che qui si accumulano. Le analisi del sangue mostrano difese immunitarie quasi azzerate, parametri renali alterati e gravi squilibri elettrolitici. Anche gli organi interni tendono a un aspetto pallido, segno di tessuti che non ricevono più adeguata perfusione e stanno perdendo funzione. L’evoluzione può portare a un’insufficienza multiorgano in giorni o settimane.
È in questo quadro che si colloca la storia di Romeo, una Caretta caretta di 30 centimetri, spiaggiata a Cattolica alla fine di novembre 2025 e morta dieci giorni dopo nel centro di recupero della Fondazione Cetacea di Riccione. All’apertura del piastrone, gli organi apparivano quasi bianchi: non il bianco della purezza, ma quello della resa. Sul carapace, una fitta presenza di balani — cirripedi biancastri che una tartaruga sana elimina con il movimento — indicava difficoltà nel nuoto. Non si alimentava e rigurgitava il cibo somministrato a mano. Le analisi del sangue hanno evidenziato squilibri renali e valori elettrolitici fuori norma. «In questi casi era probabilmente già in fase terminale quando è arrivata», spiega Martina Monticelli, biologa marina della Fondazione. Il quadro clinico indica un fallimento multiorgano già in corso prima della morte.
Nel 2025, lungo la stessa area, la Fondazione Cetacea ha recuperato 71 tartarughe: 45 mostravano segni di DTS e 25 sono morte.

DTS e LNG, una correlazione da indagare
La DTS non è una novità nell’Adriatico, ma gli anni in cui mostra dei picchi seguono un ritmo preciso. Se ne registrano tre distinti: nel 2009 oltre 113 casi documentati, nel 2021 diciotto, nel 2025 quarantacinque — di cui venticinque morti. In ciascuno di quei tre anni, qualcosa cambia nel panorama energetico del mare. Il 2009 è l’anno in cui entra in funzione il terminale Adriatic LNG di Porto Viro. Il 2021 coincide con il rigassificatore sull’isola di Krk, in Croazia. Il 2025 segna l’avvio dell’impianto FSRU di Ravenna.
«Non possiamo affermarlo con certezza», spiega Monticelli, «ma sono tre coincidenze in tre momenti diversi. È questo che ci spinge a studiare ulteriormente». Un numero crescente di osservazioni sta spingendo i ricercatori a esaminare un possibile legame tra DTS e attività di rigassificazione LNG nell’Adriatico. La Fondazione Cetacea, che da tempo monitora la salute delle tartarughe marine nella regione, promuove e segue le indagini in corso in collaborazione con l’Università di Bologna. Le necroscopie sugli esemplari colpiti sono state effettuate da specialisti dell’Università di Camerino, rivelando schemi patologici ricorrenti. Sebbene il fenomeno non sia ancora stato studiato sistematicamente in altre regioni, questa rete interdisciplinare sta valutando attivamente il potenziale impatto degli scarichi LNG sugli ecosistemi marini, chiedendo ricerche urgenti, su larga scala e comparative.
Il meccanismo ipotizzato riguarda la schiuma. Gli impianti di rigassificazione a ciclo aperto aspirano acqua di mare, la trattano con biocidi a base di cloro per impedire la colonizzazione delle tubazioni da parte di organismi marini, la usano come mezzo di scambio termico per riscaldare il gas liquefatto e la scaricano. L’acqua del nord Adriatico è estremamente ricca biologicamente: l’afflusso del Po crea condizioni di straordinaria fertilità. Il cloro può uccidere fitoplancton, larve e organismi microscopici. I loro resti possono contribuire alla formazione di schiume, insieme ad altri materiali organici e residui chimici. Nutrendosi prevalentemente in superficie, le giovani tartarughe sono quelle maggiormente destinate a ingerire tutto ciò che il mare porta, schiuma inclusa.

