Egomnia, è veramente una storia da film?
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Egomnia, è veramente una storia da film?

Ci sono tante storie di startup. Ci sono quelle che crescono, che diventano internazionali, che raccolgono capitali anche dall’estero, che si costruiscono giorno dopo giorno, magari anche un po’ in sordina. Ci sono quelle che arrivano all’exit, ci sono quelle che invece fanno più fatica, che magari crescono più lentamente e mai diverranno delle global company o degli unicorn, poi ci sono anche quelle che falliscono, che muoiono perché propongono un prodotto o un servizio che il mercato non vuole, o perché i soci litigano tra loro, o perché non si trovano gli investitori, o perché il modello di business è sballato e non sostenibile.

Ci sono tante storie di startup e qui su Startupbusiness cerchiamo di raccontare quelle che più ci piacciono, quelle che meglio dimostrano come fare startup sia una strada che, benché faticosa e piena di sacrifici, può portare a grandi soddisfazioni. Raccontiamo le storie delle startup che crescono, non di quelle che fanno solo soldi, ma di quelle che provano a cambiare un po’ le cose e a rendere il mondo un po’ migliore.

E poi ci sono storie particolari, storie che per qualche alchimia strana assumono valenza unica, nel bene e nel male, e una di queste storie è certamente quella di Matteo Achilli e di Egomnia.

Qui a Startupbusiness abbiamo sempre voluto seguire la storia di Matteo e di Egomnia da vicino perché, proprio per la sua particolarità, ci è sembrata sempre una storia che, sempre sia nel bene sia nel male, vale la pena raccontare. Qualche tempo fa abbiamo anche scritto di come Egomnia sta sviluppandosi, cercando anche di capire, o meglio di scindere, la storia della società dalla storia del suo fondatore e, al momento, unico socio.

Ciò perché a nostro avviso, e la cosa l’abbiamo condivisa anche con l’interessato, uno degli errori che egli ha sempre fatto è mettere più in evidenza la sua persona piuttosto che la sua società. Questo lo consideriamo un errore perché nel nostro modo di vedere il mondo quando fai startup, benché il team sia uno degli elementi strutturali fondamentali, alla fine dei conti sono i risultati del tuo business che devono parlare per te. 

egomnia
L’attore Andrea Arcangeli ha interpretato Matteo Achilli

Oggi Matteo Achilli vive un nuovo momento di notorietà dovuto alla imminente uscita di un film “The Startup”, un lungometraggio del regista Alessandro D’Alatri che racconta della nascita di Egomnia e di come Achilli è arrivato fino a oggi. Certo, avranno pensato i cineasti, raccontare una storia del genere può essere affascinante, può portare i giovani al cinema, la storia di Matteo può essere da esempio per loro e può perfino rivelarsi un successo da botteghino. Non sappiamo come ragionano coloro che fanno cinema, quali sono le dinamiche secondo cui scelgono una storia e la trasformano in un film, certo nei loro panni un film su Egomnia e su Achilli forse noi non lo avremmo girato perché i film si girano raccontando storie di successo ed Egomnia storia di successo pieno e riconosciuto ancora non lo è. Va anche detto che forse coloro che hanno deciso di girare il film hanno pensato che nonostante Egomnia non sia ancora una storia di impresa compiutamente di successo, valeva comunque la pena di raccontare come anche in Italia ci si possa provare, come anche partendo dalla periferia di Roma con in tasca solo i soldi della liquidazione del padre, si possa provare a costruire qualcosa che, se ancora successo pieno e riconosciuto non ha, verso quella strada si tende indirizzarla.

Una scena del film

C’è una cosa che però abbiamo voluto fare, testimoni anche noi delle critiche, di commenti sarcastici, di articoli al vetriolo che sono apparsi in rete in questi giorni che precedono l’uscita del film. E abbiamo cercato di capire un po’ meglio, di approfondire quanto possibile e soprattutto di parlare anche con Matteo, che però non ha voluto rilasciare dichiarazioni, in che consistono tutte queste critiche che spesso sono puntuali e basate su osservazioni reali, come per esempio i dati finanziari di Egomnia che tutto sono tranne che quelli di un’azienda già di grande successo, ma a volte anche un po’ tirate per i capelli come quando per esempio si afferma che quando la BBC britannica dedicò un servizio ad Achilli prese un abbaglio anche se personalmente dubito che i notoriamente impeccabili giornalisti della BBC non abbiamo fatto un paio di controlli diretti prima di procedere, ma qui si accusa più l’eventuale incompetenza dei giornalisti, britannici e non, più che l’effettiva credibilità della storia di Achilli, ed è una questione del tutto diversa che non affrontiamo qui.

