The Conversation, l’altro giornalismo
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The Conversation, l’altro giornalismo

È già capitato che in queste pagine abbiamo parlato di giornalismo al tempo di internet e dei nuovi possibili modelli di business. Ne abbiamo scritto raccontato già un paio di anni fa dei nuovi modelli emergenti , ne abbiamo scritto analizzando il tema delle fake news , e più recentemente delle dinamiche tra giornalismo e startup .

Oggi desidero riprende il tema per parlare di The Conversation che è un unicum nel panorama internazionale ed è tale perché si pone in diretta contrapposizione con i modelli più ampiamente applicati che si basano sull’uso intensivo e non di rado eccessivo del Seo per accrescere il traffico, sull’impiego di titoli ad effetto che applicano il cosiddetto concetto del click-bait sempre per aumentare il traffico, sulla pubblicazione di contenuti sponsorizzati che spesso non sono chiaramente indicati come tali, sull’eccessiva presenza di inserti pubblicitari, e in generale sul preferire la generazione di traffico alla qualità del contenuto. Modelli che ormai hanno preso piede perché sono quelli più facili da implementare benché a scapito della qualità delle informazioni e del rapporto tra chi pubblica informazioni e chi ne fruisce. E, benché anche tra i media che utilizzano questo modello molto commerciale vi siano coloro che comunque conservano un certo livello di qualità, così come coloro che hanno abdicato quasi totalmente l’etica giornalistica, l’esempio di The Conversation si scosta per più di una ragione.

Intanto va detto che l’iniziativa nasce in Australia nel 2011 e negli anni è cresciuta e si è espansa globalmente proponendo oggi edizioni oltre che per l’Australia anche per il Canada (sia in inglese, sia in francese), per il Regno Unito, per gli Stati Uniti, per l’Africa, per la Francia, per l’Indonesia, per la Spagna più una edizione denominata ‘Global Perspectives’. Insomma un giornale globale che usa l’inglese, il francese, lo spagnolo, l’indonesiano e che produce contenuti specifici per ogni edizione.

Il secondo elemento è che si tratta di una iniziativa no-profit che per la produzione dei contenuti impiega una formula piuttosto unica: gli articoli sono infatti scritti soprattutto da accademici con il supporto attivo di giornalisti professionisti, in pratica una via di mezzo tra una pubblicazione scientifica e una generalista divulgativa. Ciò non significa che si parli solo di temi scientifici o tecnologici ma The Conversation è un vero e proprio giornale che affronta l’attualità, che propone approfondimenti e punti di vista su arte, cultura, business, economia, education, ambiente, energia, salute, medicina, politica, società e integra anche una sezione di fact checking in alcune edizioni.

C’è poi un altro elemento che caratterizza The Conversation, la quale è stata creata ed è supportata da numerosissime università di tutti i Paesi a cui si rivolgono le diverse edizioni, ed è il fatto che tutti i suoi contenuti sono liberamente disponibili per chiunque li desideri pubblicare grazie all’impiego della licenza Creative Commons.

L’alchimia tra tutti questi elementi consente a The Conversation di proporre contenuti di altissima qualità e affidabilità, di rinunciare alla pubblicazione di inserti pubblicitari, di rispettare un codice etico nel pieno rispetto del lettore con il quale, se il lettore lo desidera e si registra al sito, stabilisce anche un rapporto che può essere appunto conversazionale, e di raggiungere (secondo quanto riportato da Wikipedia e relativamente a dati del maggio 2018) , oltre 10 milioni e mezzo di utenti online in modo diretto e oltre 35 milioni di lettori attraverso la ripubblicazione degli articoli grazie alla licenza Creative Commons.

Il modello di The Conversation è unico certo, si basa su una serie di elementi che non è semplice replicare ma è significativo perché mostra come sia possibile realizzare informazione di qualità, come sia possibile innovare modelli e strumenti anche andando controcorrente e senza compromessi sulla qualità del prodotto, che in questo caso è l’informazione, come sia possibile crescere a livello internazionale e coinvolgere la comunità accademica globale che in questo strumento trova un canale ideale per l’applicazione della cosiddetta ‘terza missione’ che le Università devono perseguire (la terza missione è la valorizzazione anche economica e la diffusione della conoscenza che si affianca alla prima e la seconda missione che sono la formazione e la ricerca). E soprattutto è uno strumento a disposizione di chiunque desideri accedere a informazione di qualità senza compromessi.

@emilabirascid

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direttore
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Pubblicato il:

17 gennaio 2019

Categorie:

Editoriali, Must Read


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