Il danno non sarebbe acuto. Ma potrebbe rivelarsi sistemico e progressivo: riduzione della flora batterica intestinale, indebolimento immunitario, alterazione del metabolismo renale. L’animale rallenta, i balani si attaccano e si insediano, appesantendolo ulteriormente. Un ciclo che, secondo questa ipotesi, potrebbe contribuire a un progressivo indebolimento fino alla morte. «Questa schiuma contiene nutrienti ma è anche veleno», spiega Sauro Pari, presidente della Fondazione Cetacea. «I batteri non completamente uccisi si mescolano e diventano estremamente pericolosi. Recentemente hanno provato a rimediare spruzzando acqua sulla schiuma: la diluiscono, è meno visibile, ma le sostanze restano».
Nel 2009, la collaborazione con l’Università di Padova ha mostrato che le tartarughe colpite avevano livelli estremamente bassi della flora batterica intestinale. «Abbiamo valutato cosa fosse nuovo in quei mesi», dice Pari. «L’unica novità era l’avvio dell’attività del rigassificatore di Porto Viro». I pescatori di Porto Garibaldi (Emilia-Romagna) e Chioggia (Veneto) avevano segnalato per anni l’impatto negativo del terminale offshore Adriatic LNG su Porto Levante/Porto Viro sugli stock ittici, principalmente a causa degli scarichi di acqua di mare clorata e povera di ossigeno. La società Adriatic LNG (70% VTTI e 30% Snam) ha inizialmente e a lungo negato ogni collegamento diretto, ma nel 2024-2025, in relazione all’espansione e alla continuità operativa dell’impianto, ha accettato di versare circa 2 milioni di euro di compensazioni per il periodo 2025-2030 a sostegno della pesca locale, dell’acquacoltura e del territorio della provincia di Rovigo, in accordo con la Regione Veneto e le autorità locali. «Non penso che i venditori di gas siano così pronti a sborsare tali cifre senza una ragione reale», commenta Pari. Al momento, l’ipotesi resta non dimostrata e non supportata da un consenso scientifico consolidato, ma è oggetto di indagini attive. Interpellate nel merito, ISPRA e ARPAE rimandano ai procedimenti autorizzativi e ai monitoraggi previsti dal Parco del Delta del Po, sottolineando che le attività di recupero e osservazione delle tartarughe sono svolte soprattutto da Fondazione Cetacea e da altre associazioni, alle quali è di fatto affidata una parte rilevante della raccolta dei dati sul campo. Il riferimento operativo ricade così sulla stessa organizzazione che da anni segnala le criticità e continua a lanciare l’allarme sul fenomeno, pur senza un incarico istituzionale né un mandato specifico di monitoraggio strutturato. Né fondi per portarlo avanti su scala sistematica.

Valutazioni nel cassetto
Carlo Franzosini, biologo marino dell’Area Marina Protetta di Miramare a Trieste, che già nel 2011 aveva sollevato preoccupazioni su un possibile legame tra rigassificazione LNG e “sterilizzazione” del mare, afferma che: «Il sistema di monitoraggio imposto da ISPRA non misura ciò che conta davvero. Quando l’acqua di mare viene clorata si formano moltissimi composti ossidanti. Il metodo quantifica molecole singole invece di misurare il potere ossidante complessivo dello scarico. Per questo nove volte su dieci i valori sono sotto il limite di rilevabilità: tutto bene. È il trucco di ISPRA».
A suo avviso le analisi dei programmi di monitoraggio del terminale Adriatic LNG di Porto Levante/Porto Viro — condotte operativamente da OGS per conto della società, sotto supervisione tecnica ISPRA e con controllo ARPA Veneto — confermano il problema di fondo: molti contaminanti sono costantemente sotto i limiti di quantificazione, rendendo i dati di fatto inutilizzabili. La concentrazione dei residui ossidanti della clorazione non viene misurata, e i rapporti del 2023 mostrano variazioni nelle popolazioni bentoniche vicino ai punti di scarico — indicatori di stress chimico cronico — in contrasto con i dati del 2012 che non avevano rilevato impatti significativi.
