Collocamento mirato, categorie protette, quote obbligatorie, incentivi alle aziende. Tutti strumenti importanti, sia chiaro. Ma c’è un punto che continuiamo a rimuovere: una persona con disabilità non deve poter solo cercare lavoro, deve poterlo anche creare.
E invece, quando il discorso si sposta su impresa, startup, libera professione, autoimpiego, partita IVA, il tema quasi scompare.
Come se l’unica forma possibile di inclusione lavorativa fosse entrare nell’azienda di qualcun altro. Come se fare impresa fosse già difficile “per tutti”, quindi figuriamoci per una persona con disabilità. Come se l’imprenditorialità fosse un lusso, e non una delle strade più concrete per costruire autonomia.
Eppure i dati raccontano altro.
Secondo OCSE e Commissione Europea, tra le persone con disabilità disponibili al lavoro nei Paesi europei OCSE, circa il 5% è lavoratore autonomo, contro circa il 9% delle persone senza disabilità. Lo stesso rapporto stima che, se le persone con disabilità fossero attive nell’auto-impiego quanto gli uomini tra i 30 e i 49 anni, nell’Unione Europea ci sarebbero oltre due milioni di imprenditori con disabilità in più (fonte: OCSE/Commissione Europea, The Missing Entrepreneurs 2023)
Questo significa una cosa semplice: il potenziale c’è, ma non viene accompagnato.
Perché fare impresa, per una persona con disabilità, non significa solo aprire una partita IVA. Significa spesso costruirsi uno spazio di lavoro più compatibile con i propri tempi, con il proprio corpo, con le proprie energie, con le proprie competenze. Significa trasformare un bisogno vissuto sulla pelle in un prodotto, in un servizio, in una soluzione. Significa passare da “persona da inserire” a persona che genera valore.
Il problema è che il sistema italiano non sembra ancora pronto a leggere questa possibilità.
La nostra architettura pubblica sul lavoro e disabilità resta centrata soprattutto sul lavoro dipendente. La Legge 68/99 disciplina il diritto al lavoro delle persone con disabilità attraverso il collocamento mirato, cioè un sistema pensato per favorire l’incontro tra persona, mansione e datore di lavoro (fonte: Ministero del Lavoro, collocamento mirato)
Anche il Fondo per il diritto al lavoro dei disabili finanzia principalmente incentivi ai datori di lavoro che assumono persone con disabilità e progetti sperimentali di inclusione lavorativa (fonte: Ministero del Lavoro, Fondo per il diritto al lavoro dei disabili)
Ripeto: non è sbagliato. È incompleto.
Perché una politica pubblica che vede la persona con disabilità solo come lavoratore da assumere, ma non come possibile fondatore, professionista, innovatore o datore di lavoro, lascia scoperto un pezzo enorme di autonomia.
E qui nasce il paradosso.
Negli ultimi anni l’Italia ha giustamente rafforzato strumenti per alcune categorie sotto-rappresentate nell’imprenditorialità, in particolare giovani e donne, con misure dedicate, finanziamenti agevolati e programmi per l’accesso al credito. L’OCSE, nel profilo dedicato all’Italia, sottolinea proprio come il supporto a giovani e donne imprenditrici sia stato una priorità recente (fonte: OCSE, profilo Italia – The Missing Entrepreneurs 2023)
Benissimo. Ma allora la domanda è: perché non esiste una strategia nazionale altrettanto chiara per gli imprenditori con disabilità?
Non parliamo di creare corsie preferenziali. Parliamo di rimuovere barriere.
Perché oggi una persona con disabilità che vuole fare impresa si trova spesso davanti agli stessi ostacoli di tutti, più altri che il sistema continua a ignorare: accesso al credito più difficile, costi di accessibilità, strumenti non progettati per tutti, poca rappresentanza nei network, bandi che non considerano gli adattamenti necessari, incubatori non sempre accessibili, mentor non formati, immaginario pubblico ancora fermo all’idea della disabilità come fragilità da compensare.
Ma la disabilità non è assenza di capacità. Spesso è esperienza concreta di adattamento, lettura dei problemi, creatività, gestione del limite imposto dall’ambiente. Tutte competenze che nel mondo startup vengono celebrate ogni giorno, solo che quando appartengono a una persona con disabilità vengono riconosciute molto meno.
OCSE e Commissione Europea lo dicono chiaramente: nei Paesi UE e OCSE sono ancora pochi i sistemi ben sviluppati per supportare imprenditori con disabilità; programmi dedicati di formazione e mentoring sono rari e spesso di piccola scala.
Ecco il punto politico, economico e culturale.
L’imprenditorialità non è un lusso. È una strategia di autonomia
Non sostituisce il lavoro dipendente. Non cancella il bisogno di tutele. Non significa che tutte le persone con disabilità debbano diventare imprenditrici. Significa però che chi vuole provarci deve trovare strumenti, fondi, formazione, mentoring, reti e bandi accessibili.
Come LADI, Libera Associazione Disabili Imprenditori APS, lo diciamo da tempo: non vogliamo che le persone con disabilità siano considerate solo destinatarie di politiche sociali. Vogliamo che siano riconosciute anche come protagoniste dell’economia reale.
Vogliamo costruire, non restare in attesa.
Per questo chiediamo che lo Stato, le Regioni, gli ecosistemi startup, le università, le fondazioni e le imprese inizino a trattare l’imprenditorialità delle persone con disabilità come un tema strutturale. Servono fondi dedicati, percorsi accessibili, incubatori inclusivi, dati aggiornati, rappresentanza nei tavoli dell’innovazione e strumenti pensati anche per chi parte da condizioni diverse.
Perché una persona con disabilità non deve essere inclusa solo quando entra nell’azienda di qualcun altro.
Deve poter essere sostenuta anche quando prova a crearne una propria.
L’inclusione diventa vera quando smette di chiedere alle persone di adattarsi al sistema e inizia a cambiare il sistema perché più persone possano costruire futuro. (foto di Grab su Unsplash)
Nota per il lettore: l’autore è vicepresidente di Libera associazione disabili imprenditori (LADI)
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