cambiamento climatico

VC e clean tech, la questione climatica e le scelte degli investitori

L’urgenza della questione climatica potrebbe comportare un’allocazione dei deal nei vari fondi in maniera bizzarra se i medesimi fondi non saranno guidati da partner esperti nel settore

04 Lug 2022

Sappiamo che il cambiamento climatico non ha avuto ripercussioni solamente nelle scelte politiche e sociali, ma anche economiche, con normative e accordi siglati tra diversi Stati, dalla Conferenza di Ginevra del ‘79 all’Accordo di Parigi del 2015, sino all’ultimo Green Deal del 2019.

Oggi la questione climatica tocca anche i fondi del private equity e venture capital, dove al momento gli LP (limited partner) si starebbero risvegliando dal ko di 10 anni fa, investendo importanti somme nel settore clean tech.

Il dubbio se l’evento sia dovuto più a un vero interesse etico, o alla solita bolla speculativa che finirà per riversare finanziamenti a danno delle aziende clean-tech, è lecito: l’urgenza della questione climatica potrebbe compromettere una allocazione dei deal nei vari fondi in maniera non del tutto sana, qualora i fondi che raccolgono i finanziamenti poi non fossero guidati da partner adeguati, ovvero professionisti esperti in questioni climatiche.

In Europa, la recessione, dovuta soprattutto all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, potrebbe ulteriormente incidere nel settore, come già sta avvenendo in altri, anche se in un’analisi di Pitchbook di questa settimana (Mapping Central and Eastern Europe’s VC ecosystem) «in mezzo all’instabilità geopolitica e alle condizioni di mercato più difficili, le startup dell’Europa centrale e orientale si sono assicurate 2,4 miliardi di euro in 312 operazioni finora. In termini di capitale raccolto, la regione è già a due terzi del totale record dell’anno scorso».

A oggi anche le aziende green sono state colpite dal mercato azionario, ma nonostante l’attuale inflazione e l’aumento dei tassi di interesse, gli investitori privati sembrerebbero ottimisti continuando a riversare denaro nel settore: TPG (a oggi 1 luglio 2022 la quotazione flette del 5,1% al Nasdaq) la settimana scorsa ha partecipato assieme ad altri due fondi (Climate Adaptive Infrastructure e Trilantic Energy Partners North America) a un investimento del valore di 750 milioni di dollari in un fornitore di energia rinnovabile, Intersect Power sviluppa alcuni dei più grandi impianti solari e di accumulo di batterie negli Usa per generare energia pulita per i servizi pubblici e per aziende come Apple e Morgan Stanley. Oggi si sta espandendo nell’idrogeno verde (ne avevamo scritto qui). Il fondo da 7,3 miliardi di dollari di TPG, Rise Climate Fund, tempo addietro aveva già investito in tre startup del settore climatico più di 1,6 miliardi di dollari.  Brookfield Asset Management si è preparata a investire in opportunità di decarbonizzazione con il lancio del suo Global Transition Fund, che ha raccolto 15 miliardi di dollari. Nell’ultima settimana, lo sviluppatore di energia solare Pine Gate Renewables, la startup di idrogeno pulito Electric Hydrogen e la società di fusione nucleare Zap Energy hanno raccolto insieme più di 850 milioni di dollari da investitori focalizzati sulla sostenibilità, tra cui Generate Capital, Breakthrough Energy Ventures di Bill Gates e fondi sostenuti da Amazon.com e Chevron. Nella lista dei 10 maggiori round della scorsa settimana negli USA di Crunchbase al primo posto figurava proprio Electric Hydrogen, una startup clean tech che cerca di ridurre le emissioni con un nuovo brevetto per il processo dell’elettrolisi: ha raccolto 198 milioni di dollari con un round di serie B. Il round comprendeva anche una lista impressionante di investitori strategici come il Climate Pledge Fund di Amazon, Honeywell e Mitsubishi Heavy Industries.

In un altro articolo di Pitchbook pubblicato qualche giorno fa (TPG expands clean energy exposure with investment in Intersect Power), tali «mosse arrivano in un momento in cui gli investitori di private equity stanno aumentando i loro investimenti in società che cercano di affrontare il cambiamento climatico con le energie rinnovabili e altre tecnologie a bassa emissione di carbonio. Questi settori sono stati tra i più favoriti dai grandi investitori istituzionali e dai consulenti patrimoniali, anche se i mercati pubblici sono stati colpiti dalla volatilità e si profila la possibilità di una recessione».

