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Nuovi ostacoli per la direttiva sulla sostenibilità della UE

Ancora rallentamenti al processo che vede definire le normative che richiederanno alle aziende di adeguarsi ai parametri della UE in tema di transizione ecologica

Pubblicato il 04 Mar 2024

L’Europa aveva mostrato la volontà di avere una road map ben definita e dettagliata in tema di transizione ecologia, ancora una volta sembra incappare in incidenti di percorso.

Già lo scorso mese l’UE ha concesso una proroga per quanto riguarda i termini sulla rendicontazione dei primi standard che le aziende extra-UE avrebbero dovuto adottare (ESRSEuropean Sustainability Reporting Standard) dal prossimo 30 giugno, facendo slittare il termine al 30 giugno 2026.

Ora però si parla di fare saltare la direttiva UE sulla due diligence aziendale (Corporate Sustainability Due Diligence DirectiveCSDDD), almeno della forma e nei modi in cui era stata originariamente pensata.

La Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD), o anche Supply chain act, è la direttiva sulla responsabilità delle imprese in materia di ambiente e diritti umani. Questa direttiva in particolare integra la CSRD, ovvero la direttiva sul reporting di sostenibilità delle imprese che rivede la datata NFRD. La CSDDD riguarda invece la catena di fornitura delle aziende, anche se si trovano fuori dall’Unione Europea. Tale direttiva obbliga le aziende ad assumersi la responsabilità delle loro azioni sia per gli impatti che avvengono nel territorio UE sia al di fuori dell’UE. Se è vero che anche la CSRD implica gli impatti nella catena di fornitura, è comunque abbastanza generica in merito, mentre la CSDDD è molto più dettagliata sulle azioni che le aziende devono intraprendere. Una volta approvata, gli Stati membri hanno due anni per recepire la direttiva nella legislazione nazionale. Dopodiché, le imprese saranno tenute ad attuare i requisiti entro il 2026, in base al tipo di azienda.

La CSDDD si applicherebbe solo alle aziende con più di 500 dipendenti e un fatturato annuo globale superiore a 150 milioni di euro.

Per alcuni settori a rischio come tessile, agricoltura, produzione alimentare, commercio di risorse minerarie, costruzioni, il limite è invece più basso: aziende con oltre 250 dipendenti e con fatturato superiore a 40 milioni di euro se almeno 20 milioni sono generati in uno dei settori sopra citati rientreranno nel campo di applicazione della direttiva.

L’UE ha quindi deciso di non approvare la CSDDD, è infatti mancata la maggioranza necessaria e l’Italia, secondo alcune fonti diplomatiche, è tra i Paesi che si sarebbero astenuti.

Prima della votazione il clima era già abbastanza teso: a inizio febbraio c’era stato il dietrofront annunciato di Germania, Austria, Finlandia e Italia, a seguito dell’appello lanciato dalle associazioni confindustriali nazionali e da quella continentale BusinessEurope.

Sull’applicazione della CSDDD gli industriali rivendicano un rischio per la competitività continentale in uno scenario geopoliticamente complesso: la normativa, così concepita, è giudicata artificiosa, di difficile applicazione e invasiva, in quanto comporterebbe un aumento del costo degli approvvigionamenti industriali e monitoraggio con conseguenti difficoltà per le imprese e nuove tensioni inflazionistiche.

Tutto da rifare

C’era d’aspettarselo: l’astensione dell’Italia e la non raggiunta maggioranza era già nell’aria da tempo, quando la Germania aveva anticipato la mossa facendola trapelare al meeting Coreper pre-Consiglio in Belgio tenutosi a inizio febbraio.

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Ma dall’altra parte dell’oceano anche il mercato dei fondi ESG sembra dimostrarlo, e anche lì già da tempo si assiste a un cambio di rotta: alcuni dei più importanti fondi statunitensi (come Black Rock, JPMorgan Chase e State Street) annunciano il proprio addio all’iniziativa/coalizione Climate Action 100+ con oltre 700 investitori istituzionali e asset totali per circa 68mila miliardi di dollari, nata per sensibilizzare le aziende della finanza sui temi del cambiamento climatico, ovvero per impegnarsi a spostare gli investimenti dalle industrie fossili alle fonti di energia rinnovabile. Una serie di annunci che mostra quanto sia complessa la transizione finanziaria verso la decarbonizzazione negli Stati Uniti, dopo che vari procuratori generali hanno citato in giudizio le aziende in merito alla loro appartenenza a questi gruppi.

Ormai il trend sembra essere consolidato: investire nel fossile, a oggi, conviene. Nel breve periodo conviene. Nel futuro medio e remoto no. Lo dimostrano anche i deflussi netti dello scorso trimestre. Poco meno 5 miliardi di dollari sono stati ritirati dai fondi ESG a stelle e strisce solo tra ottobre e dicembre, per un totale su base annua di 13 miliardi di dollari. Una cifra che fa riflettere più di un asset manager in Europa, che potrebbe presto trovarsi isolata sul fronte del green. (Foto di Nick Fewings su Unsplash )

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