A fronte di queste osservazioni, ISPRA precisa che il piano di monitoraggio ambientale e la strategia di campionamento e analisi sono stati definiti su proposta di SNAM, sulla base anche delle Linee Guida del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA) per la redazione degli Studi di Impatto Ambientale, e successivamente recepiti nell’ambito del procedimento autorizzativo. L’impianto del monitoraggio, secondo l’Agenzia, include anche la valutazione di effetti cumulativi e di lungo periodo, attraverso analisi del bioaccumulo nel biota e l’impiego di indici ecologici sintetici come l’M-AMBI. In altre parole, la definizione dei parametri nasce dalla proposta del soggetto proponente, poi validata nel processo autorizzativo, e gli effetti di accumulo vengono considerati tramite strumenti indiretti di valutazione ecologica.
Il vero problema, secondo Franzosini, è «la mancanza di indipendenza del mondo scientifico». «Il governo italiano, tramite ISPRA a sua volta tramite l’azienda proponente di una infrastruttura , decide cosa devi monitorare. E gli istituti di riferimento sono invitati a monitoraggi che confermano che l’acqua di mare è salata. Ricevono soldi, portano studenti: sono tutti commensali a questo tavolo. Le aziende finanziano gli studi di impatto ambientale. Io pago ciò che voglio fare, e quindi sono libero di procedere».
Tale tesi trova conferma per Franzosini in una esperienza vissuta in prima persona: nel 2023, prima delle trattative con i pescatori sugli impatti ambientali e sulle compensazioni per il calo degli stock ittici, Legacoop FVG gli aveva commissionato uno studio sugli impatti dei rigassificatori, con particolare riferimento al terminale offshore Adriatic LNG di Porto Viro, ma il rapporto non è mai stato pubblicato. «Serve per ottenere accreditamento al tavolo delle compensazioni», spiega il biologo. «Non diventa verità pubblica: diventa leva per ottenere denaro».

Un problema simile riguarda i dati dei campionamenti effettuati da ARPAE nell’area della FSRU di Ravenna, su richiesta della Capitaneria di Porto – Guardia Costiera di Ravenna. Si tratta delle analisi del 27/06/2025 su un prelievo di acqua di mare effettuato nelle vicinanze dell’impianto, a seguito della segnalazione della presenza di schiume persistenti in superficie. I risultati erano stati trasmessi alla Procura della Repubblica e quindi inizialmente soggetti a segreto. ARPAE afferma di averli successivamente trasmessi alla Fondazione Cetacea che ne aveva fatto richiesta, su autorizzazione dell’autorità giudiziaria. «ma noi quei dati non li abbiamo mai ricevuti», conferma il presidente Pari.
A tutto gas
La mancanza di dati apre una questione ancora irrisolta: chi ha realmente valutato l’impatto ambientale degli impianti di rigassificazione? La risposta parte dal progetto di Ravenna, nato come risposta all’invasione russa dell’Ucraina. Nel febbraio 2022, l’Italia dipendeva dal gas russo per circa il 40%. Il governo del presidente del Consiglio Mario Draghi incaricò Snam di acquisire due unità galleggianti di stoccaggio e rigassificazione (FSRU), ciascuna con una capacità di 5 miliardi di metri cubi l’anno. Il Decreto-Legge n. 50/2022 le classificò come “interventi strategici di pubblica utilità, urgenti e non differibili”, nominando un commissario straordinario — il presidente della Regione Emilia-Romagna Stefano Bonaccini — ed esentando in larga parte i progetti dalle ordinarie procedure di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA).
Il 8 luglio 2022 Snam presenta la domanda; il 7 novembre 2022, appena quattro mesi dopo, viene rilasciata l’Autorizzazione Unica. La nave BW Singapore è gestita da Snam FSRU Italia S.r.l., società costituita con appena diecimila euro di capitale sociale per un progetto del valore di circa un miliardo, dopo l’acquisizione di un ramo d’azienda da una società londinese che operava una nave battente bandiera delle Isole Marshall. «Quando acquisisci un ramo d’azienda, la responsabilità resta separata. Se avviene un incidente mortale, chi risponde? Snam FSRU con diecimila euro?», osserva Antonio Lazzari, consigliere comunale di AVS. Snam sostiene che il sito di Ravenna sia stato scelto per fattibilità tecnica e riuso di infrastrutture offshore esistenti, e che le alternative più a nord siano state escluse per vincoli costieri e urbanizzazione. Aggiunge inoltre che le opere di protezione a mare sono state approvate tramite varianti progettuali autorizzate secondo la procedura semplificata del Decreto-Legge 50/2022.
