Innovazione in Ghana, AquaBEHER tra clima, agricoltura e potere

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C’è un modo di fare innovazione che parte dalle soluzioni e cerca problemi. E poi ce n’è un altro, molto più raro, che accetta di perdere tempo all’inizio per capire davvero cosa manca. AquaBEHER appartiene alla seconda categoria.

Non nasce come software, né come idea di prodotto. Nasce da un vuoto emerso sul campo, dopo anni di lavoro dentro comunità agricole. Il ricercatore della Scuola Sant’Anna di Pisa Leonardo Caproni lo dice in modo diretto: “Non avevamo deciso di fare un software per prevedere l’inizio o la durata delle piogge. In cinque anni di lavoro di squadra sul campo assieme ad altri colleghi abbiamo raccolto le necessità manifestate dalle comunità agricole locali. Ed è emerso chiaramente che il vero fattore limitante era l’incertezza sull’inizio della stagione delle piogge. Da lì è nata la tecnologia.”

Questa frase sposta tutto. Perché descrive un’innovazione che non anticipa il bisogno, ma lo intercetta quando emerge, lo misura, lo valida. Non c’è intuizione geniale, c’è processo. Non c’è una roadmap di prodotto, c’è un problema che insiste finché non trova una forma tecnica.

Inserirsi in un sistema più ampio

AquaBEHER oggi non è un progetto isolato. È uno degli strumenti sviluppati all’interno di ESATRE – Ghana (Enhancing Sustainable Agriculture and Transhumance Regulation in Ghana), un’iniziativa della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, finanziata dal ministero degli Affari Esteri e della cooperazione internazionale italiano, che punta a rafforzare la resilienza climatica attraverso dati, strumenti e governance. Il punto non è solo migliorare l’agricoltura, ma intervenire su un sistema più ampio: gestione delle risorse naturali, equilibrio tra comunità agricole e pastorali, prevenzione dei conflitti.

Questa impostazione si è tradotta anche in momenti operativi concreti. In Ghana, il progetto ha già preso forma in un workshop che ha coinvolto giovani ricercatori e istituzioni locali, lavorando direttamente sull’utilizzo della piattaforma. Non un evento dimostrativo, ma un passaggio chiave: trasferire competenze, testare lo strumento in un contesto reale, capire come può essere utilizzato dentro le strutture nazionali. È in questi momenti che una tecnologia smette di essere prototipo e inizia a diventare infrastruttura decisionale.

Previsioni utili

Dentro questo percorso prende forma AquaBEHER: un modello che prova a rispondere a una domanda molto concreta, non quando piove, ma quando l’acqua serve davvero. L’agrometeorologo sviluppatore del progetto Robel Takele Miteku lo chiarisce senza ambiguità: “Generalmente le agenzie meteorologiche lavorano su una definizione climatologica della stagione delle piogge. Noi cerchiamo di costruire una definizione che sia rilevante per la crescita delle colture, cioè quanta acqua è effettivamente disponibile nel suolo.”

Sembra una differenza semantica, ma non lo è. Nel momento in cui la stagione delle piogge diventa una variabile agronomica, non è più un’informazione generica ma una leva operativa. Significa poter dire a chi vive di agricoltura non solo che arriverà acqua, ma se quella acqua sarà sufficiente per sostenere un ciclo produttivo su cui si basa anche il sostentamento della propria comunità. 

È qui che la tecnologia smette di essere descrittiva e diventa decisionale. E lo fa in condizioni tutt’altro che ideali. Il sistema lavora con pochi dati, spesso incompleti, in contesti dove le infrastrutture sono limitate. Non è un dettaglio, è una scelta progettuale. Come sottolinea Miteku, “La sfida principale è lavorare con dati limitati rispetto all’accuratezza richiesta. Con più dati potremmo usare modelli più complessi, ma oggi dobbiamo far funzionare il sistema con il minimo indispensabile.”

Questa è una lezione chiara anche fuori dall’agricoltura: innovare non significa aggiungere complessità, ma rendere utile ciò che è già disponibile.

Seminare dati dove fioriranno

Ma sapere quando seminare non basta se l’informazione non è utilizzabile. Per questo AquaBEHER non si limita a produrre un dato: nasce e viene sviluppato insieme a chi quel dato lo deve usare. Leonardo Caproni lo spiega in modo diretto: “Qualsiasi tecnologia la riesci a mettere a terra solo se risponde ai bisogni effettivi, e questo ha a che fare con il coinvolgimento degli stakeholder.” Questo significa lavorare con istituzioni locali, servizi meteorologici, ricercatori e utenti finali per capire come l’informazione climatica deve essere prodotta, tradotta e distribuita.

Anche il workshop in Ghana va letto in questa chiave. Non solo formazione, ma verifica: chi usa lo strumento, con quali competenze, in quali processi decisionali. È lì che emerge il vero valore, ma anche i limiti. Perché il problema non è solo generare informazione, ma farla arrivare nel punto in cui diventa decisione. E questo richiede adattamento, interfacce semplici, capacità istituzionale. La tecnologia, da sola, non basta. Deve essere costruita in modo che qualcuno possa davvero usarla.

