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Crisi aziendale, si affronta con la capacità di cambiare

La crisi aziendale ha tanti volti e spesso l’imprenditore intuisce che c’è qualcosa che non va senza riuscire a individuare il problema. Il primo passo per uscirne? Ascoltare l’azienda

01 Dic 2021

Capita a volte di intuire una crisi aziendale, di sentire che la nostra azienda, la nostra startup, non fluisce come dovrebbe o che il team non produca i risultati che vorremmo; sentiamo il problema o il fastidio ma non sappiamo individuare da dove e da cosa abbia origine.

Vedere il sintomo ma non conoscerne la causa porta a due possibili scenari:
– andare per tentativi provando ad apportare dei cambiamenti;
– cercare uno o più colpevoli per dare un senso al disagio.

Cosa fare? L’approccio tradizionale

Come imprenditori tendiamo a voler essere interventisti e quindi a cercare di sistemare, aggiustare ed eliminare se necessario, per poter andare avanti il più velocemente possibile. Spesso eccessivamente focalizzati sul risultato da raggiungere, non ci concediamo il tempo di indagare e di capire realmente, ma questa mancanza porta a:

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1) sprecare tempo ed energie magari nel posto sbagliato;
2) tappare il buco senza lavorare realmente sulla causa;
3) creare un clima di incertezza e confusione all’interno del team.

Quando questo “fastidio” avviene in momenti di forte stress o di sfida, la tendenza può diventare addirittura quella di tagliare, escludere o giustiziare qualche prodotto, area o membro del team, come se togliendo o isolando quel “pezzo”, l’intera macchina potesse funzionare meglio.

Le origini della crisi aziendale

Quando in azienda qualcosa non funziona, nella mia esperienza, la causa non è mai una e spesso è qualcosa che non si vede e quindi bisogna avere la pazienza e la curiosità di investigare prima di agire. Direi anzi che solitamente la prima causa che ci viene in mente è sicuramente la più immediata ma raramente quella porta poi a una vera risoluzione del problema.

I vantaggi della Teoria a U

Nella Teoria a U di Otto Scharmer, Professore al MIT di Boston e Fondatore del Presencing Institute e caposaldo delle teorie di business consapevole, si propongono dei passaggi essenziali per portare le aziende a un reale cambiamento, uscendo da questo schema di azione/reazione o fastidio/eliminazione del fastidio. Trovo molto utile condividere questi passaggi perché in un’epoca di emergenza, ansia da prestazione e crescita ad ogni costo, la reazione è quella di agire di fretta, di mettere un tappo o giustiziare qualcuno quando invece i tempi che viviamo ci impongono una revisione profonda del fare impresa.
Molto sinteticamente, la teoria a U prevede che quando insorge un problema ci deve essere per prima una fase di investigazione (osservazione) nella quale non si cerca la soluzione ma semplicemente si “scende” nell’organizzazione per capire quale è “la vita vera” e quali sono i comportamenti, i modi di comunicare, le convinzioni e i valori che più o meno consciamente guidano ogni giorno le attività. In questa fase è necessario sentire l’azienda e non solo tentare di capire razionalmente. Nella mia esperienza infatti è “il non detto” che contiene tantissime informazioni utili e le persone sono felici di esprimerlo quando sentono che c’è un reale spazio di ascolto senza giudizio. Esiste un reale desiderio di cambiare. Spesso si tratta di qualcosa di sottile che quando intercettato fa la differenza o come dice Robert Dilts “la differenza che fa la differenza” nella performance e nella crescita dell’azienda.
Quello che apparentemente sembra un problema di esecuzione, il più delle volte è infatti una questione di mancanza di comunicazione, comprensione o chiarezza all’interno dell’azienda.
La fase successiva, indicata da Scharmer, è poi quella del lasciar andare. Prima di introdurre qualcosa di nuovo, molto probabilmente c’è qualcosa di vecchio che deve essere rivisto, attualizzato o magari addirittura eliminato, perché blocca anche solo il pensare al nuovo.
Spesso questa è la fase più difficile perché, anche davanti all’evidenza del non funzionamento, talvolta gli imprenditori stessi fanno fatica a cambiare; le motivazioni possono essere diverse ma sono proprio questi blocchi all’aggiornamento del “software” con il quale si opera che rendono tutto così complicato. Una cosa è certa: se l’imprenditore non cambia, l’azienda non cambia.
Come diceva Einstein ”la misura dell’intelligenza è data dalla capacità di cambiare quando è necessario”.

Il business consapevole

Credo che gli imprenditori siano molto intelligenti ma ciò che li frena è il modo di pensare dominante che intende le aziende come delle realtà schematizzabili, prevedibili e perfettamente organizzabili e quindi implicitamente, senza una grande necessità di aggiornamento mentale e culturale.
Le nuove teorie di business consapevole, come la Teoria a U, nascono proprio per permettere alle aziende di evolvere e prosperare, andando ad aggiornare ed ampliare questo modo di pensare vecchio, poco realistico e assolutamente non adatto ad affrontare un mondo così in costante evoluzione. Ogni volta che cerchiamo di tappare un problema senza investigare e senza ascoltare/sentire quello che non è tangibile, stiamo bloccando il potenziale di innovazione, generatività e creatività della nostra azienda, perché stiamo aggiustando sulla base di un vecchio schema; stiamo provando a disegnare il futuro partendo sempre e comunque dal passato; vogliamo piantare i semi ma non togliamo le erbacce e se le togliamo non ci domandiamo cosa ha fatto sì che quelle erbacce si radicassero così tanto.

Ogni volta che pensiamo che semplicemente aggiungendo qualcosa o qualcuno, per magia tutto cambierà. abbiamo perso di vista la complessità dell’organismo vivente che è un’azienda.
Le aziende vanno viste, sentite, capite e poi disegnate ed organizzate in modo che possano fare il loro percorso in modo sano, utile e profittevole.
Nel modello della Teoria a U infatti il disegnare/agire avviene solo alla fine come naturale conseguenza dei passaggi precedenti e non come reazione immediata per togliere il fastidio.
Quando gli imprenditori riescono a cambiare realmente le loro aziende e a raggiungere nuovi risultati non è per qualche strumento magico o formula perfetta bensì perché cambiano il loro modo di concepire l’azienda, sé stessi e quello che li circonda, concedendosi il tempo e lo spazio per investigare e sentire prima di agire; il cambiamento profondo avviene quando hanno il coraggio di iniziare un cammino di riscoperta.

Giovanna Carucci
Business Generative Coach, Ceo e Founder di #Authenticleader

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