Sulla base dell’accordo, lo Stato italiano si impegna a versare circa 30 milioni di euro l’anno per vent’anni per garantire la sostenibilità economica del progetto, insieme a ulteriori meccanismi di compensazione che proteggono l’operatore da eventuali perdite di ricavi attesi. «Abbiamo fatto un investimento per costringere la comunità italiana a vivere vent’anni di gas a prezzi sopra mercato, in un contesto in cui il mondo si sta allontanando dal gas», afferma Lazzari.
Tra il decreto del 2022 e la messa in esercizio, il progetto è stato modificato più volte sotto forma di “ottimizzazioni”, termine utilizzato per evitare la riapertura delle procedure autorizzative.
Un ingegnere che ha esaminato la documentazione, Riccardo Merendi, ha rilevato che il protocollo dei test ambientali era stato copiato da norme pensate per piccoli impianti a terra; Snam ha poi corretto l’errore senza riconoscerlo formalmente. «Da una parte si identificano specie a rischio e si promettono monitoraggi; dall’altra si afferma che non ci sia alcun impatto. Sembrano documenti prodotti da strutture che non comunicano tra loro», osserva Lazzari.

La diga foranea rende evidente questa contraddizione. Non prevista nel progetto iniziale, è diventata necessaria dopo che la collocazione offshore scelta — 8,5 km da Punta Marina — si è rivelata inadatta per condizioni del fondale, dragaggi e esposizione al moto ondoso incompatibili con una FSRU ormeggiata stabilmente. «Una volta completata produrrà effetti erosivi», avverte Piero Bucchi di Legambiente Ravenna, ricordando che queste opere possono accumulare sedimenti localmente ma accelerare l’erosione a diversi chilometri di distanza, senza una specifica valutazione di impatto ambientale. «Alla fine il tribunale dirà: dato che l’impianto esiste, la protezione è obbligatoria», aggiunge. Nel frattempo la diga non è ancora completata e la FSRU viene periodicamente allontanata al largo durante le mareggiate, riducendo la capacità operativa.
Fine prima parte, la seconda parte sarà pubblicata il giorno 30 maggio 2026.
Questo articolo è stato realizzato nell’ambito di MOST – Media Organisations for Stronger Transnational Journalism, una partnership giornalistica finanziata dal programma Creative Europe che sostiene i media indipendenti specializzati nel giornalismo internazionale.
Nella foto di apertura di Elisabetta Zavoli: Danilo De Bellis, medico veterinario e PhD student dell’Università di Camerino, esegue una necroscopia sulla tartaruga “Romeo”, presso la sala settoria della Scuola di Bioscienze e Medicina Veterinaria dell’Università di Camerino, a Matelica (MC), Italia, 4 marzo 2026. Romeo è una tartaruga marina comune (Caretta caretta) trovato spiaggiato e recuperato dalla ONG Fondazione Cetacea di Riccione (RN) il 28/11/2025. E’ stato accudito in gravi condizioni di debilitazione ed è morto il 12/12/2025 con sintomi riconducibili alla DTS (Debilitated Turtle Syndrome). De Bellis studia le principali cause di mortalità delle tartarughe Caretta caretta in alto Adriatico. Durante le necroscopie vengono analizzati tutti gli organi e prelevati campioni di tessuti per l’esecuzione di esami tossicologici, istologici e batteriologici. Molte delle tartarughe marine recuperate dalla Fondazione Cetacea o trovate spiaggiate morte nel corso del 2025, presentavano i sintomi della DTS. In Adriatico, questa sindrome debilitativa grave viene riscontrata quasi esclusivamente su animali di dimensioni inferiori a 45cm di lunghezza curva del carapace, quindi tartarughe in fase giovanile. Le caratteristiche più evidenti di questa sindrome sono l’estrema infestazione da balani (sintomo di una grave debilitazione e di un sistema immunitario compromesso), letargia ed una grave emaciazione dovuta ad atrofia muscolare ed assenza di depositi adiposi.
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