Analizziamo quindi le due critiche principali che alcuni esponenti della scena delle startup italiane rivolgono a Egomnia come l’inattività del sito: abbiamo seguito Egomnia.com nell’ultima settimana (13-18 marzo) e, dei soli numeri che il portale mette in chiaro (annunci di lavoro e aziende iscritte), abbiamo constatato un incremento di oltre 30 aziende (al 18 marzo Egomnia.com era infatti arrivato a quota 1.282 aziende aderenti), e un totale di 94 annunci di lavoro pubblicati sulla piattaforma. È forse corretto esprimere dei dubbi riguardo al fatto che il traffico di Egomnia.com possa giustificare un film su di essa, ma il sito non è inattivo. Tuttavia, vista l’esposizione mediatica, suggeriamo a Matteo di fornire pubblicamente dati certi, approfonditi e inconfutabili riguardo al traffico e agli utenti di Egomnia.

Basso utile dell’azienda: Egomnia nel 2015 ha registrato un utile di circa seimila euro a fronte di un fatturato di 314mila euro. Non ci è dato conoscere i motivi per cui l’utile sia così basso, come detto Matteo Achilli da noi opportunamente interpellato in questa fase preferisce non voler né rilasciare interviste né commentare ulteriormente, tuttavia c’è da tenere presente che solitamente in linea generale non si valuta una startup solo per il suo fatturato, anzi spesso il fatturato che genera è solo uno degli elementi che si considerano perché si tende a fare prevalere il valore degli asset e della crescita potenziale.

Ciò che sappiamo è che Egomnia è nata con un investimento familiare e che fino a oggi ha generato introiti derivanti dai clienti che ha saputo conquistare perché non si registrano investimenti esterni da parte di terzi. Questo significa, si può supporre, che tutti gli investimenti che la società fa, per esempio aggiornamenti della piattaforma, sviluppo delle applicazioni, partner tecnologici, pubblicità, pesano sui costi e sull’ammortamento della ricerca e sviluppo. Probabilmente i costi di Egomnia.com sono alti per via di questa tipologia di investimenti, in quanto i costi del personale non devono essere molto alti visto che la società ha a libro paga tre persone con contratto a tempo indeterminato.

Matteo Achilli a sinistra, con Andrea Arcangeli che lo ha interpretato

Le startup possono fare diverse scelte: crescere con i loro mezzi, cercare investitori, perfino ricorrere ai fondi pubblici, Egomnia per il momento ha deciso di scegliere la prima strada, di sostenersi autonomamente, forse questa scelta ne ha rallentato un po’ la velocità di crescita ma per quanto dicono i numeri pubblici l’azienda appare solida, interamente controllata da Matteo Achilli e interamente italiana.

Sicuramente in Italia ci sono aziende innovative più grandi e più forti di Egomnia e imprenditori più affermati di Matteo Achilli, ma resta un po’ stridente l’accanimento su Egomnia.com da parte dell’ecosistema, un accanimento che ciclicamente trova vittime nuove, accadde per esempio qualche tempo fa quando si seppe che Chiara Ferragni, fondatrice di The Blond Salad, avrebbe insegnato ad Harvard, anche in quel caso arrivarono strali, critiche, accuse da quella certa parte dell’ecosistema delle startup italiano che evidentemente si nutre di livore, eppure nel caso della Ferragni i numeri, i fatturati, la solidità dell’azienda sono sostanziali e ampiamente riconosciuti.

La storia di Matteo Achilli è certamente da studiare, da analizzare, anche per capire come sia riuscita a sbarcare sui media di mezzo mondo e ora anche sul grande schermo. Gli autori del film hanno forse visto un insieme di elementi che servivano per raccontare la storia: startup, famiglia, sacrificio, difficoltà, lavoro, impegno.

Ci auguriamo che Matteo Achilli, il quale, ribadiamo, ha declinato il nostro invito a rispondere direttamente alle critiche, anche personali, che in questi giorni gli sono state rivolte, con una intervista, abbia tutto il successo che merita, così come ci auguriamo che qualsiasi startup italiana abbia successo e cresca diventando azienda globale, e che coloro che andranno a vedere il film possano trovare spunti di ispirazione da una storia che racconta di chi si mette in gioco.

 

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Pubblicato il:

20 marzo 2017


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