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VC in Italia, uno sguardo all’andamento verso il prossimo anno

I dati del terzo trimestre sono quelli attesi e le proiezioni per il 2023 vedono un calo rispetto al 2022, servono nuove azioni e strategie

Pubblicato il 20 Ott 2023

Va bene associare al venture capital italiano, le parole “ottimismo” e “coraggio” ma serve anche essere realisti e considerare anche che per molti fondi “nel 2024 sarà molto complesso fare fundraising perché sarà l’anno peggiore per il VC”.

I fattori che porteranno a un possibile anno buio per il venture capital sono da tempo davanti agli occhi di tutti: inflazione e tassi di interesse alle stelle. Ricordiamo di seguito quanto è stato riportato dal Global Innovation Index 2023 : «L’importo investito in VC è diminuito da 610 miliardi di dollari nel 2021 a 380 miliardi di dollari nel 2022 […] L’aumento dei tassi ha un impatto negativo sulla valutazione delle società di capitale di rischio, in quanto richiede un discount rate più elevato per i futuri flussi di cassa attesi. La valutazione più bassa, di conseguenza, limita l’ammontare dei finanziamenti che le società di capitale di rischio sono in grado di ottenere. Una politica monetaria più restrittiva e tassi di inflazione più elevati aggravano ulteriormente questo effetto». E molte regioni del mondo hanno subito un netto crollo degli investimenti in capitale di rischio: –25% in Europa, -40% nel Nord America e nella regione Asia-Pacifico.

Nel corso dell’evento di LVenture Group, Venture Capital, motore dell’innovazione, è stata presentata la fotografia scattata dalla settima edizione dell’Osservatorio Trimestrale sul Venture Capital in Italia, realizzato da Growth Capital in collaborazione con Italian Tech Alliance con focus sul terzo quarter 2023. E ha confermato essenzialmente l’andamento atteso:

  • In Italia: investimenti oltre quota 300 milioni nel Q3, per 65 round d’investimento e 11 exit registrate
  • in Europa: una raccolta di 15,8 miliardi di euro (+6% rispetto al Q2) e un numero di round stimato superiore a 2.200 (-21%).

Nel 2023 si sta registrando un calo nel numero di round italiani rispetto agli ultimi due anni, accompagnato da una proporzionale riduzione dell’ammontare investito.

Sono stati quindi paragonati i dati del VC italiano del 2023 e 2022:

  • nel 2023 i round di finanziamento sono 223 round vs i 256 del 2022: parliamo di round pubblicati: Giacomo Bider di Growth capital ha sottolineato come ne manchino all’appello ancora 20 interni
  • Il totale investito nel 2023 è 772 milioni vs 1,9 miliardi del 2022 e potremmo arrivare a fine anno magari a quota 900, forse toccando il miliardo.
  • Sono però state registrate più exit: 41 vs 26

Ovviamente il calo è su scala europea: qui il venture capital sta registrando una diminuzione del numero di round rispetto agli ultimi 2 anni, accompagnato da una proporzionale riduzione dell’ammontare (8150 vs i 13329 del 2022).

Per maggiori info sui dati vedere l’approfondimento pubblicato ieri.

Ecco che nel Q3-23 il VC europeo ha visto una decrescita nel numero di round (-21%) e confermato i risultati del Q2-22 per ammontare raccolto (+6%), ma rispetto alla media degli ultimi 5 anni il Q3-23 è a -27% sul numero di round e a -11% sull’ammontare investito.

Rispetto però all’Europa l’Italia è stato il Paese che nel Q3 ha visto una crescita più marcata nell’ammontare investito (+14% rispetto al Q2)  ma con numero di round in leggero calo (-6%). Si registra una frequenza di bridge round interni.

Ora, se è vero che il 2023 fino a oggi ha visto un VC europeo dove ogni trimestre ha superato quello precedente in termini di ammontare investito, è pur certo che i valori assoluti rimangano comparabili al 2020 e inferiori al 2021-22.  Qui l’Italia si è distinta per una scarsità di mega round e di quelli in late stage

Nel medio periodo anche l’Osservatorio sottolinea che “i tassi di interesse e l’inflazione ancora elevati e il prolungarsi delle tensioni geopolitiche continuano a generare cautela sulle scelte di investimento”.

Tale cautela farebbe preoccupare tutti: dai fondi istituzionali a quelli privati.

