(Adnkronos) – “Le tecnologie intelligenti sono già entrate nel lavoro quotidiano di manager e professionisti. Quasi 9 dirigenti su 10 le utilizzano regolarmente, e oltre la metà ne sperimenta già i benefici nella riduzione delle attività ripetitive. Ma non sono ancora entrate, con la stessa velocità, nei modelli organizzativi e di governance delle organizzazioni. Solo il 30% delle realtà è riuscito a integrarle strutturalmente nei processi aziendali. In altre parole, l’adozione corre più veloce della governance”. A dirlo Stefano Cuzzilla, presidente Cida, presentando Aimi, il primo indice italiano sulla maturità manageriale nell’adozione e nella governance dell’Intelligenza Artificiale.
“C’è un dato – avverte – che mi ha colpito più di altri. Oltre l’80% dei dirigenti dichiara di verificare sempre o quasi sempre gli output generati dell’AI prima di utilizzarli nei processi decisionali. Questo ci dice che la dirigenza italiana non sta delegando il proprio giudizio alle macchine. E’ consapevole delle opportunità dell’innovazione, ma anche dei suoi limiti, dei suoi rischi e delle responsabilità che comporta. Chi verifica non è diffidente. È professionale. Le competenze stanno crescendo, ma non ancora alla velocità richiesta dalla trasformazione in atto. Non a caso, più della metà dei manager considera ancora frammentata l’offerta formativa disponibile e chiede di intensificare percorsi di apprendimento integrati nei processi di lavoro, affiancamento, mentoring e casi pratici”.
“Per questo – sottolinea – il vero tema che emerge dall’Indice non è tecnologico. E’ manageriale. L’Intelligenza Artificiale non riduce il bisogno di leadership. Lo aumenta. Lo concentra. La vera sfida, adesso, è fare in modo che questa trasformazione esca definitivamente dalla dimensione sperimentale e dimostri la propria capacità di incidere sull’economia reale. Ed è da questi presupposti che prendono forma le cinque priorità strategiche di Cida”.
“La prima priorità – elenca Cuzzilla – riguarda la sovranità tecnologica europea e nazionale. Abbiamo parlato di sovranità cognitiva. Ma la conoscenza vive dentro infrastrutture, piattaforme, capacità di calcolo e dati. Oggi l’Unione Europea dipende da operatori extraeuropei per oltre l’80% dei principali servizi e delle infrastrutture digitali strategiche. Questa dipendenza è un tema principalmente di natura industriale, economico e geopolitico. E’ necessario rafforzare il percorso europeo verso investimenti in capacità computazionale, data center, ricerca applicata e sviluppo di modelli di Intelligenza Artificiale. L’Italia, seconda manifattura d’Europa, non può limitarsi a essere un mercato di destinazione delle tecnologie sviluppate altrove. Deve contribuire a costruirle, utilizzarle e adattarle alla propria identità produttiva. Dentro questa priorità rientra anche la cybersecurity. L’aumento degli attacchi informatici registrato negli ultimi anni dimostra che la protezione dei dati, delle infrastrutture critiche e delle informazioni industriali rappresenta una componente essenziale della competitività e della resilienza del Paese. La sicurezza informatica deve entrare stabilmente nelle agende dei consigli di amministrazione, delle direzioni generali e degli organi di governo delle amministrazioni pubbliche”.
“La seconda priorità – continua – riguarda il quadro normativo e regolatorio. L’Europa ha dimostrato di saper costruire un quadro avanzato, dall’AI Act alla Direttiva NIS2 fino alle più recenti iniziative sulla sovranità tecnologica. Ma alla capacità normativa deve ora affiancarsi una vera politica industriale. Servono regole chiare, tempi certi, procedure snelle e condizioni competitive. L’Italia non può permettersi di perdere ulteriore terreno per eccesso di burocrazia proprio nel momento in cui si stanno ridefinendo gli equilibri tecnologici globali”.
“La terza priorità – puntualizza – riguarda le competenze e il capitale umano. L’Aimi mostra chiaramente che i manager italiani non chiedono protezione dal cambiamento. Chiedono strumenti per comprenderlo e governarlo. Non proponiamo generici piani di formazione. Chiediamo che una quota del tempo recuperato grazie all’automazione – misurabile e certificabile – venga riconosciuta per legge come tempo destinato alla formazione continua nelle organizzazioni. L’obiettivo è semplice: utilizzare l’AI per aumentare la qualità del lavoro, valorizzare le competenze e liberare risorse da destinare a innovazione, creatività e sviluppo professionale”.
“La stessa sfida – afferma – riguarda i giovani. Da anni il nostro Paese assiste alla fuga di talenti e professionalità qualificate verso contesti che offrono maggiori opportunità di crescita e valorizzazione. L’Intelligenza Artificiale può contribuire a invertire questa tendenza. Ma ciò non avverrà spontaneamente. Occorrono politiche in grado non solo di trattenere le competenze migliori, ma anche di attrarre talenti da tutto il mondo, attraverso investimenti mirati in formazione, ricerca e innovazione. Le università italiane ed europee devono tornare a essere poli di eccellenza e di richiamo internazionale, capaci di formare le competenze del futuro e di sviluppare le tecnologie che sosterranno la crescita economica e sociale dei prossimi decenni”. Per il presidente Cida “le tecnologie intelligenti possono contribuire alla semplificazione amministrativa, alla gestione dei dati pubblici e all’efficientamento dei processi, migliorando la qualità dei servizi per cittadini e imprese. Il percorso avviato sul rafforzamento delle competenze e dell’attrattività del lavoro pubblico rappresenta una base importante su cui costruire questa evoluzione. Il passo successivo è sviluppare una nuova cultura manageriale dell’innovazione nella Pa, e quindi serve formazione e specializzazione”.
Stefano Cuzzilla ha poi suggerito di “adeguare politiche fiscali e sistemi di welfare alla transizione tecnologica. L’AI aumenterà la produttività. Una parte di quel guadagno deve tornare al lavoro, attraverso strumenti fiscali e contrattuali che il legislatore ha il dovere di costruire prima che il problema si manifesti in tutta la sua dimensione. Governare significa anticipare. E su questo punto Cida è pronta a sedersi al tavolo con le imprese, con i sindacati, con le istituzioni. Ma c’è una ragione ancora più profonda per cui questa sfida riguarda direttamente il nostro Paese. La competizione dei prossimi anni non sarà soltanto una competizione tra innovazioni. Sarà una competizione tra identità produttive”.
“Tra Paesi capaci di utilizzare il progresso – sostiene – per rafforzare le proprie eccellenze e Paesi che finiranno per omologarsi a modelli costruiti altrove. L’Italia ha qualcosa che nessun modello linguistico può replicare: una tradizione manifatturiera, una cultura del fare, una qualità del pensiero costruita in secoli di storia. L’Intelligenza Artificiale deve rafforzare tutto questo, non sostituirlo. Non dobbiamo scegliere tra manifattura e tecnologia. Dobbiamo diventare un nuovo paradigma produttivo: utilizzare gli strumenti più avanzati per amplificare ciò che sappiamo fare meglio, preservando quel patrimonio di competenze, creatività e qualità che rende unico il Made in Italy”.
—
economia
[email protected] (Web Info)
© RIPRODUZIONE RISERVATA
