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Il secondo giorno a Fruit Logistica ti cambia la prospettiva. Il primo giorno guardi i padiglioni, i Paesi, le bandiere. Il secondo giorno guardi i prodotti. E i prodotti raccontano una storia diversa da quella che ci aspettiamo.
Cammini tra i padiglioni e vedi poca frutta con la terra addosso. Vedi frutta che luccica sotto le luci. Patate lavate, mele lucide, pomodorini disposti come gioielli. Il prodotto ortofrutticolo, qui, è già merce da vetrina. I buyer non cercano convenienza di prezzo. Cercano apparenza. La tecnologia che non rende il prodotto più attraente a scaffale non interessa a chi compra. Questa è la prima lezione che Fruit Logistica insegna a chi arriva dal mondo dell’innovazione e delle startup.
Non è un caso che Rijk Zwaan, tra i principali breeder olandesi, presenti quest’anno Crunshella — una lattuga snack che sembra pensata più per un aperitivo che per un’insalata. O che Bejo punti su cavoli rossi dal colore intenso, perfetti per Instagram prima ancora che per il piatto.
L’insalata, del resto, è ormai solo snack e quarta gamma. Non ho visto un cespo intero. Solo buste, vaschette, foglie pronte al consumo. Il convenience è il re di questa fiera, e il convenience chiede un prodotto che sia piccolo, bello e pronto.
La sostenibilità arriva dove il consumatore guarda. In campo, no
Mi fermo allo stand di SharpTek. Presentano una vaschetta mono-materiale completamente riciclabile per i berries, con un peso ridotto del 17%. Pochi stand più avanti, Ravipack porta il suo Snap & Go, una confezione in rPET con mini-vaschette staccabili pensate per ridurre lo spreco alimentare. IFCO mostra i suoi contenitori riutilizzabili con identità digitale e tracciabilità IoT. La catena del freddo diventa smart, i pallet diventano intelligenti.
Ma poi esci dal padiglione. Guardi fuori. I teli che coprono i campi sono di plastica. Erano di plastica vent’anni fa e sono di plastica oggi. La pacciamatura, la copertura delle serre, i tunnel: tutto plastic film. La sostenibilità arriva dove il consumatore la vede — sullo scaffale, nella confezione, nell’etichetta — ma fatica ad arrivare dove il consumatore non guarda. In campo.
La vera sfida non è il packaging sostenibile, che il mercato sta già risolvendo da solo per pressione normativa e reputazionale. La vera sfida è portare la sostenibilità a monte. Là dove i margini sono più bassi e la visibilità è zero.
Tutto diventa più piccolo. O più grande
C’è una legge non scritta che governa l’ortofrutta mondiale: i pomodori e i cetrioli diventano sempre più piccoli, mentre avocado e berry diventano sempre più grandi. È il mercato dello snacking che detta le regole: tutto deve essere monoporzione, mangiabile con una mano, senza coltello.
I berry sono ovunque. Mirtilli, lamponi, fragole, more: un’intera galassia di frutti che ormai occupa spazi enormi nei padiglioni. Tra le innovazioni presentate quest’anno c’è la Beauty Strawberry, una varietà day-neutral che non richiede periodo di freddo, produce precocemente e ha una shelf life eccellente. E i Tribelli Seedless, peperoni mini senza semi, dolci e croccanti. Il breeding si muove in una direzione chiara: meno zucchero, più crunch, zero sprechi.
E poi ci sono i grandi assenti. Nessuna melanzana in vista, ma centinaia di aziende africane, sudamericane, italiane, asiatiche, che vendono avocado. L’avocado è diventato il prodotto-simbolo della globalizzazione ortofrutticola: lo coltivano tutti, lo vendono tutti, lo comprano tutti. Patate, cipolle e aglio sono ancora i protagonisti silenziosi di questa fiera, ma il futuro dello scaffale parla un’altra lingua.
Duemilaseicento espositori. Nemmeno un cece
Questo è forse il dato più sorprendente del secondo giorno. In un momento in cui le proteine vegetali sono il trend più discusso del settore alimentare, a Fruit Logistica non ce n’è traccia. Non un legume. Non un cece, non una lenticchia, non un fagiolo. La frutta secca è quasi invisibile. Tanti datteri, sì, ma il mondo delle proteine plant-based è completamente assente.
Fruit Logistica è la fiera del fresco. E il fresco, oggi, è ancora frutta e verdura nel senso più tradizionale del termine. Le proteine vegetali vivono in un altro ecosistema, quello del food tech, del processing, delle fiere come Anuga o SIAL. Qui il prodotto è quello che esce dal campo e va sullo scaffale. Il confine è netto e, per certi versi, anacronistico.
I legumi sono fresh produce a tutti gli effetti. Il fatto che non trovino spazio in una fiera da 2.600 espositori dice molto su come l’industria ortofrutticola si percepisce: fornitrice di frutta e verdura, non di nutrizione.
Se vuoi qualcosa, da qualsiasi parte del mondo, ti arriva a Rotterdam
Questo è il messaggio che esce chiaro dai corridoi della fiera. I porti hanno i loro stand, ma Rotterdam è il centro gravitazionale dell’intero sistema logistico ortofrutticolo europeo.
Non è retorica. L’anno scorso, proprio a Fruit Logistica, il Porto di Rotterdam ha presentato il Rotterdam Food Hub: un nuovo terminal agroalimentare da 60 ettari, progettato specificamente per la gestione di container refrigerati. Il porto prevede di crescere del 50% nei prossimi dieci anni in termini di capacità container. Quando Anne Saris, la responsabile del progetto, ha spiegato che il terminal è stato disegnato perché la merce fresca non può aspettare una settimana per essere sdoganata, ha sintetizzato il senso di questa fiera: velocità, affidabilità, cold chain.
E mentre Rotterdam rafforza la sua posizione, l’India non sembra particolarmente rappresentata. Il mondo asiatico c’è, ma non con la diversità di prodotti che ci si aspetterebbe. Quanti prodotti esistono nella tradizione alimentare asiatica che qui non vediamo? Decine, centinaia. Fruit Logistica racconta il commercio ortofrutticolo globale, ma lo racconta ancora con un’ottica profondamente europea e occidentale.
La coda al bagno degli uomini
Un’ultima osservazione, che forse vale più di molti dati. Per la prima volta nella mia esperienza fieristica, ho visto la coda al bagno degli uomini e non a quello delle donne. Se dovessi stimare una percentuale, direi che il 90% dei visitatori sono uomini. Le donne presenti, in molti stand, sono hostess.
Non è un dato nuovo per l’agricoltura, ma colpisce in una fiera che nel suo programma parla di gender balance, di inclusive leadership, di networking breakfast dedicato alla diversità. Fruit Logistica ha un panel sulla leadership inclusiva; il pavimento della fiera racconta un’altra storia. Il settore ortofrutticolo muove centinaia di miliardi di euro, nutre miliardi di persone, e le decisioni le prendono ancora quasi esclusivamente gli uomini.
Domani è l’ultimo giorno. Il Fruitful Friday, con la cerimonia dei Flia Innovation Award alla sua ventesima edizione e il Frutic Science Symposium. E poi c’è quella Startup World che ieri abbiamo solo intravisto. Andremo a cercare le tre startup italiane. A capire cosa ci fanno qui, in mezzo a 2.600 espositori che parlano di bellezza, di packaging e di Rotterdam. E se qualcuno, da qualche parte in questa fiera, parla davvero di futuro.
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