Martha Populin, esperta di sviluppo rurale e transumanza, sottolinea che il progetto è importante perché amplia lo sguardo oltre l’agricoltura. Molte comunità costiere, e in particolare il Ghana, investono poco nell’allevamento basato sulla transumanza, e ci sono poche politiche e finanziamenti, con conseguente forte dipendenza dalle importazioni di carne. “Inserendo la transumanza nel progetto, abbiamo voluto mostrare che c’è una parte importante della dieta dei Ghanesi per la quale viene investito poco,” spiega la ricercatrice, mettendo in luce anche la necessità di una governance chiara dello strumento. In tutta l’Africa dell’Ovest e in Ghana sorgono a volte tensioni tra pastori e agricoltori, spesso legate a una gestione insufficiente della transumanza. “È importante che AquaBEHER possa essere messo nelle mani di chi può utilizzarlo per creare beneficia tutte le comunità coivolte, siano esse di pastori o di agricoltori. Per questo stiamo realizzando incontri con associazioni pastorali, il Ministero dell’Agricoltura e il Comitato interministeriale. Vogliamo essere certi che le informazioni vengano usate correttamente e non generino conflitti,” aggiunge.

Inoltre, AquaBEHER può contribuire a distribuire i flussi delle mandrie in modo sostenibile: lo strumento individua le zone con buon potenziale di pascolo e, se le informazioni vengono condivise correttamente con gli attori locali, i pastori possono essere instradati per evitare concentrazioni e danni a campi coltivati. “Se usato male, ci sono rischi di conflitti e danneggiamenti, mentre usato bene può davvero diventare un supporto per la gestione sostenibile della transumanza,” conclude.

La genetica entra in gioco

La direzione è già chiara. Il passo successivo è integrare informazione climatica e miglioramento genetico, costruendo varietà capaci di adattarsi a stagioni sempre più instabili. Caproni lo mette in questi termini: “Dobbiamo selezionare varietà che possano adattarsi  alla variabilità climatica. Se non esistono, dobbiamo e possiamo produrle.”

Non si tratta di creare soluzioni universali, ma di lavorare su problemi locali con strumenti avanzati. Lo stesso Caproni lo chiarisce: “L’obiettivo è usare tecnologie avanzate per risolvere problemi piccoli e locali, mettendo il risultato dell’innovazione nelle mani degli agricoltori invece che utilizzarlo per alimentare modelli estrattivi su larga scala.”

Qui si intravede il possibile sviluppo successivo: un’integrazione più profonda con dati genetici e selezione assistita, capace di rendere queste soluzioni ancora più precise, ma sempre dentro una logica adattiva e personalizzata, non standardizzante.

Il nodo del potere

Un sistema che prevede l’andamento delle stagioni non serve solo a decidere quando seminare. Serve a pianificare l’uso del territorio, la gestione dei pascoli, i movimenti della transumanza, l’allocazione delle risorse. Caproni lo dice senza giri di parole: “La capacità di previsione è potere.”

Ed è qui che l’innovazione diventa una questione politica. AquaBEHER è gratuito, replicabile, aperto. Può essere utilizzato da istituzioni pubbliche o integrato in prodotti privati. Ma la differenza tra questi due scenari è enorme. Caproni sottolinea: “Questo tipo di approccio dovrebbe essere implementato come servizio pubblico, perché le informazioni che genera si traducono in decisioni reali.”

Secondo Populin, la governance deve essere anche regionale: “Può esserci molto interesse in diversi paesi, sia in quelli come il Ghana in cui i pastori nomadi sono minoritari, sia nei paesi del Sahel in cui le comunità pastorali sono molto più numerose. L’ideale sarebbe una governance regionale della transumanza, con incontri annuali prima dell’inizio della stagione per stabilire regole e requisiti, usando strumenti già esistenti ma mai applicati per mancanza di cooperazione.”

Prevedere significa decidere

C’è un ultimo elemento, spesso sottovalutato: la tecnologia funziona solo se qualcuno è in grado di mantenerla nel tempo. Caproni lo sintetizza così: “La tecnologia è utile solo se qualcuno sul posto può mantenerla.” Significa competenze, formazione, infrastrutture, continuità. Senza questi elementi, anche il sistema più avanzato resta un prototipo. Progetti come ESATRE intervengono proprio su questo aspetto: non si limitano a sviluppare strumenti, ma costruiscono capacità locali, coinvolgono istituzioni e formano ricercatori. Solo così l’innovazione può scalare e durare.

AquaBEHER, in questo senso, non è solo uno strumento agrometeorologico. È un esempio di direzione: mostra cosa succede quando la tecnologia nasce dall’ascolto, si adatta ai vincoli reali e, soprattutto, si interroga su come distribuire il valore che crea. Alla fine, la domanda resta aperta: non cosa siamo in grado di prevedere, ma cosa decidiamo di fare con questa capacità. (nella foto dell’autrice un momento dei lavori per lo sviluppo del progetto).

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