I settori climate tech ed energia pulita hanno visto un record di 10,1 miliardi di dollari investiti in startup sostenute da VC l’anno scorso, e 5,3 miliardi di dollari sono già arrivati sul mercato quest’anno, secondo i dati di Crunchbase.

Secondo un insight di McKinsey, il settore climate tech è stato uno dei maggiori successi degli ultimi anni. Entro il 2025, si prevede che gli investitori allocheranno da 1,5 a 2 trilioni di dollari all’anno in un’ampia gamma di startup che promettono di stravolgere qualsiasi cosa, dai viaggi e gli spostamenti all’agricoltura, all’edilizia e altro ancora.

Il settore del climate tech ebbe il suo primo fallimento un decennio fa, dopo un dinamico boom. La recessione si è poi protratta più a lungo di quanto ci si aspettasse, con i prezzi del gas naturale crollati a causa dell’aumento delle forniture di estrazione e con la domanda per i prodotti di molte startup del settore mai concretizzata. Alcune società hanno chiuso, altre si sono ritrovate con una exit in perdita. Insomma, la maggior parte degli investitori ne è uscito ferito. Al contrario, altri hanno continuato a crederci, delle volte grazie anche all’appoggio dei propri governi, come per esempio le startup della tecnologia delle batterie un settore che oggi vale 40 miliardi di dollari e cresce del 18% all’anno.

Ma è inevitabile che ci si ponga il seguente dilemma: da un lato il cambiamento climatico di cui siamo tutti testimoni non sta rallentando ma velocizzando, e quindi dovrebbe far crescere la domanda e poi offerta nel settore, dall’altro la recente recessione non farà altro che rendere più difficile la tenuta di quelle aziende che sono sull’orlo del baratro.

Si potrebbe quindi già prevenire il secondo scoppio nel settore, eppure secondo gli investitori, questa volta sarà diverso, grazie ad aziende più accorte, a un più ampio numero di finanziatori e all’aver imparato dagli errori del passato. “Ci sono troppi interessi acquisiti per tornare alla clean tech 1.0”, ha affermato Bill Lese, managing partner di Braemar Energy Ventures durante il TechCrunch climate technology event dello scorso 16 giugno. Nel primo boom del climate tech l’energia solare, eolica e le auto elettriche costavano troppo ed erano pressappoco dei prototipi oggi invece le cose sono cambiate: le energie rinnovabili sono molto più economiche dei combustibili fossili, soprattutto nell’ultimo periodo di recessione e guerra, dove per esempio il prezzo del gas è cresciuto in modo esponenziale.

Secondo BloombergNEF, un gruppo di ricerca sull’energia pulita, nel 2021 le startup di tecnologia climatica hanno raccolto 53,7 miliardi di dollari, tra cui enormi quantità di denaro per scooter elettrici. A differenza del boom precedente, questo nuovo afflusso comprende grandi gestori patrimoniali e aziende che sostengono soluzioni alla crisi climatica per raggiungere i loro obiettivi ESG o probabilmente per una qualche remora morale. Ciò ha comportato ingenti impegni finanziari che non sono ancora stati investiti, come invece era accaduto con la prima corsa alle tecnologie pulite.

Ma occhio: da non dimenticare quando lo scorso marzo alcuni investitori presero a ritirare il denaro dai fondi azionari ESG.

Anche in questo caso, almeno in Europa bisognerà attendere fino alla fine dell’anno per sapere se la recessione colpirà in malo modo il settore del clean tech, dato che l’Ue non si è ancora espressa pubblicamente su una proposta che individui il traguardo di un mercato unico dell’energia. Anche se erano state decretate le deadline del 2030 (sviluppo sostenibile) e 2050 (emissioni nette zero), in realtà sembra proprio che i modi di attuazione della transizione verde vengano continuamente ribaltati e ridisegnati da ogni stato membro, causa sì la guerra, ma anche un’inflazione che ha avuto origine prima dell’invasione in Ucraina della Russia, la quale aveva già da diverso tempo iniziato il razionamento del gas. Poi il conflitto e la stagflazione che stanno portando al ritorno del carbone, a ridiscutere sul nucleare, e, in ultimo, l’emergenza idrica (che oltre a creare problemi all’agricoltura e all’approvvigionamento di acqua ferma anche le centrali idroelettriche), comprometteranno sicuro queste aziende clean. Anche le stesse politiche europee sulla questione climatica potrebbero quindi danneggiare i medesimi fondi che vi investono. ( photo by Francais a Londres on Unsplash )

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