Assicurazioni, disabilità e lavoro, servono risposte efficaci

Qualche settimana fa mi ha scritto una ragazza con una disabilità, una libera professionista con partita IVA, una persona che lavora, costruisce autonomia, si muove nel mercato come fanno ogni giorno migliaia di professionisti, con una differenza sostanziale, quando ha provato a cercare una polizza infortuni per tutelare la propria salute e la continuità del proprio lavoro, ha iniziato a sbattere contro una serie di muri.

Non stava chiedendo un trattamento speciale, non cercava una scorciatoia, voleva semplicemente accedere a uno strumento normale, uno di quelli che nel mondo del lavoro vengono considerati quasi scontati. Invece la risposta, per settimane, è stata sempre la stessa, porte chiuse, risposte vaghe, rinvii, difficoltà a trovare qualcuno disposto anche solo a prendersi davvero in carico la richiesta.

La soluzione, alla fine, è arrivata, ma dopo due mesi, e già questo dovrebbe bastare per aprire una riflessione, perché quando un servizio pensato per proteggere funziona solo dopo un percorso così lungo e faticoso, il problema non è solo individuale, il problema è di sistema.

Qui si apre una questione che riguarda direttamente il mondo business. Le assicurazioni ragionano per rischio, sostenibilità e marginalità, è il loro modello, nulla di strano, nulla di scandaloso. Il punto è che questa logica, quando incontra la disabilità, rischia troppo spesso di trasformarsi in una selezione implicita, nella quale la persona non viene più letta come cliente, professionista o soggetto economico attivo, ma prima di tutto come profilo scomodo, come potenziale costo, come pratica da evitare.

Ed è proprio qui che il discorso smette di essere solo tecnico e diventa culturale. Da anni raccontiamo inclusione, accessibilità e diversity come elementi di innovazione, come segnali di maturità delle imprese, come valori che rendono più evoluto un ecosistema economico, poi però, quando si entra nel terreno concreto dei servizi, soprattutto di quelli che servono davvero a proteggere il lavoro e la vita delle persone, quella stessa apertura sembra restringersi all’improvviso.

Il paradosso è ancora più evidente se si osservano i numeri del settore. In Italia il mercato assicurativo nel 2025 ha raccolto 182 miliardi di euro, con una crescita del 7,8% rispetto all’anno precedente, mentre il comparto salute continua a espandersi e nel 2024 i premi nei rami infortuni e malattia hanno raggiunto 8 miliardi di euro. Non stiamo parlando, quindi, di un settore fragile o marginale, ma di un’industria ampia, strutturata e in crescita.

A questo si aggiunge un altro dato che dovrebbe far riflettere. Nel 2024 la spesa sanitaria complessiva in Italia è stata pari a 185,1 miliardi di euro, cioè l’8,5% del PIL, ma solo il 3,4% è stato intermediato da fondi sanitari e assicurazioni, mentre la parte prevalente è rimasta in carico al settore pubblico e direttamente ai cittadini. Questo significa che il mercato assicurativo, pur crescendo, continua a coprire una quota limitata ma strategica della protezione sanitaria, e proprio per questo l’accesso ai prodotti non può essere considerato un tema secondario.

Il punto, allora, non riguarda soltanto una singola professionista, riguarda il modo in cui il mercato della protezione interpreta la propria funzione. Se una compagnia può permettersi di selezionare i clienti più semplici e lasciare ai margini quelli più esposti, sta certamente facendo business, ma sta anche restringendo il significato stesso della parola protezione. Una polizza non nasce per accompagnare solo chi ha meno probabilità di usarla, nasce per distribuire il rischio, e quando intere categorie di persone fanno più fatica ad accedere a questi strumenti, il sistema smette di essere solo selettivo e diventa diseguale.

Dentro il mondo dell’impresa questa non è una questione laterale. Una persona con disabilità che lavora in autonomia, che apre una partita IVA, che costruisce il proprio reddito e prova a tutelarsi, non sta chiedendo assistenza, sta cercando di stare nel mercato alle stesse condizioni degli altri. Se però proprio nel momento in cui prova a proteggere la propria attività incontra ostacoli sproporzionati, allora l’inclusione si ferma molto prima dei convegni, dei panel e delle campagne di comunicazione.

Per questo il tema andrebbe letto anche come una domanda di innovazione ancora inevasa. Possibile che un’industria di queste dimensioni non riesca a progettare prodotti, criteri e modelli più intelligenti per intercettare i bisogni dei professionisti con disabilità? Possibile che il sistema sappia segmentare ogni nicchia commerciale e poi si blocchi quando deve tenere insieme rischio, equità e continuità lavorativa?

Quando il mercato non trova una risposta sufficiente, entra inevitabilmente in gioco anche il tema pubblico. Non per sostituire in tutto il settore privato, ma per evitare che il diritto alla tutela dipenda dalla fortuna di trovare il broker giusto, l’interlocutore sensibile o la compagnia più aperta. Qui non si parla di assistenzialismo, si parla di pari condizioni di accesso a strumenti che rendono possibile lavorare, crescere e restare indipendenti.La domanda finale, allora, è semplice solo in apparenza, che valore ha un mercato della protezione se protegge con più facilità proprio chi ha meno probabilità di restare scoperto, e quanto è davvero maturo un ecosistema economico che celebra la diversità come valore, ma poi fatica ancora a tradurla in accesso concreto ai servizi. Nel business, come nella società, l’inclusione smette di essere uno slogan quando diventa struttura.

L’autore è presidente di LADI, Libera associazione disabili imprenditori

© RIPRODUZIONE RISERVATA

SUPPORTA STARTUPBUSINESS

Ti è stato utile questo articolo?

Con una piccola donazione ci aiuti a continuare a produrre contenuti indipendenti.

    Iscriviti alla newsletter