L’evento presso l’Hub di LVenture a Roma ha cercato di chiarire il sentiment di tutti gli attori che gravitano attorno al venture capital italiano: si è svolto infatti in tre sessioni con focus su investitori istituzionali, CVC e operatori internazionali.

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Agli invitati è stato chiesto di proporre o fornire spunti per far fronte non solo all’attuale quarter ma anche al prossimo anno, considerando che rispetto ai competitor europei l’Italia è lontana dal podio del VC: “Bisogna rafforzare la filiera del VC e avere più risorse”. “Siamo a un terzo degli investimenti fatti in Francia” ha introdotto così Luigi Capello, CEO di LVenture Group.

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Francesco Cerruti, Direttore generale di Italian Tech Alliance, ha offerto un primo input al fabbisogno dell’ecosistema, sottolineando come sulla modernizzazione dello Startup Act “c’è un tavolo in sede MIMIT che vede il coinvolgimento di tante associazioni quale la nostra che ha l’obiettivo di arrivare in tempi relativamente brevi ad una sua modernizzazione del testo unico. Chiaramente l’obiettivo è di agevolare sia chi investe in innovazione sia i founders che le startup”.

Secondo Marco Gay (CEO Digital Magics), ci vuole una politica industriale: “le istituzioni devono capire che noi non facciamo un mestiere dove si gioca. Noi siamo un pezzo dell’economia reale di questo Paese – ricordando che – il trend lo abbiamo visto arrivare – in riferimento alla crescita grazie a CDP VC – ma ci vogliono: defiscalizzazione, semplificazione e attrazione dei talenti”.

Per poi avere, come ha espresso Davide Turco (managing director Indaco Venture Partners), un altro fondo di fondi oltre CDP.

Si è passati a trattare di corporate venture capital, aprendo il dibattito su quanto risulterebbe essere un buon elemento per fronteggiare il mercato. La Francia in questo è un modello da copiare e Isabelle Veil Perona (Investor Relations, Growth & Corporate Venture Investor francese e co-fondatrice Soverency) ha pertanto raccontato come il mercato francese sia cambiato tantissimo rispetto a 10 anni fa “dove sono stati messi più ponti filiera”.  “C’è stata una cultura che ha fornito la differenza tra innovazione e investimento finanziario per perfezionare i team e permettere poi delle exit ragionevoli per questi fondi corporate ma anche per gli imprenditori”. Il risultato infatti è che in Francia il 30% nel fondo delle startup viene dalle corporate.

E in merito, secondo Paolo Di Giorgio (CEO Angelini Ventures), per funzionare anche in Italia ci sarà bisogno di un’alchimia perfetta, “un balance tra aspetto finanziario e strategico (industriale)”.

I numeri riportati da Growth Capital sono però “statistiche inquietanti” a detta di Gianluca Dettori , CEO PrimoVentures, nonostante in questi 10 anni si siano visti passi avanti, soprattutto sulla spinta politica e nell’imprenditoria giovanile, e nonostante, ha aggiunto, che poi “il venture capital abbia pochi soldi. Stiamo parlando di muovere 3 o 4 miliardi di euro di investimenti” e non chissà quale cifra.  E pertanto, ha aggiunto Diana Saraceni (co-fondatrice e general partner Panakés Partners), “il ruolo degli investitori istituzionali fanno bene all’economia reale, portano a casa un ritorno significativo e gli investitori pubblici hanno un ruolo indispensabile che nessun altro investitore privato è in grado di fare: come coloro che fanno la ‘due diligence’, che selezionano i fondi ed education sulle performance”.

Insomma, come ha sottolineato Dettori, “è nei prossimi 3 anni che si faranno i migliori investimenti dei prossimi 15 anni”, proprio perché questo è il momento in cui ci sono capitali “rarefatti”, le valutazioni sono più ragionevoli, le trattative più sensate e “siamo nella fase ciclica per cui adesso si comincerà a salire”.

Alessandro Tappi (CIO BEI) invece è pessimista: “le valutazioni sono scese, non tantissimo, ma sono convintissimo che entro la fine dell’anno toccheremo il punto più basso… lato fundraising sarà più difficile e duro e se non c’è fundraising non ci sono investimenti. Anche le exit in questo periodo saranno più difficili. Poi se non riusciamo a smuovere la mentalità dell’avversione al rischio in Europa, ci ritroviamo con un divario ancora più ampio rispetto agli Stati Uniti”.

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